L’Ue vara il ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia mentre cresce il dibattito su una possibile apertura ai negoziati
L’evoluzione del conflitto russo-ucraino pone l’Europa davanti a un dilemma: sfruttare le difficoltà militari ed economiche di Mosca per ritagliarsi un ruolo nei negoziati o alzare ulteriormente la pressione su Putin? Stando alle più recenti iniziative di Bruxelles e delle cancellerie del vecchio continente, il corso d’azione prescelto sembra essere una combinazione delle due opzioni. Nella giornata di ieri, la Commissione europea ha infatti presentato il ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Le nuove misure restrittive colpiranno trentuno banche russe, il settore energetico e bloccheranno l’esportazione di alcuni beni a uso duale verso la Federazione Russa.
Eppure, contemporaneamente, aumentano le voci a favore del lancio di un’iniziativa diplomatica europea per un cessate il fuoco in Ucraina. L’ultimo a esprimersi in tal senso è stato il portavoce del cancelliere tedesco Friedrich Merz, Stefan Kornelius, secondo cui i governi europei potrebbero esplorare un negoziato in coordinamento con gli Stati Uniti. Probabilmente l’introduzione di nuove sanzioni e i tentativi di rilanciare un ruolo diplomatico europeo non sono mosse coordinate. In effetti, già dalla fine di aprile si parla del ventunesimo pacchetto. Parallelamente, la potenziale mediazione europea nel conflitto russo-ucraino è un tema emerso già da diverse settimane.
Nondimeno, i principali governi europei e le istituzioni Ue seguono una linea comune: la fermezza verso la Russia come presupposto per un ruolo diplomatico dei paesi del vecchio continente, sfruttando il fallimento della mediazione dell’amministrazione Trump. Secondo questa logica, nuove misure restrittive e riaffermazione del sostegno all’Ucraina dovrebbero convincere i russi che il costo dello sforzo bellico è insostenibile, aprendo margini per un negoziato che tuteli Kiev e gli interessi europei.
Le difficoltà militari della Russia
In effetti, la Russia si trova in una fase di acuta difficoltà. Sul campo di battaglia, i progressi restano minimi a fronte di perdite estremamente elevate: trentamila nello scorso mese, secondo alcune stime. Inoltre, l’Ucraina ha messo in campo una crescente capacità di condurre attacchi nel territorio russo con i droni. Tre sono i benefici tattici ottenuti da Kiev. Primo: i danni alle infrastrutture petrolifere russe stanno aumentando, con effetti deleteri sugli introiti del Cremlino. Secondo: le linee logistiche delle forze armate russe sono sempre più sotto pressione.
Terzo e più importante: l’Ucraina sta dimostrando di essere in grado di portare la guerra dentro le case dei russi, anche colpendo obiettivi civili. Risultato: per il cittadino medio la guerra non è più realtà lontana che non incide sulla sua vita. A maggio, gli ucraini hanno lanciato circa seicento droni contro il territorio russo, compresa la capitale Mosca. Lo scorso fine settimana, San Pietroburgo è stata bersagliata da sistemi aerei a pilotaggio remoto durante il Forum economico internazionale, evento molto rilevante per l’immagine di Mosca.
La sfida politica di Zelensky
Sempre sul piano simbolico, Zelensky ha lanciato la sfida a Putin proponendogli un incontro in una lettera in cui elenca tutti i fallimenti russi nel conflitto, spingendo il destinatario della missiva a definirla «scortese». Accanto ai danni militari e d’immagine, la Russia resta in difficoltà anche sul piano economico. La Banca centrale russa ha lanciato un allarme sulla possibile insostenibilità dei costi per la difesa. Eppure Putin non appare ancora disposto a rinunciare al proprio obiettivo minimo: la conquista del Donbass, anche se non sarà completata nemmeno nel 2027 ai ritmi attuali.
Il capo del Cremlino ha inoltre già rifiutato l’offerta di Zelensky.Per il momento, Mosca minimizza anche la possibilità di un ruolo diplomatico europeo, con l’eccezione di figure considerate non ostili alla Russia, ma spesso invise nel vecchio continente. Dal canto loro, Francia, Germania e Regno Unito — i paesi più attivi nella definizione della postura europea nel conflitto — non hanno finora elaborato una nuova offerta negoziale.
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Dopo il summit di Londra con Zelensky, i capi di governo e di Stato dei tre paesi hanno semplicemente ribadito le posizioni europee sulla necessità di un cessate il fuoco come precondizione del negoziato e sulla fornitura di garanzie all’Ucraina. In una situazione così fluida, in cui la Russia è in difficoltà ma tutt’altro che in ginocchio, resta sempre presente il rischio che Putin, piuttosto che trattare, decida di innalzare il livello dello scontro. Con effetti destabilizzanti per tutto il continente.































