Pina Picerno vicepresidente dell’Europarlamento da tempo in dissenso con la linea Schlein, esce dal gruppo: «Non è più il mio posto»
Non è una tragedia, «quelle sono ben altre» dice un alto dirigente del Pd da Strasburgo. Ma è certamente uno shock per il partito e anche il centrosinistra nel suo insieme. Il rischio adesso è quello della «paralisi», nel programma, nella scelta della leadership e anche, dettaglio non da poco, sulla reale natura del Pd, la casa comune di Ds e Margherita o solo un’evoluzione contemporanea dei Ds?
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A un anno dal voto, tutto questo è una pessima notizia. Oppure l’occasione per una ripartenza. Pina Picierno, vicepresidente del gruppo Pd all’Eurocamera, ha lasciato il gruppo a Strasburgo. «La casa dei riformisti non c’è più – ha detto nell’intervista a Il Foglio con cui ha annunciato l’addio – non si può essere ambigui con il fascismo putiniano e gli estremismi. È ora di lavorare a qualcosa di nuovo, per vincere le elezioni».
Nel 2007 Pina Picierno era una delle giovanissime che parteciparono allo scioglimento della Margherita e alla nascita del Partito Democratico di cui divenne responsabile giovani. L’ingresso in Parlamento risale al 2008.
«La casa dei riformisti non c’è più»
«Di dubbi ne ho avuti moltissimi – ha aggiunto nel colloquio con il direttore Claudio Cerasa – mi sono più che lacerata ma credo che per rispetto alla mia dignità politica e personale sia arrivato il momento di lasciare il Pd di Elly Schlein che è divenuto un posto diverso da quello che abbiamo fondato, e perché ho sempre chiesto alla politica la forza e il coraggio di fare in coscienza le scelte più giuste. Ora tocca a me avere coraggio».
Parole durissime che non possono essere liquidate facilmente. Nei corridoi del Parlamento europeo la notizia circolava già da un po’ e forse anche per questo i commenti ufficiali sull’addio di Pina Picierno si contano sulle dita di una mano.
La replica di Schlein
La vicepresidente dell’Eurocamera era da tempo in dissenso con la linea politica di Elly Schlein, aveva «alzato la voce» chiedendo al partito una posizione chiara sull’Ucraina e contro Putin, cosa che le è costata anche la pubblica gogna da parte della propaganda putiniana.
Il primo giugno, in un’iniziativa pubblica del partito, aveva letto l’articolo 51 della Costituzione sull’esplanade del Parlamento europeo in occasione della Festa della Repubblica. Accanto a lei c’era il capodelegazione dem Nicola Zingaretti. Che ha commentato dopo molte ore, a metà del pomeriggio, segno della frattura e del colpo accusato. «Sono molto dispiaciuto per la scelta di Picierno – ha detto Zingaretti – non capisco, in questi due anni abbiamo sempre votato con lo stesso indirizzo».
Poco dopo sono arrivate le parole della segretaria del Pd mentre era alla presentazione del libro dell’ex ministro Cesare Damiano.
«Sono molto dispiaciuta e lo sono sempre quando qualcuno decide di lasciare. Io però non condivido la lettura e le motivazioni che Picierno dà del Partito democratico. Noi siamo e restiamo plurali, inclusivi, abbiamo cura delle sue diverse culture politiche e sensibilità. Il mandato che abbiamo ricevuto per una linea chiara e progressista non è mai stato in discussione come la cura e l’attenzione al pluralismo che è un valore».
Le ferite aperte su Ucraina e politica estera
La segretaria che ha fatto del «testardamente unitari» il proprio motto ribadisce la linea inclusiva. Ma non c’è dubbio che la sconfitta nelle amministrative a Venezia e a Reggio Calabria, così come tutte le occasioni in cui il Pd deve prendere posizione su mozioni o voti in aula che riguardano Ucraina e Israele, abbiano riaperto ferite mai chiuse e dubbi mai risolti.
Anche perché, fanno notare alcuni deputati nazionali di area dem, Schlein «all’assemblea di Confindustria non è andata, alla parata del 2 giugno neppure, ci si continua ad arrampicare su linee invisibili come la difesa europea sì, una maggior spesa per armi no…».
Più aspra di Schlein e quasi allusiva in mattinata era stata la capogruppo Chiara Braga che tra «dispiacere» e «non comprensione della scelta di lasciare» lascia intendere che l’uscita dal partito sia «una decisione individuale, per quanto di peso, legata a prospettive di ruoli a livello europeo».
Per dirla più chiara, Picierno a fine 2026 avrebbe dovuto lasciare la carica di vicepresidente.
Il timore di nuove uscite
Ora a Bruxelles si teme che altri possano seguire Picierno. Negli sfoghi personali di alcuni eletti traspare l’insofferenza per una «gestione molto centralizzata» del gruppo. Si parla insistentemente di Giorgio Gori, l’ex sindaco di Bergamo.
Il messaggio di Gori
Che provvede di persona a deludere chi sta soffiando sul fuoco di una sua uscita. «Mando un pubblico, grande abbraccio a Pina Picierno perché so quanto le è costata questa decisione e quanto avrebbe preferito non prenderla. Ho condiviso con lei molte battaglie e continuerò a farlo a prescindere dalla maglia che ci troveremo a indossare».
Poi Gori, il primo nella lista dei possibili in uscita, manda un avviso alla segretaria e al suo team: «Spero ci sia consapevolezza del problema che queste uscite segnalano. In bocca al lupo cara Pina».
I riformisti chiedono un segnale
Sulla linea di Gori sono anche i riformisti dem, quelli rimasti, visto e considerato che negli ultimi due anni sono usciti Enrico Borghi, Marianna Madia e Anna Maria Furlan, tra Camera e Senato.
A Bruxelles aveva già lasciato Elisabetta Gualmini, l’unica che ha scelto di approdare in Azione. Gli altri sono tornati dentro Italia Viva o comunque nell’area di Matteo Renzi, alle prese con la costruzione della casa riformista, gamba di centro nel centrosinistra per riequilibrare la coalizione.
I riformisti rimasti nel Pd adesso però vogliono un segnale. «Altrimenti facciamo come nei Dieci piccoli indiani», dicono citando Agatha Christie.
L’allarme di Guerini
Nelle chat riformiste l’allarme è forte nonostante la segretaria cerchi di gettare acqua sul fuoco. Lorenzo Guerini è il leader dei riformisti, politico molto cauto e attento a misurare le parole. Ieri le ha volute scandire per bene: «Spero che la sua uscita sia valutata con attenzione e con rispetto. Il valore del pluralismo del Pd è una delle sue fondamenta, se si impoverisce ne risente in negativo tutto il partito. Mi auguro che lo si abbia tutti presente». Segretaria Schlein, fai qualcosa e dai un segnale prima che sia troppo tardi.
Il rischio di una nuova diaspora
«Pina aveva bisogno di ascolto e attenzione che non le è stata data, un grave errore – ha detto Filippo Sensi, un altro progressista del Pd – detto questo su Russia e Ucraina non ho mai visto una linea ambigua. Io sento il Pd come casa mia e quello che con altri cerchiamo di fare è di rendere più deciso il profilo riformista». Sensi biasima e denuncia chi nelle chat del Pd ieri stappava champagne chiedendo: «Chi sarà il prossimo ad uscire?».

































