La deputata di Forza Italia Annarita Patriarca, già sindaco di Gragnano, assolta in appello dopo 17 anni di calvario giudiziario e una assoluzione in primo grado
“Calvario giudiziario” è un’espressione impiegata talmente tante volte che rischia, alla lunga, di svuotarsi di senso. È necessario raccontarli, allora, questi calvari, entrare nel vivo dei drammi professionali e umani determinati da procedimenti giudiziari distorti. Annarita Patriarca, oggi deputata di Forza Italia, nel 2009 era sindaco di Gragnano, in provincia di Napoli.
È allora che inizia il suo calvario, durato 17 anni e conclusosi due giorni fa con un’assoluzione in appello che conferma quella di primo grado. «Non riesco neanche ad essere felice, sono solo stanca», commenta.
Onorevole, ci riassume la sua vicenda?
«Sono stata eletta nel giugno 2009 ed iscritta nel registro degli indagati a novembre, a seguito di una denuncia relativa a una gara del trasporto scolastico. Dopo due anni arriva il provvedimento nei miei confronti di allontanamento fuori regione. Vengo allontanata con certificata una gravidanza a rischio».
Il processo quanto dura?
«Nel 2017 veniamo assolti perché il fatto non sussiste. L’ipotesi contestata a me e ad altri, incluso un mio consigliere comunale, era tentata concussione».
La prima sentenza di assoluzione quindi è stata impugnata?
«Il pm l’ha impugnata e si è protratto il processo che ha trovato la sua conclusione due giorni fa, con il respingimento dell’appello del pubblico ministero».
In questi 17 anni quali sono le principali storture a cui ha assistito?
«La vicenda parte da un presunto incontro in cui io sarei stata in un tale giorno ad una tale ora in piazza Plebiscito a Napoli. Bene, c’è una nota dei carabinieri coeva ai fatti che poteva essere nella disponibilità della procura e che mi riporta, allo stesso giorno e alla stessa ora, nella casa comunale di Gragnano. I carabinieri erano venuti, chiamati da noi, per dei sopralluoghi. Sarebbe bastata quella nota per rendersi conto dell’incongruenza di tutto il castello accusatorio. Senza quell’incontro a Napoli, che non c’è mai stato, non si sarebbe consumata l’ipotesi di reato».
La denuncia a carico suo e dei suoi collaboratori a cosa era legata?
«Si trattava di una gara effettuata e assegnata sotto un commissario prefettizio. Quando io sono stata eletta, la gara era già stata espletata. I sindacati sporsero denunce gravissime: una faceva riferimento al fatto che i mezzi di questa ditta non erano assicurati verso terzi. Alla luce di queste denunce, noi avviammo un procedimento amministrativo per la revoca del contratto d’appalto. Il provvedimento del Comune venne impugnato dalla ditta e noi vincemmo sia davanti al Tar che al Consiglio di Stato con una sentenza che diceva esplicitamente che l’ente non aveva discrezionalità viste le gravi e palesi violazioni del capitolato d’appalto».
Cioè?
«Se noi non avessimo proceduto alla revoca del capitolato d’appalto, saremmo potuti essere messi sotto processo per abuso d’ufficio. Insomma, per compiere il nostro dovere siamo entrati in un turbinio devastante».
E la procura non ha considerato quella sentenza quando ha chiesto il rinvio a giudizio?
«Se lo avesse fatto, si sarebbero evitati drammi pubblici e privati di tutti i soggetti coinvolti».
Sta dicendo che c’è stato un fumus persecutionis nei suoi confronti?
«C’è sicuramente un pregiudizio legato al mio nome. Il processo di primo grado è stato molto corposo e aveva portato all’assoluzione. Impugnare l’assoluzione non aveva alcun senso, perché non c’erano elementi nuovi. Anche l’appello è stato pretestuoso: siamo stati nove anni in attesa di una definizione completa della vicenda senza che nell’atto d’appello fosse fornita un’analisi alternativa rispetto alla ricostruzione fatta nella sentenza di primo grado».
Di recente si è tornato a parlare di inappellabilità delle sentenze di assoluzione, anche se dopo il referendum non sarà facile apportare correttivi al sistema penale.
«L’inappellabilità sarebbe importante anche per sgravare la magistratura di inutili processi. Ma sono d’accordo: dopo il referendum è diventato difficile anche solo parlarne. Però dobbiamo prendere atto che la giustizia ha molte distorsioni a cui è necessario mettere mano».
La vicenda giudiziaria come ha impattato sulla sua carriera professionale e politica?
«Sono stata ferma otto anni prima dell’assoluzione in primo grado e mi sono ricandidata come consigliere regionale solo dopo l’assoluzione».
La sua giunta all’epoca cadde in seguito all’inchiesta.
«Fu un effetto domino. C’è stato un periodo in cui nella nostra area geografica diversi sindaci di centrodestra furono messi sotto processo e sbattuti sulle prime pagine dei giornali. Parlo di me, di Luigi Bobbio a Castellammare, di Pasquale Aliberti a Scafati. Tutte persone con carriere politiche bloccate dai processi».
Tutti assolti?
«Con formula piena».
Ha fatto riferimento anche a drammi personali e privati.
«Ho perso una gravidanza a quattro mesi e mezzo. Nel 2012 si sono presentati a casa mia dicendomi che avrei dovuto lasciare casa. Avevo già una bambina di due anni. Oggi, dopo l’assoluzione, non c’è spazio per la felicità. Guardandomi indietro, guardando all’incubo di questi anni, mi sento talmente stanca che non c’è spazio per nient’altro se non per la stanchezza».































