11 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

11 Apr, 2026

Mons. Bruno Forte: «Il rispetto sostituisca la legge della forza»

Monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, in dialogo con l’Altravoce, interpreta il bisogno di fede che sta nascendo soprattutto tra i giovani in un’epoca di tragedie e guerre


«Il modello del consumismo, che aveva ispirato e motivato molti, giovani e adulti, è in crisi. La vita non può essere fatta solo di ricerca del piacere, di consumi a tutto spiano e di mete e traguardi esclusivamente mondani. Tutto questo non basta più». È la prima spiegazione all’aumento di conversioni al cattolicesimo, registrato negli ultimi anni negli Stati Uniti e non solo, offerta da Monsignor Bruno Forte, una delle voci più autorevoli della spiritualità cristiana, raffinato teologo e arcivescovo metropolita di Chieti-Vasto. «E poi – aggiunge – le tragedie che le guerre in corso ci mettono sotto gli occhi generano profonda inquietudine e pongono domande, che spingono a mettersi in ricerca».

Ricerca di cosa?

«Di vie di pace autentica di fronte alla brutalità, alla violenza, alla sopraffazione dell’altro. C’è come un bisogno di trovare un fondamento su cui costruire un mondo in cui il rispetto, la giustizia e l’accoglienza possano essere la regola di vita. Dove, cioè, alla legge della forza si preferisca la forza della legge, l’attitudine sincera del rispetto dell’altro e dell’ascolto. È un elemento che si sta diffondendo nei cuori soprattutto dei giovani, disorientati di fronte a tanta violenza. Dopo le barbarie che si sono succedute nel Novecento – dalle guerre mondiali, alla Shoah, alla contrapposizione dei blocchi, che dividevano il mondo -, nessuno pensava che si sarebbe tornati a una situazione di belligeranza così forte come quella in corso».

Nel riavvicinamento alla Chiesa svolge un ruolo anche la testimonianza del Pontefice?

«I testimoni hanno certamente un ruolo fondamentale. Papa Benedetto, Papa Francesco e ora Papa Leone, in sintonia con il magistero di Giovanni Paolo II, hanno attirato alla Chiesa cattolica un’attenzione nuova».

L’amministrazione Trump impiega strumentalmente la fede per giustificare la guerra. Qual è la reazione di un cristiano?

«È estremamente triste e deprecabile che ci sia stato, ad esempio, un incontro di pastori fondamentalisti alla Casa Bianca per benedire la guerra di Trump. Tra gli altri, anche i nostri fratelli Valdesi in Italia hanno fortemente condannato questo modo di fare. La guerra non può mai essere benedetta da nessuno: essa è sempre un male, una tragedia che non porta mai frutti di bene».

Lo stesso Papa Leone ha preso una posizione molto chiara a riguardo, da ultimo ieri a colloquio con i Vescovi di Baghdad.

«La sua presa di posizione è tanto più importante perché è un Papa americano che, senza possibilità di fraintendimento, condanna la violenza che Israele e gli USA stanno esercitando su tanti deboli innocenti. Pensiamo alla morte delle decine e decine di studentesse in Iran, uccise da bombe sganciate in nome dell’avversione agli Ayatollah».

Proprio in Iran la violenza della guerra si somma alle violenze del regime degli Ayatollah, che continua a sterminare i dissidenti.

«Negli ultimi decenni l’Iran ha dato prova di una repressione molto violenta non solo del dissenso, ma della libertà di opinione in generale. Sono soprattutto i giovani ad aver pagato. Oggi da parte di tanti iraniani c’è la volontà di dire no alla barbarie di una violenza che uccide indiscriminatamente, e la guerra di Trump e Netanyahu non colpisce gli Ayatollah colpevoli di questa tremenda repressione, ma indistintamente tutti. La condanna della guerra e la difesa della libertà sono punti con cui la coscienza cristiana deve fare i conti. Credo che su questo Papa Leone si stia pronunciando con una forza ammirata e al tempo stesso temuta, perché la sua voce ha una autorevolezza che va ben al di là della concreta possibilità di incidere secondo una logica basata sulle armi».

Anche la Terra Santa è luogo di una nuova conflittualità. L’ultimo episodio ha avuto luogo prima di Pasqua, quando al cardinal Pizzaballa è stato impedito l’accesso al Santo Sepolcro.

«L’episodio che ha visto protagonista il cardinal Pizzaballa ha scosso un equilibrio che dura da secoli e che è stato sempre rispettato. Si è trattato di una gravissima violazione da parte del governo israeliano. Lo Stato di Israele contiene al suo interno cittadini arabi, musulmani e cristiani: voler imporre la sola logica del potere detenuto dal governo Netanyahu va contro ogni forma di rispetto dei diritti umani».

Il dialogo fra cattolici ed ebrei ha bisogno di essere rinnovato?

