Gli storici Francesco Perfetti e Mario Isnenghi riflettono sul 2 giugno e il suo simbolismo, il concetto di patria e i nazionalismi
Anche le democrazie hanno bisogno dei loro simboli. Il tricolore srotolato dai Vigili del fuoco sul Colosseo, quello disegnato dalle Frecce sopra l’altare della Patria. Le forze armate che sfilano assumono, in una democrazia, significato e valore diversi da quelli che hanno in Russia o in Cina: qui sono garanzia di libertà e sicurezza, là strumento di offesa e repressione. Valori diversi che, per essere fatti vivere, richiedono i riti di una religione civile. Quali siano i valori di una democrazia lo ha ricordato il presidente della Repubblica alla vigilia delle celebrazioni: il 2 giugno 1946 si è stretto «un patto tra libertà e uguaglianza». Non c’è libertà senza difesa, e non può esserci uguaglianza senza che questa sia riconosciuta dalla forma politica in cui abitiamo.
Libertà e uguaglianza
A ottant’anni di distanza, secondo Francesco Perfetti, storico, presidente della Giunta Storica Nazionale, studioso del nazionalismo, quel patto non ha bisogno di un rinnovamento, essendo ormai diventato patrimonio comune della coscienza degli italiani: «quei valori si sono sedimentati nell’animo della popolazione, indipendentemente dalle asprezze della lotta politica. Nel ’46 l’Italia è entrata nella famiglia delle democrazie liberali, di quelle che Popper chiamava “società aperte”. E per questo quella data va ricordata. Al di là della forma istituzionale: se avesse vinto la monarchia, da questo punto di vista, il discorso sarebbe stato analogo: si trattava di recuperare l’adesione a certi valori e a una certa storia».
Di diverso avviso Mario Isnenghi, anch’egli autore di molti saggi sulla storia d’Italia del secolo scorso: «Non mi pare che oggi il valore dell’uguaglianza sia capace di generare forti immedesimazioni. Temo che sia uno dei valori storici ormai passati di cottura. L’individualismo, così marcato in questa epoca storica, va in un’altra direzione». E la libertà? «Quella, almeno nelle parole, può ancora essere riconosciuta come un valore immedesimante».
Patria e nazione
Valori, dicevamo, che si incarnano in simboli. Bandiere, parate, inni. Perfetti lo dice chiaramente: «Ci sono simboli che sono alla base dell’unità e della storia del paese. Per uno stato democratico, i simboli sono ancora più importanti che per uno autoritario. In una democrazia, le forme, le istituzioni, hanno un ruolo quasi sacrale, legittimano lo Stato stesso».
In tutto questa esibizione di patriottismo c’è però qualcosa che stona, che ci fa storcere il naso. Le derive ideologiche dei nazionalismi hanno portato al deterioramento e alla consunzione del concetto stesso di patria; lo sentiamo anacronistico quando non pericoloso. Perfetti la mette così: «I nazionalismi usano il concetto di patria per affermare una gerarchia delle nazioni. Ma è una direzione diversa da quella verso cui sono andate le organizzazioni internazionali. Il multilateralismo pone proprio l’esistenza delle nazioni sullo stesso livello».
Anche per Isnenghi il concetto di patria si declina a seconda del modo in cui si concepiscono le relazioni tra Stati: «La nazione italiana dovrebbe essere uno dei mattoni per costruire un edificio comune più ampio. Esattamente come le regioni erano i mattoni per costruire un’Italia unita e articolata nelle sue differenze. Purtroppo, non mi pare che siamo di fronte a questo processo, ma semmai a un ritorno ai particolarismi nazionali». Anche il concetto di patria è passato di cottura? «No, semplicemente, non mi pare che faccia parte di un lessico comune e seriamente compartecipato. Esibire la retorica della patria potrebbe andar bene se fossimo oltre, non se siamo più indietro rispetto a quel senso di comunità». «Non dimentichiamo – precisa ancora Perfetti – che patria e nazione sono concetti diversi: la patria è il “plebiscito di ogni giorno” di cui parlava Renan. È il riconoscimento dell’appartenenza a una comunità di ideali. È un atto istintivo, che non ha bisogno di declinazioni teoriche, le quali aprono invece a derive pericolose».
L’inizio della costituente
Il 2 giugno del ’46 segna anche l’inizio di un processo costituente che si concluderà un anno e mezzo dopo con l’entrata in vigore della Carta. Cattolici e comunisti all’epoca giocavano un campionato a parte, «ma anche i socialisti ebbero un ruolo importante», ci ricorda Isnenghi. «E anche i liberali», chiosa Perfetti. E di tutte quelle ideologie cosa rimane a distanza di ottant’anni? Perfetti, da storico, la prende alla larga: «La rivoluzione russa del ’17 fu la vera e propria svolta della storia. Prima di allora, le guerre non erano mai state combattute per ideologia. Da quel momento la storia diventa invece storia ideologica. Con la fine del comunismo nell’89 le ideologie tradizionali crollano. Proprio a causa di quel crollo, la politica di oggi è molto più frammentata. Ma attenzione: perché quelle che abbiamo nominato come fautrici della nostra Costituzione non erano ideologie: erano movimenti politici». Che di quelle famiglie politiche sia rimasto ben poco, Isnenghi non si rallegra: «Erano forme organizzate di volontà collettiva dentro cui le attese, gli interessi, gli obiettivi dei singoli si organizzavano. Non ho nessun orrore retrospettivo per la prima Repubblica, per la Repubblica dei partiti. Anzi».
































