10 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

10 Giu, 2026

Benvenuti ai Mondiali di calcio di Trump. Se l'America vi lascia entrare

Tra arbitri respinti, tifosi senza visto, squadre perquisite e controlli sempre più rigidi, il Mondiale 2026 racconta molto più del calcio. E mostra il volto dell’America di Trump, dove anche il pallone deve fare i conti con le frontiere


«Sa una cosa? Quel gol oggi non lo avrei fatto. Avrei dato il pallone indietro a Boninsegna, che l’avrebbe dato indietro a De Sisti, che l’avrebbe dato indietro a Facchetti, che l’avrebbe dato indietro al portiere Albertosi. Oggi si gioca così. Meno male che il mio calcio era un’altra cosa». È il ricordo-racconto appena fatto da Gianni Rivera in una bella intervista raccolta da Germano Bovolenta per “La Gazzetta dello Sport”.

Italia-Germania 4-3

Rivera segnò l’ultima rete dell’iconico Italia-Germania 4-3, quella che tutti gli italiani di allora ancora sanno dov’erano e con chi in quel momento, come fanno i tedeschi con lo storico gol di Sparwasser, quello con cui la Germania dell’Est sconfisse la Germania dell’Ovest ai Mondiali del 1974 e come non fanno i brasiliani per il gol numero 1000 di Pelé, giacché nessuno sa quale fosse davvero.

Gianni Rivera, l’Abatino per Gianni Brera ma che invece era almeno un Cardinale se non il Papa stesso, tornerà sul “luogo del delitto”, lo Stadio Azteca di Città del Messico. Il delitto, naturalmente, non fu quel gol che fu invece un miracolo. Il delitto durò appena sei minuti, gli ultimi della finale Brasile-Italia 4-1 che videro Rivera in campo a sostituire Mazzola.

Il Mondiale «trumpantino»

Rivera sarà allo Stadio Azteca dove oggi o domani, dipende dal fuso orario, si svolgerà fra Messico e Sudafrica la partita inaugurale dell’evento che terrà sveglio il mondo fino al 19 luglio, quando si giocherà la finale che molti pronosticano tra Francia e Spagna.

Tutto è piuttosto scombiccherato in questo Mondiale “trumpantino”, crasi fra Trump e Infantino, presidente degli Stati Uniti e presidente della Fifa. Il torneo si disputa in tre Paesi, Canada, Messico e Stati Uniti. Ma potrebbe andare peggio: quello del 2030 sarà distribuito addirittura su tre continenti. Il Mondiale deve ancora iniziare eppure già fa parlare di sé per una serie di episodi che lo stanno caratterizzando.

Serpenti, sparatorie e tecnologia

Gli svizzeri, per esempio, nel ritiro di Carmel Valley, in California, si sono trovati circondati dai sonagli. Non quelli delle tradizionali mucche elvetiche, ma quelli dei serpenti che infestano la zona. Si era perfino pensato di installare cartelli di avviso per tifosi e addetti ai lavori.

Gli inglesi, invece, nel ritiro di Kansas City hanno assistito a una sparatoria nelle vicinanze. Non si sono particolarmente impressionati, nonostante il bilancio finale sia stato di nove feriti. Negli Stati Uniti, si sa, le armi fanno parte del paesaggio. Intanto anche il pallone è diventato un concentrato di tecnologia: il nuovo Trionda è dotato di un sistema capace di registrare fino a 500 movimenti al secondo.

Arbitri respinti e squadre perquisite

Non sapeva di dover affrontare un interrogatorio di sette ore all’aeroporto l’attaccante iracheno Aymen Hussein. Non lo sapeva neppure Omar Artan, arbitro somalo considerato tra i migliori del continente africano, che si è visto respingere l’ingresso negli Stati Uniti a causa della provenienza considerata “a rischio”.

La nazionale dell’Uzbekistan allenata da Fabio Cannavaro non immaginava di essere sottoposta a controlli con metal detector e cani antidroga. I giocatori del Senegal, invece, si sono ritrovati sottoposti a scansioni approfondite direttamente sulla pista dell’aeroporto.

Gli iraniani alla fine giocheranno negli Stati Uniti, ma il loro ritiro è stato spostato in Messico e diversi membri della delegazione sono ancora alle prese con il problema dei visti. Anche la quota di biglietti riservata ai tifosi è stata ridotta.

I tifosi senza visto

Tempi complicati non solo per l’Iran. Anche numerosi tifosi del Marocco e della Scozia hanno scoperto di non poter seguire le proprie nazionali. Azeddine Atraoui, responsabile dell’associazione dei tifosi marocchini, racconta che a 40 dei 42 sostenitori che avevano richiesto il visto è stato negato l’ingresso senza alcuna spiegazione ufficiale.

Molti avevano già acquistato voli, biglietti e prenotato alberghi. Situazione analoga per numerosi tifosi scozzesi, che si sono visti revocare l’Esta già approvato. Lo status delle loro richieste è passato improvvisamente da “approved to travel” a “not authorised”.

Nessuna spiegazione. Solo il divieto di partire.

L’ombra di Trump sul torneo

E poi ci sono centinaia di iraniani che fuori dal Sofi Stadium di Inglewood, in California, hanno sventolato la bandiera dello Scià per chiedere la fine del regime degli ayatollah. Sul torneo aleggia anche il rapporto sempre più stretto tra Donald Trump e Gianni Infantino. Il New York Times ha acceso i riflettori sui rapporti tra i due presidenti: l’ufficio alla Trump Tower affittato dalla Fifa, gli incontri a Mar-a-Lago, gli inviti alla Casa Bianca, le iniziative comuni e il cosiddetto “Peace Award”. Business is business.

Quel che appare sempre più evidente è che questo Mondiale non è soltanto una manifestazione sportiva. È anche uno specchio dell’America di Trump, delle sue frontiere, delle sue contraddizioni e del nuovo peso che la politica esercita perfino sul calcio.

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