27 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

27 Mag, 2026

Da Brexit a “Brijoin”: il ritorno nell’Ue che può distruggere Starmer

L’ipotesi di un riavvicinamento tra Regno Unito e Unione Europea, un “Brijoin”, riapre le ferite della Brexit e accende lo scontro interno al Labour


Quello che era nato come un tentativo tattico per colpire il premier Keir Starmer si sta rapidamente trasformando in un caso internazionale. Quando Wes Streeting — ex membro del governo uscito dal gabinetto di Starmer per tentare la scalata al Labour — ha tirato in ballo la Brexit durante il suo primo assalto al primo ministro, la mossa era sembrata poco più di un espediente retorico. Per Streeting, infatti, riaprire la ferita della Brexit serviva soprattutto a mettere in difficoltà uno Starmer già indebolito sul fronte interno.

Nessuno, fino a poche settimane fa, avrebbe immaginato che un ipotetico ritorno del Regno Unito nell’Unione Europea potesse tornare al centro del dibattito politico britannico. Eppure, secondo alcune indiscrezioni circolate sulla stampa inglese, il governo di Sua Maestà starebbe effettivamente sondando la possibilità di una qualche forma di “Brijoin”.

Per il momento, il riavvicinamento con Bruxelles sembrerebbe doversi limitare a un possibile ingresso nel mercato unico europeo. Non un vero ritorno alla situazione pre-Brexit, in sostanza, ma comunque il segnale di una volontà britannica di riallacciare almeno in parte i rapporti recisi dal referendum del 2016.

L’Europa frena Londra

Il problema, però, è che dall’altra parte della Manica il clima appare tutt’altro che favorevole. Secondo alcune fonti vicine ai negoziati, infatti, non ci sarebbe «niente da discutere» su un eventuale rientro di Londra nell’alveo europeo. «Non è all’ordine del giorno ed è difficile capire perché se ne parli. Nel complesso, agli europei semplicemente non importa», avrebbero riferito alcuni funzionari coinvolti nei colloqui, raffreddando le aspettative britanniche.

Una posizione che, tuttavia, non sembra essere condivisa da tutto l’apparato europeo. Qualche giorno fa Sandro Gozi, presidente della delegazione europea all’Assemblea parlamentare Ue-Regno Unito, ha dichiarato al The Independent che Bruxelles considererebbe un eventuale ritorno britannico come una «grande vittoria per il progetto europeo», aggiungendo che esisterebbero persino margini per accelerare la procedura qualora il negoziato dovesse prendere slancio.

L’attuale stato di salute di questo progetto rimane dunque molto incerto. E, in effetti, resta poco chiaro persino di cosa si stia parlando veramente: un ritorno pieno nell’Unione oppure una forma di adesione limitata alle sole questioni commerciali?

La guerra interna nel Labour

Sul fronte interno, comunque, l’intera questione viene utilizzata nel più ampio quadro dello scontro politico in casa Labour. Wes Streeting ha giocato per primo la carta del “Brijoin” per tentare di mettere in difficoltà Starmer attaccandolo da un versante inaspettato. Andy Burnham – il sindaco di Manchester che punta a diventare un altro contendente per la leadership del partito – ha invece scelto l’altro lato della barricata, rendendo immediatamente chiaro che in caso di approdo a Downing Street non farebbe nulla per riportare il Regno nell’Unione. Due posizioni antitetiche che fotografano la spaccatura interna ai laburisti e che rischiano di indebolire ulteriormente il premier. Del resto, è probabilmente proprio questo l’obiettivo politico dell’intera operazione.

Una sfida politica travestita da geopolitica

A conti fatti, dunque, l’intera questione del ritorno del Regno Unito nell’Ue altro non è che una sfida politica mascherata da progetto geopolitico. Per buona parte dell’elettorato inglese il capitolo Brexit è del resto chiuso da tempo e ben altre sono le preoccupazioni giornaliere dei sudditi di Sua Maestà.

Ma visto che sul fronte dei salari, della sanità, dell’inflazione e del caro vita i laburisti sembrano non riuscire a trovare terreno da battere, la partita viene spostata all’estero, oltremanica. Una mossa disperata che rischia di lasciare però ancor più campo d’azione a Reform Uk e a Nigel Farage, ormai con gli occhi puntati su Downing Street.

E così, mentre il Labour torna a litigare sul passato europeo del Regno, il rischio per Starmer è di perdere di vista il presente. Perché se Westminster ricomincia a parlare di Brexit proprio nel momento in cui gli elettori chiedono risposte sui problemi quotidiani, il vero vincitore potrebbe non essere Bruxelles, ma Nigel Farage. Andando a creare un paradosso per cui a beneficiare dallo scontro sul ritorno nell’Ue potrebbe essere proprio chi sulla Brexit ha costruito la propria fortuna politica.

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