29 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

29 Mag, 2026

Trump e la strategia della "rana bollita" nel Golfo

Donald Trump

Trump e Netanyahu colpiscono l’Iran seguendo una strategia di attacchi sotto la soglia dell’escalation tanto nel Golfo quanto nel Levante


Anche agli osservatori più disattenti le recenti azioni in Medio Oriente, in particolare l’ennesimo “scambio di cannonate” della notte scorsa tra la marina statunitense e le forze navali dei Pasdaran iraniani nello stretto di Hormuz, devono essere apparse come una sorta di Giorno della Marmotta in salsa mediorientale. Il tiramolla tra Washington e Teheran, fatto di dichiarazioni contradditorie, minacce, bozze fatte uscire ad arte e prontamente smentite e scontri a fuoco a intermittenza, assomiglia infatti sempre di più a un déjà vu senza uscita. Che condanna tutti gli attori in campo a ripetere continuamente le proprie azioni.

Molti, nell’ultimo anno, hanno cercato di scorgere una strategia dietro la condotta del presidente americano Donald Trump. Qualcuno ha anche pensato di intravederla, laddove molti hanno finito per derubricarne il comportamento a un mix di incompetenza e confusione strategica. Mentre l’Iran può contare su una Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, che c’è ma non si vede e su una cabina di regia comunicativa altamente centralizzata ed efficiente, Trump occupa con la propria ingombrante figura tutto il palcoscenico mediatico statunitense con tutte le sue pecche e le sue incoerenze. Un evidente contrasto tra una guerra gestita strategicamente e una politica americana frammentata.

Gli apparati dietro Washington

Sintomo evidente di come l’Iran stia effettivamente combattendo una guerra mentre per gli Stati Uniti il conflitto è solo uno dei molti dossier aperti sul tavolo del loro capriccioso presidente. Ma sforzandosi di intravedere anche dietro al tycoon l’opera di quegli apparati statuali che da sempre costituiscono la spina dorsale degli imperi, è possibile provare ipotizzare che – se non per Trump, almeno per questi – ciò a cui assistiamo a Hormuz non siano gesta casuali ma parte di una politica coordinata.

Una possibile strategia potrebbe essere quella della “rana bollita”. Così il graduale innalzarsi della temperatura nella pentola finisce per bollire la rana prima che questa se ne accorga, allo stesso modo Washington potrebbe stare alzando scientemente il livello dello scontro un passo alla volta. Con l’obiettivo di eliminare gli asset iraniani uno ad uno, senza tuttavia far riesplodere un conflitto generale. Il difficile equilibrio sta proprio in questo. Trump deve evitare che la guerra divampi nuovamente, almeno in questa fase, per non trovarsi tra le mani un conflitto militare poco gestibile.

Per questo procede “a spizzichi e bocconi”, eliminando barchini e batterie anti-aeree schierate a Hormuz un poco alla volta. Mappandone posizione e tempi di reazione, per poi riprendere eventualmente le ostilità una volta che il dispositivo militare iraniano nello stretto sarà stato sufficientemente indebolito. Una logica di erosione progressiva che punta a logorare l’avversario senza provocare un’escalation immediata e incontrollabile.

Il modello israeliano

Se questa tattica ricorda qualcosa non si sbaglia: è la stessa impiegata a più riprese da Israele tanto in Libano quanto a Gaza. I violenti attacchi aerei condotti a Beirut ieri, uniti all’uccisione di due comandanti di punta di Hamas nei giorni scorsi, sono racchiusi in questa precisa strategia. Firmare un accordo di pace e poi iniziare a spostare l’asticella ai danni dell’avversario con azioni militari sempre più in profondità. Una strategia di pressione continua che modifica gradualmente gli equilibri sul terreno.

Se la strategia condotta da Israele e dagli Stati Uniti può sembrare sensata, è soltanto perché si ignora il quadro complessivo. Appare infatti verosimile che il presidente degli Stati Uniti e i suoi collaboratori continuino ad assumere decisioni sulla base di visioni distorte della situazione. In particolare, la Casa Bianca insiste pubblicamente nel classificare lo scontro in corso in Medio Oriente come uno sviluppo vantaggioso per gli Stati Uniti. Il ragionamento è semplice: la guerra colpisce in primis le nazioni dipendenti energeticamente dal Golfo, come la Cina. Mentre favorisce i grandi esportatori energetici come gli Stati Uniti.

Economia contro geopolitica

Vista da questo punto di vista, si capisce perché Trump insista nel ripetere che «il tempo gioca dalla nostra parte». Al punto che Washington non fa mistero di ritenere uno stallo prolungato un esito favorevole ai loro interessi. L’amministrazione Trump sembra tuttavia confondere economia e strategia. Il fatto che le compagnie energetiche guadagnino di più non vale certo l’effetto geopolitico di un fronte aperto in Medio Oriente. Il rischio è che il vantaggio economico immediato si trasformi in una sconfitta strategica di lungo periodo.

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Non solo, ma l’impatto su Pechino al momento appare marginale, grazie alla solida partnership energetica con i propri alleati, Russia in testa. Il che disinnescherebbe alla base l’idea di usare la guerra contro l’Iran per colpire indirettamente la Cina. E mentre l’assenza di alternative immediate per ora lascia gli alleati di Washington in una posizione subordinata c’è un limite al livello di logoramento che questi Paesi possono tollerare: superarlo significherebbe mettere in dubbio la tenuta stessa della rete di alleanze a guida statunitense.

Insomma, se Donald Trump vuole giocare alla “rana bollita” farebbe bene a stare attento a non essere lui alla fine a gracidare quando ormai è troppo tardi. La strategia della rana bollita potrebbe infatti trasformarsi da strumento di pressione graduale a trappola geopolitica per gli stessi Stati Uniti.

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