L’ex ministra delle Politiche agricole, Teresa Bellanova, interviene sul caso di caporalato nel cantiere del nuovo consolato americano a Milano e della morte di quattro braccianti nel Cosentino
«Non si tratta solo di episodi: il caporalato è un fenomeno diffuso e trasversale contro cui servono prevenzione e controlli». È questa la tesi di Teresa Bellanova (Italia Viva), già ministro dell’Agricoltura e delle politiche sociali, figura storica del sindacalismo e della lotta ai caporali, sul caso Caddell nel Nord Italia e sulla controversa morte di quattro braccianti nel Cosentino.
Come valuta l’emersione di fenomeni paraschiavisti come quelli degli ultimi giorni?
«Si tratta della manifestazione di un sistema criminale capillare e trasversale diffuso dal Nord al Sud, dai colletti bianchi ai piccoli produttori. Il problema è che molti non vogliono prendere atto del fatto che il caporalato è un sistema mafioso, fondato sullo sfruttamento massimo delle persone e sulla negazione della loro dignità. Ce ne accorgiamo solo quando qualcuno muore in un ghetto, in un pulmino, in un luogo usato come riparo o abitazione. Ma si tratta di un fenomeno più drammatico e ramificato. In Italia abbiamo una legge importante contro il caporalato, la 199 del 2016, che viene spesso disattesa e andrebbe applicata. Servono inoltre prevenzione, controlli e più presenza dello Stato nei territori. Chi viene nel nostro Paese e svolge lavori fondamentali per la nostra società ha diritto a un lavoro rispettato, a una retribuzione giusta, a orari normali e a vivere in luoghi dignitosi».
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Secondo lei l’opinione pubblica che percezione ha di questo fenomeno?
«Bisogna ricordare che si parla di un sistema criminale che nasce dove lo Stato arretra. Il caporale si sostituisce allo Stato, che non riesce a incrociare domanda e offerta di lavoro; e anche ai datori di lavoro, perché spesso non ricatta solo i braccianti, ma anche i piccoli produttori, imponendo condizioni e prezzi inaccettabili. Per questo serve insistere su controlli, prevenzione e monitoraggio. Ma per fare questo occorre che lo Stato agisca a tutela dei lavoratori, specie se extracomunitari, per sottrarli a questo giogo. Soprattutto garantendo a chi è vittima del fenomeno il mantenimento di un posto di lavoro. Non possiamo chiedere a queste persone di fare gli eroi se prima non riconosciamo il loro diritto all’esistenza giuridica e non agiamo sui territori per monitorare questi fenomeni».
Il caporalato italiano è un problema culturale o il prodotto di un sistema economico predatorio?
«È entrambe le cose. C’è un impatto culturale, perché si individua il nemico nel più povero, in chi ha un altro colore della pelle, parla un’altra lingua o ha abitudini diverse. Ma c’è anche uno sfruttamento brutale con logiche predatorie. Ricordo le battaglie nella mia provincia, a Nardò, quando gli immigrati arrivavano per raccogliere angurie e ortaggi e dormivano sotto gli ulivi. Per lavarsi usavano l’acqua concessa da un distributore di carburanti. È l’ennesimo episodio che conferma la marginalità subita da queste componenti e che non riguarda solo gli stranieri. Anche molti italiani fanno quei lavori e vengono sfruttati. Inoltre esiste un sistema di imprese sane che paga il prezzo di chi non rispetta le regole. Per questo la battaglia contro il lavoro nero e lo sfruttamento deve essere una battaglia dello Stato, delle associazioni, della politica e soprattutto delle imprese».
Oramai è un fenomeno trasversale, come va affrontato?
«Serve maggiore attenzione all’applicazione reale delle leggi vigenti. Il Piano triennale promosso quando ero al governo andava seguito con azioni concrete per prevenire questi fenomeni. Da questo derivano altri aspetti».
Quali?
«Il primo tema è la condizione di lavoro, ma subito dopo c’è la condizione abitativa. Se non si svuotano i ghetti, si accumulano frustrazione, dolore e disperazione che favoriscono il lavoro nero. Nei ghetti vivono spesso persone senza permesso di soggiorno, che si nascondono e percepiscono anche le forze dell’ordine come nemici, perché temono di essere espulse. Occorre un approccio capace di affrontare la questione sociale con rigore e integrazione. Poi serve un piano trasporti. Il trasporto è fondamentale in agricoltura, nell’edilizia e nei lavori mobili. Se non garantisci mezzi per raggiungere il luogo di lavoro, il caporale diventa il garante essenziale della tua esistenza. Il pulmino stesso o un’abitazione di fortuna in questi contesti sono dei veri e propri strumenti di ricatto. La battaglia contro caporalato e lavoro nero va pertanto fatta a tutto campo: dal lavoro alla casa, dai trasporti ai controlli».
Come valuta l’operato dell’attuale governo su questo tema?
«Insufficiente. Se dinnanzi a episodi così gravi ci si limita solo a dichiarazioni di costernazione, siamo di fronte a una grande ipocrisia. Quanti controlli sono stati fatti? Quali politiche sono state svolte a favore della prevenzione? Occorre la volontà politica di favorire una marcata applicazione della legislazione vigente. Invece prevale un approccio securitario all’immigrazione, come se gran parte dei problemi italiani dipendesse da chi arriva da altri continenti. Ma si tratta di una lettura falsa. Occorre quindi superare polemiche identitarie per affrontare i veri problemi del Paese nell’interesse di tutti al di là del ruolo o della provenienza».





























