4 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

4 Giu, 2026

L'Iran alza la posta: cosa vuole davvero da Trump?

Hormuz

La fragile tregua ad Hormuz rischia di rompersi e di dar il via ad un escalation mentre l’Iran alza la pressione e gli Usa provano a mantenere aperto il canale negoziale


I nuovi attacchi iraniani nel Golfo non confermano solo la fragilità del cessate-il-fuoco in vigore da aprile, ma anche un elemento ben più rilevante: l’Iran negozia da una posizione di forza. Teheran pretende concessioni diplomatiche da parte degli Usa, imponendo costi materiali in caso contrario. Nella giornata di ieri, l’Iran ha infatti colpito con un drone l’aeroporto internazionale del Kuwait, causando ingenti danni, con oltre sessanta feriti e un morto.

Inoltre, il Comando Centrale del Pentagono (CENTCOM) ha riferito di aver abbattuto altri cinque missili iraniani diretti verso installazioni militari statunitensi, di cui due in Kuwait e tre in Bahrain. I Guardiani della Rivoluzione hanno immediatamente rivendicato l’attacco, specificando di considerare il Kuwait direttamente responsabile per le azioni militari americane contro l’Iran. Poco prima, le forze armate statunitensi avevano colpito una petroliera iraniana e l’isola di Qeshm. Dunque, ed è questo l’elemento rilevante. La rappresaglia di Teheran non si è realizzata in modo simmetrico, colpendo obiettivi simili a quelli attaccati dagli americani, ma coinvolgendo obiettivi più sensibili e bersagliando Paesi terzi. Come se la guerra fosse ancora in corso.

Nonostante gli ingenti danni subiti dall’offensiva americana e israeliana sul piano militare, economico e industriale, la Repubblica Islamica è quindi più propensa ad alzare la posta rispetto a Washington in questa fase di stallo negoziale. Di più: appare più disposta a far saltare la tregua rispetto all’amministrazione Donald Trump. Il fatto che l’Iran abbia alzato il livello della rappresaglia proprio mentre il presidente statunitense, durante un’intervista, rimarcava che Teheran vuole raggiungere un accordo e che lui sarebbe perfino disposto a incontrare Khamenei figlio — dopo aver minacciato di annientare l’intera civiltà persiana nemmeno tre mesi fa — è abbastanza emblematico.

Fragilità della tregua e messaggi incrociati

Tutto ciò appare confermato anche dalle dichiarazioni pronunciate dal segretario di Stato Marco Rubio durante la sua recente audizione al Congresso. Il numero uno di Foggy Bottom — tra le figure più anti-iraniane in seno all’amministrazione — ha mostrato un cauto ottimismo verso i negoziati. Sostenendo che la guerra sia terminata. Alcuni punti fermi dell’attuale fragile fase post-bellica nel Golfo appaiono quindi evidenti. In primo luogo, viene ulteriormente confermato che l’operazione Epic Fury, insieme a quella israeliana Roaring Lion, non è riuscita a trasformare i risultati operativi in successi strategici.

Al contrario, la Repubblica Islamica è uscita dal conflitto più sicura di sé, determinata e, in certa misura, persino rinvigorita. Inoltre, sebbene entrambe le parti non cerchino l’escalation, Teheran non intende rinunciare ad alcune linee rosse per quanto riguarda la rimozione delle sanzioni, le assicurazioni per prevenire futuri attacchi e i limiti al programma nucleare. Tuttavia, tali condizioni risultano incompatibili con le richieste americane.

Negoziato sul nucleare e linee rosse contrapposte

Il risultato è l’attuale situazione di stallo. A ben guardare, le posizioni americane e iraniane sui termini generali di un possibile accordo per porre fine al conflitto non sono troppo distanti. Teheran si è mostrata aperta a negoziare sul programma nucleare. Parallelamente, difficilmente l’amministrazione Trump crede di poter concludere un accordo con l’Iran senza la rimozione di una parte delle sanzioni, probabilmente da realizzare attraverso il rilascio iniziale, da parte del Qatar, dei fondi iraniani congelati.

La grande divergenza sta nei meccanismi attraverso cui queste condizioni saranno realizzate. La Repubblica Islamica vede nel blocco dello Stretto di Hormuz una leva imprescindibile da sfruttare per arrivare a un accordo che prevenga nuovi attacchi americani e israeliani. Dunque, vuole prevenire il ritorno allo status quo ante, che ha reso possibili due offensive contro l’Iran nel giro di sei mesi. Inoltre, pretende la fine dell’offensiva dello Stato ebraico in Libano.

Hormuz, sanzioni e rischio di escalation

Per quanto riguarda il nucleare, difficilmente Teheran rinuncerà totalmente al proprio programma, dal momento che crede di poter dettare le condizioni di un accordo. Dal punto di vista americano, invece, la rimozione di una parte del regime sanzionatorio è accettabile solo dopo il ristabilimento della navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz. Quest’ultimo rappresenta per Washington la condizione minima per avviare il negoziato, mentre per Teheran sarebbe accettabile solo in cambio di solide garanzie contro futuri attacchi.

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Allo stesso modo, gli USA puntano a ottenere concessioni iraniane sulle scorte di uranio arricchito prima di iniziare il negoziato. Ma l’amministrazione Trump non ha finora dimostrato di essere disposta a rischiare una nuova escalation per alterare i calcoli strategici dell’Iran. In conclusione, nel Golfo si rischia un perdurante conflitto congelato, insostenibile per l’economia globale, che renderebbe inevitabile una nuova escalation.

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