28 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

28 Mag, 2026

Caridi: «Dal Senato a Rebibbia. Vittima della politica ipocrita»

Antonio Caridi

L’ex senatore di Forza Italia Antonio Caridi, finito in carcere da innocente, lancia un’accusa all’ipocrisia della politica


«Sono stati momenti difficili, e non parlo tanto della vicenda politica ma della storia vissuta dal punto di vista personale. In un attimo la mia vita è cambiata: in pochi giorni dall’occupare un posto a Palazzo Madama mi sono ritrovato sbattuto in carcere a Rebibbia come il peggiore dei criminali».

L’ex senatore di Forza Italia Antonio Caridi, oggi, dopo l’assoluzione in appello – così come era avvenuto in primo grado – dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, racconta un’odissea durata 10 anni.

Catapultato nel processo ‘Gotha’, uno dei più complessi degli ultimi anni in Calabria, ha subìto 18 mesi di ingiusta detenzione ed ha dovuto sopportare una doppia gogna. Prima quella in Senato, quando i suoi ex colleghi lo mandarono dietro le sbarre in fretta e furia, «senza conoscere le carte», poi il giudizio della gente dall’arresto al processo. «Finalmente la verità», esclama l’ex senatore azzurro che oggi fa il tecnico audiometrista e che non ha più «alcuna considerazione della politica, fatta di ipocrisie».

Dottor Caridi oggi che la sua innocenza è stata confermata, cosa le resta dell’ingiustizia subìta?

«Non dimentico quel giorno, il 4 agosto del 2016. E ricordo l’enorme pressione mediatica esercitata sul mio caso, che posso anche capire, ma non comprendere. Anche perché in soli sei giorni i senatori, non dico i miei colleghi, perché non li considero tali, hanno votato per il mio arresto. Ma non hanno tenuto conto che stavano mandando in galera un uomo, non un senatore della Repubblica. Stavano mandando in galera un padre di famiglia, un marito, un figlio di genitori anziani. E lo hanno fatto senza leggere le carte, perché in sei giorni l’ordinanza è passata dalla Procura di Reggio Calabria alla giunta per le autorizzazioni e subito in aula, il giorno stesso in cui si chiudeva il Senato. Ritengo perciò che sia stata un’azione soltanto politica. Ero davvero sconvolto. In un attimo mi sono ritrovato in cella, un buco di due metri per due circondato dai topi e completamente solo. Per 18 mesi in alta sicurezza sperando nella verità. Ed ho avuto modo di conoscere la realtà degli istituti di pena, dove c’è poca considerazione dell’essere umano da parte della politica».

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Una situazione, quella delle drammatiche condizioni delle carceri, che del resto non è mai cambiata…

«Credo che addirittura sia peggiorata perché gli istituti penitenziari sono degli edifici nella maggior parte dei casi antichissimi, mai ristrutturati, inadeguati per l’essere umano. Perché qui stiamo parlando di esseri umani chiusi in una cella: e la realtà è quella di 5-6 persone in condizioni precarie e senza dignità. Di fronte a questo la politica, di cui non faccio più parte e di cui non farò più parte in vita mia, resta a guardare in silenzio senza porre mano all’emergenza. Parlano di garantismo solo quando vengono toccati personalmente dai fatti, parlano dei problemi della gente e si disinteressano dei problemi della gente. È un mondo, quello della politica, che ho conosciuto e che amavo, ma da cui oggi prendo le distanze per la sua profonda ipocrisia. Però non mi sono visto abbandonato, perché grazie a Dio ho avuto l’affetto dei miei amici, della mia famiglia e dei miei avvocati Valerio Spigarelli e Carlo Morace che non finirò mai di ringraziare».

Cosa le è rimasto di quell’esperienza detentiva?

«Dentro il carcere ho conosciuto molta umanità, è stata ovviamente un’esperienza traumatica perché è un contesto in cui si viene privati della libertà. Ma ho trovato ed intessuto davvero relazioni umane sia con chi lavorava all’interno del carcere che con i detenuti. E non ho vergogna di dirlo – perché per la gente quando sei dentro, che tu sia colpevole o innocente sei un delinquente – ma con alcuni di loro ancora mi scrivo. Abbiamo condiviso questa esperienza e voglio dire che esistono anche i sentimenti all’interno di un carcere. E voglio dire un’altra cosa, credo che il sistema penitenziario sia da rivedere, da riformare, e deve essere maggiormente sostenuto il reintegro degli ex detenuti nella società una volta usciti. Io per fortuna sono potuto tornare al mio lavoro ma per molti di loro dopo l’uscita ci sono muri di difficoltà. Possono tornare a delinquere, oppure morire di fame, occorre lavorare sul loro ritorno in società».

Il momento peggiore ed il giorno più bello della sua vicenda giudiziaria?

«Il momento più difficile è quando i primi giorni di detenzione sono stato rinchiuso in una stanzetta di due metri per due al piano terra. Ero solo, anzi no, in compagnia dei topi che uscivano dal bagno turco. Con un panino al burro al giorno, senza sigarette e niente acqua. Se questo è un Paese civile… Il giorno più bello? Quando sono tornato libero e ho potuto riabbracciare mia moglie e mia figlia. Adesso ho ripreso in mano la mia vita e penso che chi ha sbagliato nei miei confronti potrebbe chiedere scusa. Io, l’ho fatto molte volte».

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