Dopo la vittoria di Nikol Pashinyan, l’ex console onorario a Gyumri Antonio Montalto legge il risultato delle elezioni in Armenia come un cambio di equilibrio geopolitico
«Un voto che certifica la diminuzione dell’influenza russa e una possibile affermazione della Turchia». È sempre schietto Antonio Montalto, ex console onorario di stanza a Gyumri e responsabile del community development di Aspire, la ong con cui sviluppa progetti educativi nel paese.
Lo raggiungiamo al telefono mentre a Yerevan Nikol Pashinyan rivendica la vittoria con il dieci per cento delle schede contate. A scrutinio chiuso il suo Contratto Civile si ferma al 49,81 per cento. Vince, ma non stravince. Dietro, staccata, l’alleanza Armenia Forte del miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan, poco sopra il ventitré. Più indietro, altre due liste d’opposizione oltre la soglia, di stretta misura. Tutte e tre con lo sguardo a Mosca.
La vigilia era stata un crescendo di minacce. Putin che evoca per Yerevan lo «scenario ucraino». Il Cremlino che richiama l’ambasciatore e agita sanzioni e dazi sui prodotti armeni. Trump che, dal versante opposto, benedice la rielezione. E, sullo stesso fronte, il peso dell’Unione europea, con la Francia di Macron in prima fila, a corteggiare Yerevan. In mezzo, una campagna tesa fino all’ultimo giorno con tentativi di assalto a Pashinyan e litigi con i reduci del Nagorno-Karabakh.
Pashinyan non sfonda: che succede in Armenia?
«Questo voto era un termometro di quanto Mosca potesse ancora incidere. E il segnale è di declino. L’Unione Sovietica era una società fluida, e con due milioni di armeni in Russia parliamo di situazioni che non sono lineari. Però, nonostante tutto, mi sembra che la Russia non è riuscita più di tanto a pesare. Pashinyan ha raggiunto il 49,81%, e poi tre partiti hanno superato la soglia di sbarramento, tutti e tre di opposizione, tutti e tre filo-Cremlino».
La Russia aveva fatto più minacce che altro. O sbaglio?
«Sì, è abbastanza così. Poi c’è la realpolitik di controllare situazioni che sono dispendiose, e con l’Ucraina tra le mani… Quel che era auspicabile, e non è successo, è che il partito di maggioranza superasse il 50% di qualche punto, non restasse al borderline: molto egoisticamente, per evitare il caos. Personalmente preferisco questa soluzione — non ottimale, ma pratica».
Infatti campagna infuocata. Ora continuerà il processo di pacificazione con l’Azerbaigian e con la Turchia?
«Sulla carta continua, ed è prioritario nella politica attuale: la stabilizzazione. Ammesso che non sia una chimera, e che in posti come questi si possa davvero stringere la mano e dire che un accordo vale anche per il futuro. Perché è un problema di valori: accordarsi e non rimettere tutto in discussione il giorno dopo. Vedere un trattato come un primo passo è un elemento di debolezza: a queste latitudini, «tu accetti, quindi sei debole, non puoi fare altro che accettare, e allora domani io ti chiedo un po’ di più».
Può reggere?
«L’elemento cardine è una stabilità che dura. È il primo punto. Ma l’elemento che davvero si può sottolineare è il declino della Russia. Se ne parla poco, a mio avviso. Io sono convinto che in questo momento le circostanze siano tutte a favore della Turchia».
E cosa significa una Turchia che avanza?
«Che la Turchia ha già peculiarità chiave: è una nazione grande, il secondo esercito d’Europa, con grandi capacità diplomatiche e una storia. Oggi siamo in un quadro di alleanze e nemici «ad assetto variabile»: con una stessa nazione ci sono elementi su cui sei d’accordo e altri no. Tutto è molto fluido. Viviamo un mondo di linee d’influenza intermedie. La Turchia, a mio avviso, lo è. Non vedo come la Russia possa diventare interlocutore senza l’Europa. Vedo un declino russo e una crescita turca, e una conflittualità più o meno latente tra Mosca e Ankara».
Putin ha fatto minacce molto precise: l’Armenia potrebbe fare la fine dell’Ucraina. Possibile?
«Io credo sia più una boutade, una minaccia, proprio perché viene a collidere con gli interessi di un attore intermedio. La Turchia è una nazione di medio calibro come minimo, molto organizzata, con capacità anche diplomatiche: è un osso duro».
E le basi russe in Armenia?
«Credo che in questo declino l’interlocutore della Russia diventerà proprio la Turchia. E avendo Turchia e Azerbaigian in qualche modo le mani sulla Georgia, è chiaro che si crea già un primo sbarramento. Adesso la Russia minaccia sanzioni sui prodotti armeni; ma è un discorso che vale fino a un certo punto, perché l’Armenia si apre all’Europa. Certo, deve fare un salto di qualità: i prodotti vanno verificati con gli standard europei. Sono occasioni di crescita».
Passo non facile.
«È una società conservativa, basata un po’ sulla massa, sul «siamo più forti» — ma non è così, non ha flessibilità. Però, dovendo pestare i piedi alla Russia, per una nazione non so se convenga mettersi contro un interlocutore come Mosca. Secondo me l’Armenia deve cominciare a pensare — e non è semplice — ad avere come interlocutore la Turchia: un cambiamento enorme, passare da una cosa latente a una strutturata, quindi l’apertura dei confini».
Complicato. Penso solo alle istanze del Nagorno-Karabakh.
«Agli sfollati dall’enclave il vecchio passaporto del Karabakh — il «070» — non dava diritto di voto: un elemento smaccatamente sleale. Decine di migliaia di persone non hanno partecipato. Fa parte di quel modo un po’ sovietico di concepire le cose».
E chiesa apostolica? Pare sia non favorevole al cambiamento
«Personalmente sono convinto che modernizzare lo Stato sia un’idea giusta. Il problema è il modo: se è eterodiretto o se fa parte di un’evoluzione. E poi non bisogna essere ingiusti: è lo Stato che ha utilizzato la chiesa, non il contrario — per tenere le redini della nazione.
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Questo processo di modernizzazione è salutare se non è eterodiretto e se non passa per un atteggiamento anticristiano. La fede, le tradizioni e i credenti vanno rispettati. Bisogna rispettare la genuina fede delle persone».
Dopo 37 anni in Armenia, sei preoccupato?
«No, non sono preoccupato. Quello che mi tocca è una questione di valori e di principi. Le nazioni grandi non possono giocare con quelle che ritengono nazioni di serie B per fare i loro comodi. Tutte le nazioni sono di serie A, con circostanze diverse. Non è che, perché sei più capace, puoi abusare delle altre. Il rischio è quello di chi esce dall’Europa — dove ti prendi un pesce in faccia — e altrove si sente l’imperatore. È un errore intellettuale, di provincialismo».
Cioè?
«Devi rispettare le persone anche quando non vogliono essere rispettate: quello è il valore della cultura. L’evoluzione va verso un ordine mondiale completamente diverso, con asset intermedi. La Turchia, secondo me, è uno di questi».
Un disordine mondiale, forse.
«No, un ordine. Perché l’alternativa è la bomba atomica — perché ci si stanca — oppure andare su Marte. I valori dovrebbero portare a unire più che a dividere. Non puoi trattare le nazioni a seconda della resistenza che ti danno, se sono forti o deboli. Ci si ferma troppo alla diagnosi: «ho capito tutto». E poi? Poi servono i correttivi Sennò il problema viene solo rinviato. E si torna al punto di partenza».
































