30 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

30 Apr, 2026

L’egemonia senza pensiero di un Paese senza idee

Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli

Si fa un gran discutere di egemonia culturale, ma quello che vediamo a destra come a sinistra è quasi solo il vuoto di pensiero


Ma chi c’è l’ha l’egemonia, il predominio politico-culturale, la capacità di imporre valori e una visione del mondo? Questa settimana è saltata la nomina di Beatrice Venezi al Teatro La Fenice e, in Laguna, sono pure arrivati gli ispettori, mandati dal ministro Alessandro Giuli – che all’inventore del concetto di egemonia, Antonio Gramsci, ha dedicato addirittura un libro –, per verificare, ispezionare e insomma mettere i bastoni tra le ruote al Presidente Pietrangelo Buttafuoco, che contro il parere del governo ha invitato la Russia alla Biennale.

Io non dico di misurarla sulla proposta di grazia a Nicole Minetti, o, che so, sulla vittoria di Sal Da Vinci a Sanremo (che non c’entra ma c’entra: secondo Aldo Cazzullo, non abbiamo più il buongusto di fare arrivare certe canzoni seconde, come succedeva con Toto Cotugno, e forse ha ragione).

Cosa serve per l’egemonia

Però mi domando: che cosa ci vorrebbe, di più, per fare egemonia? Prendere magari un Grande Italiano e, Mattarella permettendo, dargli al volo il laticlavio senatoriale, a vita? Prendere direttamente il posto di Mattarella (questa volta: prossime elezioni politiche permettendo)? Col premio Strega Gennaro Sangiuliano, da ministro, ha provato a non leggere i libri in gara, confessandolo candidamente in diretta tv, ma non è servito: vincono sempre gli stessi (cioè no, cambiano ogni anno, ma ci siamo capiti). Resta il cinema – perché l’arte contemporanea è così internazionalizzata che è una fatica improba farci sopra un discorso egemonico –, ma il cinema se la passa così male, purtroppo, che se cambi lo schema di incentivi e aiuti dello Stato quello che ottieni non è un cinema di destra, ma la morte del cinema italiano.

In realtà, non è affatto vero. Resta ancora molto altro. Resta l’università italiana – e credo che una bella inchiesta sociologica mostrerebbe come le facoltà scientifiche, economiche, giuridiche, non è vero affatto che siano dominate dal lessico politico-ideologico della sinistra. E resta la scuola, e quel che della scuola resta. Restano la politica e, ovviamente, gli assessorati alla cultura; restano soprattutto il giornalismo, la TV, i social, e qui la partita è perlomeno aperta.

Ho l’impressione, però, che a una simile ricognizione empirico-quantitativa manchi qualcosa di essenziale, e che la domanda giusta non sia se ci sia o no un sufficiente numero di intellettuali, artisti o scrittori, filosofi o scienziati, tra le file della destra, ma se la politica abbia ancora il potere per fare questa cosa qua, che chiamiamo egemonia.

Come è messa la sinistra

Secondo una buona definizione, anche se un po’ accorciata, l’egemonia è il luogo in cui l’oggettività sociale – le identità culturali, il discorso pubblico – si costruisce grazie a atti di potere. Che non vuole dire solo assegnare un premio qui o fare una nomina là, ma imporre un certo conformismo, infestare il senso comune, dettare le parole e le agende, e stabilire le cose da spiegare e le cose che da spiegare non sono, tanto sono evidenti.

Ora, il problema mi sembra che sia questo: la politica non ha più la forza di fare tutto ciò, ed è piuttosto da chiedersi chi ce l’abbia. Perché ho molti dubbi che non ce l’abbia la destra sol perché ce l’ha la sinistra. La sinistra, anzi, è messa persino peggio, perché, come quel cavaliere che, del colpo non accorto, andava combattendo ed era morto, così anch’essa non s’accorge nemmeno che non tira fuori uno straccio di idea da quel dì, pur essendo convinta di continuare a combattere (e, nel caso, pure a procombere).

Dal Cinquecento a oggi

Posto il problema, non darò la soluzione, ma almeno la causa, al modo in cui la individuò un intellettuale (di destra) che controverso è dire poco: Carl Schmitt, il giurista del Reich. Il quale Schmitt, in un saggio sulle spoliticizzazioni e neutralizzazioni della storia moderna, la raccontò così (anche questa: versione abbreviata). Fino al Cinquecento, il centro di riferimento dell’esistenza umana, sul cui terreno si lottava, era rappresentato dalla teologia, poi è stato la metafisica (il grande razionalismo seicentesco), poi la morale (cioè: Illuminismo e dintorni), poi l’economia (capitalismo e socialismo). Di mezzo c’è stata anche l’estetica romantica, certo, ma parliamo di cose serie: di volta in volta il centro spirituale dell’umanità europea si è trasferito di ambito in ambito, ogni volta cercando il terreno giusto per fare la pace (passando per la guerra, beninteso).

Cultura e tecnologia

Su quale terreno è oggi attestata l’Europa, qual è il suo centro? Si vorrebbe forse rispondere: la tecnica, ma, secondo Schmitt, la tecnica non rappresenta una concreta potenza spirituale. O perlomeno, bisognerebbe che qualcuno provasse a dire: la tecnica, ok, ma per fare cosa, a che scopo?, e poi ricavare da questa risposta le ragioni per fare egemonia. Io però non ce li vedo Buttafuoco e Giuli, o Venezi e Minetti, metter mano al problema e chiedersi «quale tipo di politica è abbastanza forte da impadronirsi di questa nuova tecnica» (mentre non direi lo stesso di Peter Thiel e Elon Musk, naturalmente: loro non fanno altro che domandarselo).

Sia chiaro: non vedo neppure, a sinistra, chi si chieda, a questa stessa altezza, se sia ancora in termini di padroni, di padronanza o di impadronimento che bisogna pensare la politica, ma lo dicevo prima: la cosa non mi stupisce affatto.

Non mi stupisce che non ci siano insomma, pensieri lunghi, e forti, e, anzi, è pure questo parte del problema che si dovrebbe pensare.

Il governo sott’acqua

Quel che vedo, nel breve, è solo un governo sott’acqua, in particolare dopo il naufragio referendario, che per provare a riemergere è costretto a lasciare che qualcuno affondi, tra le seconde file, come se poi i pesci che si aggirano nel mare non si eccitassero ancora di più all’odore del sangue. Che altro? Inutili retaggi del passato, piccole rivalse, la destra-destra di Vannacci, qualche faccia severa e l’aggiornamento beneducato dei programmi scolastici (non certo di un’idea di scuola).

Quel che vedo, in definitiva, è lo zero virgola: tutti lo misurano in termini di Pil e di rapporto al Pil, nessuno prova a chiedersi che succederebbe se provassimo a misurarlo in termini di pensiero, di esigenze di pensiero. Di cosa abbiamo pensato o avremmo voluto che il Paese pensasse, per tirarsi fuori dalle secche in cui, da decenni, è precipitato. Se lo facessimo, scopriremmo di essere arrivati a fine legislatura e di non sapere affatto dove si trovi, né dove si troverà, il centro di riferimento di questo governo, e dell’Italia.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

Primo piano

Nessun risultato

La pagina richiesta non è stata trovata. Affina la tua ricerca, o utilizza la barra di navigazione qui sopra per trovare il post.

EDICOLA