1 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

1 Giu, 2026

Marilyn Monroe, i cent’anni di una meraviglia d’acciaio fragile

Marilyn Monroe

Da Norma Jeane all’icona più famosa del Novecento. A cento anni dalla nascita, la storia di Marilyn Monroe continua a raccontare il talento di una donna che fece della propria fragilità una forma di forza


Per celebrare degnamente i cento anni dalla nascita di Marilyn Monroe bisognerebbe incarcerare James Ellroy. Il più grande romanziere noir americano vivente, autore de “Gli incantatori”, basato sulla morte di Marilyn, in un’intervista ha osato dichiarare che era «fortunata e con poco talento». Ha aggiunto che è la sua ossessione, ma che non gli piace per niente. Un’affermazione che merita almeno dieci anni di galera, oltraggio al comune senso dell’impudicizia il reato. Una prigione con biblioteca, per carità, siamo gente civile, ma non si può insultare l’ottava meraviglia del mondo e passarla liscia.

James Ellroy contro Marilyn

Il paradosso è meraviglioso e illuminante: Ellroy ha dedicato un romanzo intero a una donna che disprezza, e il romanzo è straordinario. Ha costruito attorno alla sua morte una macchina narrativa che è anche il ritratto più feroce dell’America kennedyana, il potere come consumo di corpi, Los Angeles come città dove ogni sogno ha un retrogusto di barbiturici.

L’ossessione di Ellroy per Marilyn Monroe funziona esattamente come funzionava l’America per Marilyn Monroe: non riusciva a smettere di guardarla. Fortunata e con poco talento? Come se il genio di trasformare la propria fragilità in un’armatura non contasse niente.

Da Norma Jeane a Marilyn Monroe

Vale la pena chiedersi da dove viene davvero quella forza. Non dalla fortuna, come sostiene Ellroy. Da Norma Jeane Mortenson in persona.

Padre ignoto. Madre internata. Orfanotrofio. Case famiglia. A sedici anni sposa un tale James Dougherty pur di non tornare in istituto. Poi costruisce Marilyn Monroe con la precisione di un architetto. Il nome, la voce, quel falsetto che nessuno si è mai chiesto davvero se fosse naturale o tattico, i capelli, la risata, la camminata che Truman Capote definì la cosa più erotica che avesse mai visto in vita sua. Tutto deliberato. Tutto così perfetto da sembrare istinto. Il paradosso definitivo di Marilyn: era così brava a sembrare spontanea che nessuno l’ha mai creduta capace di calcolo.

La donna che leggeva Dostoevskij

Sul set di A qualcuno piace caldo, 1958, tra un ciak e l’altro leggeva Dostoevskij. L’Idiota, per la precisione, una scelta cosmicamente appropriata, divorava libri per apparire meno svagata di quanto fosse. Billy Wilder impiegò cinquantanove tentativi per farle dire «è il bourbon?». Dopo quaranta ciak sbagliati Wilder incollò la battuta dentro il cassetto. Quando lei si confuse su quale cassetto contenesse il foglio, Wilder lo incollò in tutti i cassetti. Alla fine della giornata disse che il risultato valeva ogni tentativo. Non riuscì mai a spiegare perché una donna incapace di ricordare tre parole fosse anche la presenza più magnetica che avesse mai diretto.

Teneva taccuini. Scriveva poesie.

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