«Io stesso sono membro della commissione mista fra il Gran Rabbinato di Israele e la Chiesa Cattolica. Nel dialogo ebraico-cristiano portiamo avanti da anni la difesa dei diritti umani. Nel confronto con alcuni membri di questa commissione si è convenuto di doverci concentrare ancor più su ciò che tante volte abbiamo affermato: la dignità di ogni persona umana da rispettare, quale che sia la sua fede religiosa».

Papa Francesco era il Pontefice che veniva dalla “fine del mondo”. Già con lui si pose il problema del rapporto tra la Chiesa e l’Occidente. Che significato ha la presenza di un Papa americano oggi?

«Non bisogna dimenticare che Papa Leone è stato per vent’anni missionario in Perù, promuovendo i diritti dei deboli e dei poveri. È stato poi prefetto della congregazione dei vescovi e quindi conosce la Chiesa a livello mondiale, parla molte lingue, ha una solidissima formazione teologica, canonistica, ma anche matematica e filosofica. È un Papa che su molti fronti va al di là degli schemi tradizionali.

Quello che sta succedendo nel villaggio globale è proprio la rottura degli schemi con cui, a volte, facilmente si giudicava. Quegli schemi che portano ad esempio Trump a credere che l’America sia una potenza liberatrice e che il resto del mondo deve subordinarsi al volere del più forte. Questo Papa, al contrario, ci richiama a considerarci tutti cittadini del villaggio globale e, come tali, impegnati nel reciproco rispetto, al di là delle nostre differenze: tutti figli del Dio unico, e perciò fratelli e sorelle da rispettare e amare».

La presenza di un Papa americano può essere l’occasione per far sì che la cristianità torni a dare contenuto all’idea di Occidente, oggi in crisi?

«Il Vangelo è ciò che dà contenuti all’idea stessa di umanità, e non di una sola sua parte. Nella mia vita ho avuto la possibilità di incontrare le culture più diverse e posso dire che dappertutto c’è un bisogno condiviso che sia rispettata la dignità di tutto l’uomo in ogni uomo: una dignità da difendere e che i violenti della terra intendono calpestare. Circa vent’anni fa, dopo una conferenza in Cina davanti a migliaia di studenti, mi si avvicinò una ragazza, figlia del capo del partito della città dove avevo parlato, e mi confidò che intendeva ricevere il battesimo, ma si scontrava con l’opposizione del padre, contrario per la posizione politica che ricopriva.

La invitai ad aspettare di raggiungere la maggiore età in cui avrebbe potuto fare liberamente le sue scelte ed ella accettò, dicendo di offrire al Signore la sofferenza dell’attesa proprio per suo padre. Nel villaggio globale la vera distinzione non è tra Occidente e Oriente, ma tra chi vuole sopraffare l’altro e chi vuole creare condizioni di giustizia e di pari dignità per tutti».

Una questione su cui la Chiesa si è sempre esposta è quello dei migranti. L’immigrazione porta con sé mutamenti radicali delle demografie sociali e quindi anche delle appartenenze religiose. Come confrontarsi con questo tema?

«Il confronto non può certo avvenire nel senso della preclusione pregiudiziale o dell’espulsione di massa. Non si può ragionare considerando i migranti semplicemente un peso. Sono semmai una risorsa, che spesso è stata preziosa per molti Paesi, compresa l’Italia. Certo, non ha senso accogliere indiscriminatamente se poi non sono garantite possibilità di lavoro e di dignità di vita. In ambito cristiano, ad esempio, esistono tentativi di costruzione di una sorta di migrazione pilotata che garantisca diritti e dignità a chi proviene da altri continenti e da altre condizioni di vita. Alla base di questo c’è il rispetto della persona umana, un valore che proprio il Cristianesimo ha contribuito a definire e diffondere».

Viviamo un’epoca di crisi dei tradizionali modelli di autorevolezza del sapere: la conoscenza si trasmette in nuove modalità e la stessa idea di verità è entrata in crisi. Il sapere teologico come si rapporta a tutto questo?

«Il discorso di fondo riguarda la domanda intorno a che cos’è la verità. Se si pensasse, come affermava Hegel, che “la verità è l’intero”, allora si accetterebbe il primato di prospettive totalitarie in campo politico, ideologico e culturale, com’è avvenuto in tutti i totalitarismi ideologici. Se si pensa invece che la verità si è offerta a noi nel Dio crocifisso, in qualcuno che lungi dall’opprimere si è fatto carico del nostro dolore, allora la prospettiva cambia completamente.

La via per realizzare una società migliore non è il totalitarismo, ma la democrazia nel senso più profondo: lo sforzo di creare le condizioni perché il bene comune si estenda a ogni persona e ognuno sia rispettato e promosso nella sua dignità. A questa prospettiva si ispira la nostra Costituzione repubblicana, che riprende dal cosiddetto Codice di Camaldoli, elaborato nel 1943 da un gruppo di giovani universitari cattolici, un’altissima visione sociale della giustizia e della libertà, ispirata al Cristianesimo. Quella visione che il recente referendum sulla giustizia ha ampiamente confermato col suo risultato».

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