11 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

11 Giu, 2026

Turchia, Erdogan guarda al Medio Oriente puntando all’egemonia

Recep Tayyip Erdogan

Dal Levante al Golfo Persico la Turchia di Erdogan si propone come forza stabilizzatrice del Medio Oriente mentre punta all’egemonia regionale


«La sicurezza della Turchia non inizia ad Hatay (nel sud della Turchia), ma ad Aleppo, Damasco e Beirut». Con queste parole il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan torna a battere sul chiodo della rilevanza geopolitica del suo Paese nel nuovo scenario mediorientale che si va delineando. Per Erdogan, visto il contesto instabile in cui versa la regione, l’interesse della Turchia non è più confinato solo ai suoi immediati confini, ma si spinge nel cuore del Levante, inglobando Siria e Libano nell’area di sicurezza della nazione. In contrapposizione implicita con quella che Ankara considera la principale minaccia strategica del momento: Israele.

Quanto sostenuto dal Presidente non è cosa nuova. Da tempo i turchi sono tornati ad agire in maniera più concreta e plausibile sullo scacchiere mediorientale, naturale “giardino di casa” per la potenza anatolica in ascesa. Per cementare la sua crescita geopolitica, infatti, Ankara deve prima consolidare la sua presa sui vicini e sulla regione su cui insiste geograficamente, così da poter lanciare la scalata ai vertici delle potenze globali da posizione di forza e senza il rischio di esser colpita alle spalle da vecchi e nuovi rivali.

Per riuscirci, però, la Turchia non deve solo preparare le sue difese, ma anche costruire reti di alleanze solide che la rendano un perno della regione e un utile partner per altri attori dell’area. In questo quadro s’inserisce il progetto annunciato tempo fa, e ribadito martedì, da parte di Ankara e Riad e finalizzato a costruire un grande collegamento terrestre capace di bypassare gli stretti commerciali del Medio Oriente.

Il ritorno della ferrovia dell’Hijaz

La ferrovia dell’Hijaz, revival di un progetto esistente nel secolo scorso, collegherà Turchia e Arabia Saudita passando per Siria e Giordania, permettendo di trasportare via terra beni vitali per i sauditi e, forse, persino l’oro nero di Casa Saud. «In questo momento delicato che la nostra regione sta attraversando, il funzionamento ininterrotto del commercio e della catena logistica è diventato più critico che mai. In questo periodo, rimuovere gli ostacoli che si frappongono al settore dei trasporti è una necessità strategica», ha detto il ministro dei Trasporti turco Abdulkadir Uraloglu, commentando la firma di due distinti memorandum d’intesa per ampliare la cooperazione tra i partner.

Nel quadro della costruzione del progetto di potenza turco, un accordo come quello con i sauditi serve a cementare il potere di Ankara, legando a sé i partner arabi del Golfo Persico e della Penisola Arabica. Tanto più che si tratta di nazioni sempre più preoccupate dalle azioni incostanti e imprevedibili del tradizionale alleato americano. La Turchia, in tal senso, offre almeno in prospettiva garanzie di sicurezza non solo per i commerci delle monarchie, ma anche per quanto concerne la stabilizzazione di una regione che ha perso il suo equilibrio con l’inizio della guerra tra Israele e l’Asse della Resistenza.

Anche in chiave anti-iraniana, in fin dei conti, l’amicizia dei turchi può risultare fondamentale per i monarchi del Golfo. L’ascesa di Erdogan e della Turchia è tanto dirompente da spingere, comunque, anche l’Europa a guardare dall’altra parte quando si parla dei costi che questo accresciuto peso internazionale ha comportato. Ankara è infatti attiva su vari quadranti geopolitici, dall’Africa all’Asia Centrale, e non sempre le sue azioni si allineano pienamente con i principi politici e morali degli europei.

Il pragmatismo delle cancellerie europee

Anche in casa, del resto, il governo Erdogan ha dimostrato di essere tutto fuorché un regime liberale. Ciò nonostante, per una parte significativa delle cancellerie europee, la Turchia rappresenta oggi uno dei pochi attori in grado di contribuire alla stabilizzazione del caos mediorientale. Un caos che, come è stato dimostrato in passato, può facilmente rovesciarsi dall’altra parte del Mediterraneo provocando crisi a catena in tutta Europa.

Per questo, nella visione europea, tanto meglio fare buon viso a cattivo gioco e non rompere le uova nel paniere di un Sultano che per quanto pericoloso e lontano dai principi liberali del continente resta comunque molto utile come perno di stabilizzazione. Questo discorso, qualora Ankara dovesse riuscire a consolidare i suoi progetti di potenziamento militare, potrebbe però risultare un giorno un grave errore di calcolo da parte europea.

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La Turchia, del resto, non fa mistero alcuno di voler ricoprire un ruolo molto più incisivo non solo in Medio Oriente, ma anche nel Mediterraneo. E avere una potenza sempre più forte e assertiva alle porte d’Europa, come promette di essere la Turchia di Erdogan tra qualche anno, potrebbe essere qualcosa di difficile da gestire nel prossimo futuro. Il vero interrogativo, dunque, non è se la Turchia continuerà ad accrescere il proprio peso strategico, ma se l’Europa saprà adattarsi alla nascita, ai propri confini meridionali, di una potenza che non chiede più di essere ammessa al tavolo delle grandi nazioni, bensì di occupare uno dei posti di comando.

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