Il costituzionalista Paolo Armaroli analizza i nodi politici al centro del dibattito sulla legge elettorale
Paolo Armaroli, a lungo docente di diritto costituzionale comparato e di diritto parlamentare all’Università di Genova, è stato deputato di Alleanza Nazionale dal 1996 al 2001. Con lui abbiamo approfondito lo stato attuale delle due coalizioni e i nodi della legge elettorale.
Professore, il consenso di Vannacci cresce, quanto può incidere? Secondo i recenti sondaggi sembra necessario al centrodestra per vincere.
«Vannacci oggi si chiede se convenga stare fuori o dentro la coalizione. Stando fuori, tra un anno potrebbe prendere molti più voti, ma l’elettore medio potrebbe pensare che votandolo farebbe vincere le sinistre. Restando nella coalizione avrebbe meno voti. ma sarebbe determinante. Ricordo che nella Prima Repubblica il Pri era determinante con il 2%. L’utilità marginale farebbe la differenza: Vannacci sarebbe determinante e pretenderebbe molto in termini programmatici e di governo. Insomma, può ancora succedere tutto. La difficoltà ulteriore che assilla Giorgia Meloni è la propensione di Vannacci per Putin: questo potrebbe diventare un elemento di esclusione dalla coalizione».
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È realistica la rinuncia a Vannacci per acquisire il partito di Carlo Calenda?
«C’è un rapporto cordiale tra Meloni e Calenda, ma, per dirla con Stalin, bisogna capire quante divisioni ha Calenda. Dubito che possa prendere il 4%. Lo spazio al centro si riduce a quasi nulla perché è presidiato da Forza Italia, specie dopo le sollecitazioni di Marina Berlusconi. E Forza Italia, contro tutte le previsioni, va meglio con Berlusconi morto che con l’ultimo Berlusconi vivo».
Oggi con il Rosatellum si rischia il pareggio. E con due coalizioni estremamente polarizzate diventerebbe molto difficile formare un governo tecnico.
«Imperativo categorico è vincere, come disse Benito Mussolini proprio il 10 giugno di 86 anni fa: “Vincere e vinceremo”. Ma gli alleati della Meloni sottovalutano la questione del voto di preferenza. Forza Italia e Lega non vogliono le preferenze, ma se Meloni vi rinuncerà sarà un massacro per il centrodestra. Avremo il bis del referendum giustizia con il centrosinistra che accuserà: “Rinunciate ai collegi uninominali e pure alle preferenze? Ma così il cittadino non potrà scegliere”. A furia di calunniare qualche cosa resterà. Così il centrodestra può perdere le elezioni».
E con la legge elettorale in discussione?
«Potrebbe esserci un problema di maggioranze diverse tra Camera e Senato, ma in questi casi chi vince può sempre contare su qualche “volenteroso”. Ma con la legge in discussione non ci sarebbe pareggio. Il problema è che le opposizioni continuano a dire “No”. Mi ricordano Natale in casa Cupiello quando Edoardo chiedeva: “Ti piace questo presepe?” Risposta: “No”. “E perché?”. “Perché no”. Insomma, c’è una situazione paradossale: tutte le riforme tentate dal centrodestra – premierato, autonomia differenziata e giustizia – sono riforme in passato proposte dalla sinistra. Siamo nell’Italia di Luigi Pirandello».
Schlein e Conte però non presentano alcuna proposta alternativa…
«Non si configurano come opposizione di alternativa. Del resto non si sa ancora chi sarà il leader dell’opposizione, né hanno uno straccio di programma. Sono uniti solo dal “No”. Ma potrebbero vincere le elezioni giocando la carta delle preferenze».
A proposito di leader, anche l’indicazione preventiva dei candidati premier era una proposta dell’Ulivo…
«Ero nella bicamerale D’Alema. Nel 1988 dopo il fallimento della bicamerale, Mattarella presenta una legge elettorale introdotta da una relazione che azzarda l’ipotesi di inserire nel programma anche il candidato premier: non era un testo normativo, ma una ipotesi ventilata nella relazione. In ogni caso, citarla significa che non la considerava contraria alla Costituzione».
E lei che ne pensa?
«La considero auspicabile: è un segno di chiarezza. Del resto il Presidente della Repubblica è limitato sempre quando il risultato elettorale è chiaro. Luigi Einaudi, il miglior presidente della nostra storia, non aveva possibilità diverse dal dare l’incarico a De Gasperi perché la Dc era il partito egemone. Lo stesso avvenne con Berlusconi. L’ultimo caso è proprio quello dell’ottobre 2022: Mattarella poteva dare l’incarico ad altri? No, per forza a Meloni. Giuliano Amato ha detto che i poteri del capo dello stato sono “a fisarmonica”: si restringono quando c’è bonaccia politica e si allargano in momenti difficili. Per esempio, quando nel ’53-’54 il centro entrò in crisi il Capo dello Stato ebbe più possibilità di scelta: fu il momento del passaggio al centrosinistra».
L’indicazione del premier crea un problema al centrosinistra?
«Certo, non c’è dubbio. Come diceva Andreotti: “A pensar male si fa peccato ma si indovina”: una delle ragioni per cui Meloni si batte per il candidato premier è per buttare la palla nel centrosinistra dove oggi Schlein e Conte si beccano come i polli di Renzo. Tanto che forse si arriverà a un terzo possibile outsider: per esempio Silvia Salis. L’indicazione del premier è una carta a vantaggio del centrodestra».































