30 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

30 Mag, 2026

Antimafia, se il racconto supera la realtà

La Procura nazionale dice di aver trovato il tesoro del boss Matteo Messina Denaro. Nemmeno una parola, invece, sul gip che non ha riconosciuto l’aggravante mafiosa contestata dagli stessi pm ai tre indagati per aver aiutato Cosa Nostra


Il marchio d’origine spetta al pool di Mani Pulite, che annunciò una decina di volte di aver trovato il tesoro di Bettino Craxi, senza che una sola lira fosse mai recuperata. Però il racconto s’impose sulla realtà processuale. Tant’è vero che molti ancora sono convinti che il leader socialista, morto da latitante in Tunisia, avesse accumulato ricchezze personali inaudite. Quando le suggestioni giudiziarie funzionano, transitano tra le generazioni e arrivano ai giorni nostri. Adesso è il procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, ad annunciare di aver rinvenuto, tra i conti offshore dei paradisi fiscali il tesoro di Matteo Messina Denaro, consistente in titoli, beni e cash per qualcosa come duecento milioni di euro.

Il “giallo”

Ci eravamo sempre chiesti come mai un boss transanazionale si fosse messo in cura alla Asl per la radioterapia, potendo disporre di capitali e, quindi, di protezioni per andare a curarsi all’estero. La scoperta del tesoretto riattualizza il nostro quesito. Ma come spesso accade, in queste sceneggiature la chiave dal giallo sta alla fine e non è sempre visibile a tutti. Così nell’articolo del “Corriere della Sera” a firma di Giovanni Bianconi, a un certo punto c’è scritto un dettaglio che potrebbe sfuggire ai più. Bianconi sta parlando dei tre arrestati della maxi-operazione che ha portato alla scoperta del tesoro, un padre trafficante internazionale, la moglie e il figlio laureato e broker finanziario. «I traffici di Tamburello e della sua famiglia con la droga e la mafia, secondo l’accusa, sono andati avanti per decenni – scrive il giornalista -. Per questo la Procura di Palermo ha contestato ai tre arrestati l’aggravante di aver agevolato Cosa nostra, ma il giudice dell’indagine preliminare non l’ha riconosciuta. I pm faranno appello».

La ricostruzione

Ma come? I custodi del tesoro di Matteo Messina Denaro non sono mafiosi? Il gip, scrive Bianconi, non riconosce l’aggravante di aver aiutato Cosa Nostra. E allora che c’entra Messina Denaro? C’entra eccome, spiega il giornalista, perché c’è un primo pentito a raccontare che il boss controllava e pretendeva il pizzo da tutti gli affari loschi di Castelvetrano, e c’è un secondo pentito che riferisce, per sentito dire, che il capofamiglia arrestato avrebbe avviato un traffico di droga per conto del capo della mafia. Di più, c’è un’intercettazione del lontano 2016 in cui il presunto trafficante dice: «Qualcosa gli si deve dare… qua… il tempo che si fa il coso… l’operazione… ». E la Procura fa notare che proprio nel 2016, sotto la falsa identità di Andrea Bonafede, Messina Denaro subì un intervento chirurgico.

Il racconto diventa realtà

È tutto plausibile, oltre che suggestivo. Ma non sufficiente a convincere il gip che i tre arrestati siano i detentori del tesoro dell’ultimo padrino. Intestatori fittizi sì, riciclatori e trafficanti forse, ma non mafiosi. E allora che fa la procura nazionale antimafia? Organizza una ricca conferenza stampa, con tanto di ufficiali di polizia giudiziaria vestiti di tutto punto, e racconta ciò che pensa, ma non ciò che decide il gip. Ma poiché lo racconta da una fonte qualificata e con enfasi, il racconto diventa realtà: si è finalmente trovato il tesoro di Matteo Messina Denaro.

Il divorzio dalla verità processuale

Questo racconto ha tre conseguenze. La prima è il suo divorzio dalla cosiddetta verità processuale. Per capirne la gravità, è come se nell’inchiesta di Garlasco, di fronte a un gip che dovesse negare il processo per Andrea Sempio, archiviandolo, la procura organizzasse una conferenza stampa presentandolo come l’assassino di Chiara Poggi. E a conferma di questa tesi portasse tutti gli elementi e gli indizi che non hanno convinto il gip.

Il tema dell’indipendenza

In conferenza stampa il procuratore antimafia ha detto «che ci sono indagini che si possono svolgere solo attraverso la garanzia dell’effettività dell’indipendenza del pubblico ministero». C’è da chiedersi se si tratti di un’indipendenza assoluta, anche rispetto a quel giudice terzo che avrebbe il compito di esercitare un controllo di merito sulla fondatezza delle accuse. Il fatto è che tra la verità del gip e quella del procuratore è quest’ultima a prevalere, grazie alla forza di un racconto accusatorio che si impone al dato processuale. Non a caso i procuratori più esposti mediaticamente difendono la conferenza stampa come una prerogativa irrinunciabile.

L’informazione

La seconda conseguenza riguarda noi, i giornalisti. Che accettiamo di scrivere ciò che non è, partecipando più o meno consapevolmente a un rito emergenziale che risponde a interessi di parte e antitetici rispetto agli interessi del lettore, vero destinatario del nostro diritto di cronaca. Eppure ciascun giudiziarista che si rispetti sa che, quando il gip rigetta la richiesta del pm, la notizia dovrebbe essere il rigetto e non la richiesta. Se fa il contrario, concorre a un’operazione politica: mettere in mano a una potestà investigativa e autoritativa la costruzione e la certificazione della realtà. Non è un bell’esempio di democrazia.

L’opinione pubblica

La terza conseguenza riguarda i cittadini, che attraverso le parole dei media organizzano la loro visione del mondo e il loro universo di relazioni. È così che nasce una società del sospetto, dove s’impone la verità del più forte, e il più forte è oggi colui che organizza il racconto.

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