Dai disordini di Belfast alla crescita dei movimenti remigrazionisti, il Regno Unito si confronta con il fallimento di un modello di multiculturalismo considerato per decenni un esempio di successo
L’operazione è riuscita ma il paziente è morto. La visione delle scene allucinanti di Belfast e di altre città britanniche, travolte nei giorni scorsi dai disordini anti-immigrazione, richiama immediatamente la celebre metafora. La Gran Bretagna è stata infatti, tra tutti, il Paese che più di tutti si è fatto pioniere del modello multiculturalista: molte etnie, molte culture, con una cornice progressista a fare da contorno al grande sogno dell’integrazione. Progetto sulla carta perfettamente riuscito. Mentre infatti milioni di immigrati vivono ancora in condizioni grame, molti altri sono stati integrati a tutti i livelli della società.
Londra, sotto l’egida di un sindaco di origini pakistane, si vanta del titolo di “Città-Mondo”, sotto lo slogan “Qui nessuno è straniero”; migliaia di (ex) stranieri oggi sono medici, professori, insegnanti, parlamentari… Eppure, nonostante questi successi, oggi il Regno Unito ha sotto gli occhi un Paese in via di violenta disgregazione. Per molto tempo si è voluto derubricare questo fenomeno alla “semplice” xenofobia, a un rigurgito, un inciampo di percorso. Dopo dieci anni, però questo ragionamento non regge più.
Le fiamme dei roghi di Belfast – una moderna Kristallnacht – gettano così luce su una situazione profondamente deteriorata. Londra sarà anche “la città in cui nessuno è straniero” ma la globalizzazione l’ha anche trasformata in un posto in cui nessuno si sente a casa, un non luogo (secondo la celebre definizione di Marc Augé) dove gli stranieri sono la maggioranza della popolazione e dove i locali si sentono stranieri.
La questione del capitale sociale
Una società di stranieri non poteva che andare in contro a processo di auto-combustione, perché tra stranieri c’è un limite ai valori e ai sentimenti che si possono condividere, difettando così del capitale sociale su cui edificare leggi e norme civili. L’approccio multiculturale inglese – in forza di un’inerzia poco ragionata – si è risolto a concedere a ogni gruppo etnico uno status speciale.
Senza considerare una cosa ovvia ma dalle conseguenze politiche pesanti: che se ciò che conta diventa l’elemento etnico, la popolazione bianca avrebbe prima o poi iniziato a sviluppare una coscienza razziale dalle tinte inevitabilmente suprematiste e alimentata dal revanchismo di chi si sente defraudato del proprio Paese. La Gran Bretagna sembra così vivere un incubo senza uscita.
Se fosse un individuo probabilmente gli verrebbe diagnosticato un disturbo di personalità schizofrenico: tante, troppe identità in lotta fra loro, che si accavallano l’una sull’altra alternando momenti di apatia ad atti auto-lesionistici. La violenza di strada emerge da questa percezione, da questa condizione di malessere mentale prima ancora che sociale.
Dai disordini alla mobilitazione politica
Il teppismo di Belfast ha cessato di essere delinquenza giovanile per comportarsi come un fenomeno politico violento di chi sa di avere dietro di sé un solido consenso pubblico: checkpoints, assalti coordinati, coprifuoco emanati poco prima della comparsa nelle strade delle ronde di uomini incappucciati… atteggiamenti paramilitari che hanno causato l’allarme della polizia.
Proprio nel rapporto con le forze dell’ordine, del resto, emerge un altro tratto inquietante della nuova estrema destra britannica: il carattere eversivo. Mentre le forze nazionaliste sono sempre state anti-istituzionali ma pro-polizia, chi scende in piazza a Belfast prende di mira apertamente i rappresentanti del potere costituito. Lo Stato non è qualcosa da difendere, bensì un nemico da abbattere, come dimostrato dal recente caso Nowak.
Farage e la sfida della remigrazione
Sentimento su cui soffia l’estrema destra, pronta ad alimentare una tigre che promette già di divorarla. Non deve infatti sfuggire la distanza tra il Reform di Nigel Farage e chi è sceso in strada: il primo chiede “solo” di chiudere i confini; i secondi vogliono la remigrazione, cioè la deportazione di massa dei milioni di non bianchi che vivono anche legalmente su suolo britannico.
Nel laboratorio politico inglese (uno di quelli dove gli scienziati pazzi fanno il passo più lungo della gamba e i mostri sfuggono al controllo dei loro apprendisti stregoni), c’è sempre qualcuno che sta più a destra di te. I gruppi radicali già strizzano l’occhio ai remigrazionisti di Restore Britain, che al momento sta al 3% e domani chissà.
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Oltreoceano Greg Bovino, il famigerato capo della polizia speciale anti-immigrazione di Trump, ha annunciato di essere pronto a candidarsi alla presidenza. Perché quando il paziente non risponde, non importa quanto bene sia stata condotta l’operazione: il primario deve farsi da parte e lasciare il bisturi a qualcun altro, fosse anche un macellaio.































