7 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

6 Giu, 2026

Papa Leone XIV: «La guerra in Iran non è giusta». E spinge sul negoziato per Kiev

Il Papa, in visita in Spagna, rilancia la condanna contro la guerra e si dice «preoccupato» per l’Ucraina: «Bisogna spingere sul negoziato»


«Credo sia stato già dichiarato con molta chiarezza: viene meno, lì, una guerra giusta», così si è espresso papa Leone XIV parlando della guerra contro l’Iran a bordo dell’aereo che lo ha condotto in Spagna dove ha iniziato il suo viaggio episcopale. «Il problema è che la teoria della guerra giusta viene da secoli passati, quando non si immaginavano le armi e la capacità di distruzione che l’uomo ha oggi». Il Pontefice non fa che conferma dunque la sua posizione, una posizione che gli era valsa pesanti critiche da parte del Presidente americano Donald Trump. E non dimentica la tragedia ucraina: «Occorre insistere per la fine delle violenze e della guerra», ha detto, aggiungendo: «Il messaggio dell’enciclica è: promuovere i negoziati che almeno erano in corso, ma dobbiamo davvero esercitare pressioni per porre fine alla violenza e alla guerra e trovare una soluzione. Troppe vite si stanno perdendo in questo momento».

Washington e Teheran tornano a sparare nel Golfo

Tornando al Medio Oriente, anche nella giornata di ieri, infatti, nel Golfo Persico si sono consumate le ormai consuete “scaramucce” tra Stati Uniti e Iran, a testimonianza del fatto che la guerra sia tutt’altro che conclusa (senza dimenticare che il blocco navale americano ai porti iraniani costituisce un atto di guerra secondo il diritto internazionale). Lo scontro di ieri ha avuto inizio quando i Pasdaran iraniani hanno preso di mira una nave che tentava di uscire dallo Stretto di Hormuz senza essersi coordinate con le autorità di Teheran. Nel comunicato pubblicato ieri mattina, i pasdaran annunciavano che «quattro petroliere ostili, guidate e dirette dall’aggressivo esercito americano hanno tentato un’uscita illegale dallo Stretto di Hormuz.

Dopo gli avvertimenti, una delle petroliere è stata presa di mira e fermata, mentre le altre hanno fatto marcia indietro». È seguita poi la risposta degli Stati Uniti, quando poi «alle 02:00, droni americani senza pilota hanno colpito una torre di telecomunicazioni a Qeshm e una struttura navale a Sirik», entrambe nel Golfo Persico. I pasdaran hanno quindi dato il via all’ennesima rappresaglia, prendendo «di mira due basi aeree americane in Kuwait con missili balistici, tra cui Ali Al-Salem, nonché ciò che restava del quartier generale della 5ª Flotta americana in Bahrein». Quindi l’avvertimento finale: «il ripetersi di questi atti malvagi non si limiterà a una risposta circoscritta. Sarete pienamente responsabili delle conseguenze e della chiusura totale dello Stretto di Hormuz all’esportazione di tutto il petrolio e il gas».


Sempre in mattinata, anche il Central Command statunitense ha pubblicato la sua versione dei fatti, asserendo che «l’Iran ha lanciato 7 missili balistici contro il Kuwait e il Bahrein. Le stime iniziali indicano che sei dei missili lanciati dall’Iran sono stati intercettati e che il settimo non ha raggiunto l’obiettivo previsto». Mentre le «affermazioni iraniane relative a danni al quartier generale della Quinta Flotta statunitense in Bahrein sono false». Immagini pubblicate in mattinata mostravano tuttavia del fumo alzarsi dalla base della 5ª Flotta americana in Bahrein.

L’Idf uccide un soldato libanese: «Un errore»

La guerra è continuata senza tregua anche in Libano, dove le Idf ed Hezbollah non cessano di scambiarsi colpi a vicenda. In mattinata però, l’esercito israeliano ha ucciso un brigadier generale libanese e due soldati in un attacco aereo nel sud del Libano, lungo la strada Khardali-Nabatieh. Le Idf hanno successivamente dichiarato che l’incidente era stato un «errore» e che era in corso un’indagine approfondita per chiarire le circostanze dell’attacco. L’attacco a membri delle Forze armate libanesi ha scatenato una ferma condanna verbale da parte del presidente libanese Joseph Aoun, che ha parlato di «un brutale raid aereo». L’attacco, ha sottolineato Aoun, è una «flagrante violazione della sovranità libanese e del diritto internazionale».

Ieri è anche arrivata la risposta iraniana alle parole di venerdì del presidente libanese, che aveva accusato Teheran di usare il Libano come pedina di scambio negoziale». Rispondendo via social, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che «se il Libano fosse stato una merce di scambio per l’Iran, avremmo raggiunto un accordo molto tempo fa». Ha poi esortato il Presidente Aoun a «salvare il Libano dal suo vero nemico, signor Presidente», riferendosi implicitamente a Israele.

Allerta Usa per azioni di spionaggio israeliano

In questo momento nemmeno le relazioni tra Stati Uniti e Israele sembrano esenti da piccoli screzi. Ieri, infatti, secondo quanto riportato dall’emittente americana NBC, l’Agenzia di Intelligence della Difesa (DIA) degli Stati Uniti ha elevato il livello di minaccia dello spionaggio israeliano sui funzionari americani al livello più alto, classificandolo come «critico». Una decisione che riflette crescenti preoccupazioni riguardo agli sforzi di intelligence israeliani che prendono di mira alti funzionari statunitensi. Il report è stato però prontamente definito come «completamente falso» dai media di Tel Aviv.


Tornando allo stallo tra Washington e Teheran, nonostante le crescenti frizioni e le continue scaramucce i canali di comunicazione indiretta tra Iran e Stati Uniti sembrano comunque rimanere aperti. A testimonianza di ciò, il ministro degli Interni pakistano, Mohsin Naqvi, ha effettuato ieri un viaggio a Teheran. Questa visita, la seconda in meno di una settimana, è stata descritta dai media iraniani come un tentativo di «facilitare lo scambio di messaggi» tra Iran e Stati Uniti, mentre continuano a persistere differenze di fondo sui beni iraniani congelati e sulla gestione di Hormuz.

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