7 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

7 Giu, 2026

Israele attacca Beirut, l’Iran giura vendetta

Raid nel quartiere sciita di Dahiyeh a Beirut, Tel Aviv aveva avvertito gli Usa. Teheran promette vendetta: «Risposta ferma e dolorosa»


Il confine che separa la tregua intermittente da un ritorno a una guerra generale è sempre più sottile in Medio Oriente. Ieri pomeriggio l’aviazione israeliana ha infatti bombardato un edificio nella zona sud di Beirut, il quartiere sciita di Dahiyeh, colpendo quello che ha definito essere un «centro di comando» di Hezbollah. All’interno non vi erano operativi del partito-milizia sciita, ma l’attacco ha comunque causato la morte di due civili.
Si tratta del primo raid israeliano contro la capitale libanese dallo scorso 28 maggio; dopo quella data, infatti, Israele aveva pianificato una campagna di bombardamenti di Dahiyeh, ma a poche ore dal suo lancio, lo scorso 2 giugno, era stata dissuasa dall’intervento diretto di Donald Trump.

La tregua a rischio

Il motivo era semplice: l’Iran aveva fatto sapere che in caso di nuovo bombardamento della capitale libanese avrebbe risposto militarmente attaccando Israele. Da allora Beirut era rimasta di fatto una “zona santuario” al riparo dagli attacchi israeliani, fino a ieri. La notizia del raid ha subito provocato una riunione virtuale d’emergenza del Consiglio supremo di Sicurezza Nazionale iraniano, a seguito della quale il presidente del Parlamento iraniano (nonché attuale uomo forte di Teheran), Mohammad Bagher Ghalibaf, ha tuonato contro Stati Uniti e Israele:

«Non rispettano né la tregua né credono nel dialogo, e con il blocco navale e la violazione degli accordi sul Libano hanno dimostrato di capire solo il linguaggio del potere». Quindi la minaccia di rappresaglia: «Il blocco navale contro la nazione iraniana e l’odierno via libera concesso dagli Stati Uniti al regime sionista rendono le basi e le risorse statunitensi e del regime nella regione obiettivi legittimi. Le nostre forze armate hanno il dito sul grilletto, come sempre».

L’attacco concordato con Washington

Secondo quanto riferito da Axios, infatti, Israele avrebbe informato in anticipo l’amministrazione Trump prima dell’attacco a Dahiyeh. La testata americana, che cita due funzionari informati sulla questione, riportava ieri che Tel Aviv avrebbe motivato l’attacco all’amministrazione Trump con i continui raid di Hezbollah contro il nord di Israele, che violerebbero il cessate il fuoco, conferendo a Tel Aviv il diritto di colpire Beirut. Una ricostruzione dei fatti che ignora però le continue violazioni israeliane, tanto che l’attacco a Dahiyeh non è stato che uno dei numerosi compiuti ieri dalle Idf, che hanno colpito anche la città di Tiro, il sud del Libano e la valle della Beqaa.Oltre a Ghalibaf, anche il portavoce della Commissione parlamentare per la Sicurezza Nazionale, Ebrahim Rezaei, ha dichiarato che Teheran «risponderà all’attacco del regime sionista su Dahiyeh con una risposta ferma e dolorosa. Questi cani rabbiosi devono essere disciplinati e rimessi al loro posto; stanotte guardate il cielo dei territori occupati».

La “visione” di Trump

Sullo sfondo di questa escalation, la giornata di ieri è stata segnata anche dalle dichiarazioni di Donald Trump alla trasmissione «Meet the Press» della NBC News, dove il presidente americano ha commentato lo stallo diplomatico e più in generale offerto la sua visione sul contesto mediorientale. Sul fronte diplomatico con l’Iran, Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti sono «molto vicini» alla firma di un accordo, ma che sta spingendo Teheran ad andare oltre nell’abbandono delle ambizioni nucleari. Affermazioni che però rappresentano ormai una pura formalità, visto che il tycoon le va ripetendo da più di due mesi. Quanto al destino dell’uranio altamente arricchito ancora in possesso di Teheran, uno dei punti focali di dissenso, Trump ha affermato che gli Stati Uniti lavoreranno con l’Iran per recuperarlo e distruggerlo se si raggiungerà un’intesa: «Se ci mettiamo d’accordo e decidiamo di essere amici, andremo tutti insieme. Sarà la nostra attrezzatura».

«Ma la cosa più importante è che non possiamo permettere all’Iran di avere un’arma nucleare. Non possiamo farlo. E non lo faremo». Quanto alle sanzioni, ha chiarito invece che non intende sbloccare asset iraniani né revocare alcuna misura restrittiva prima che un accordo di pace sia siglato: «Viene dopo. Sì. Se si comportano bene, se fanno un buon lavoro, allora ne parliamo». In altre parole, non si registra alcun mutamento di posizione, né da una parte né dall’altra. Sul Libano, Trump ha precisato di non voler imporre che il Paese dei cedri faccia parte dell’accordo a breve termine per il cessate il fuoco nella guerra con l’Iran, di fatto separando i due dossier, una posizione in diretta contrapposizione alle richieste iraniane e ai termini iniziali dell’accordo di cessate il fuoco mediato dal Pakistan.

Attacco terroristico a nordest di Tel Aviv

A chiudere l’ennesima giornata di sangue è arrivata nelle prime ore di domenica mattina la notizia di un attacco terroristico nella regione di Sharon, a nordest di Tel Aviv. Un uomo di circa 35 anni è stato dichiarato morto sul posto dai soccorritori, mentre due feriti versano in gravi condizioni. La polizia ha eliminato uno dei terroristi, identificato come Omar Yassin, cittadino israeliano arabo della città di Taibe; le forze di sicurezza hanno avviato una caccia all’uomo per l’eventuale complice. Le autorità israeliane hanno indicato che l’attacco è da considerarsi «nazionalmente motivato», la formula con cui Israele definisce gli attentati di matrice palestinese. Insomma, un altro “giorno di ordinaria follia” mediorientale.

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