4 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

4 Mar, 2026

Guerra in Iran dalla parte dell’Europa: elogio della prudenza

Missili durante l'attacco in Iran

Tra guerra, diritto internazionale e nuove potenze assertive, la prudenza mostrata dall’Europa non è debolezza ma scelta politica


È tornato di moda prendersela con l’Europa. Dio solo sa se non ci siano mille motivi per lamentarsi della sua troppo lenta evoluzione verso lo status di potenza globale. Eppure l’ondata di critiche, al limite del dileggio, seguita all’azione militare israelo-americana, appare decisamente sopra le righe. Incerta, smarrita, imbarazzante: sono i più diffusi aggettivi che hanno condito, in questi giorni, le filippiche contro l’Unione. Ma non sembrano condivisibili.

Diceva Alessandro Manzoni: «È preferibile agitarsi nel dubbio, piuttosto che riposare nell’errore». Dandogli ragione, credo perciò sia il caso di andare controcorrente e abbozzare una sorta di elogio dell’incertezza europea. Poniamoci intanto una domanda secca, pragmaticamente politica: bisogna stare dalla parte degli Usa e di Israele o contro? Ebbene, una prima risposta è facile: come ci si può addolorare per l’eliminazione dell’ayatollah Ali Khamenei, leader di una spietata teocrazia, capo di una rete terroristica internazionale, massacratore dei suoi stessi cittadini? E ancora: come dimenticare che la comunità internazionale è da sempre unita nel ritenere esiziale, per la sicurezza del pianeta, il possesso da parte di Teheran della bomba atomica? Perciò, tutti coloro che pretenderebbero una presa di posizione europea contro l’intervento israelo-americano (come anche Elly Schlein vorrebbe dal nostro governo) si collocano senz’altro dalla parte sbagliata della storia.

Gli obiettivi reali di Washington e Tel Aviv

D’altra parte, prima di considerare Washington e Tel Aviv una sorta di “asse del Bene”, bisogna porsi un’altra domanda: quali sono i loro veri obiettivi? Si tratti, come dicono gli americani, di azzerare le capacità missilistiche e marittime dell’Iran o si tratti, come pensano a Tel Aviv, di ottenere un “cambio di regime”, è del tutto evidente che, in entrambi i casi, la scommessa è azzardata. In ogni caso, infatti, tutto dipende dalle capacità di resistenza del regime e dalla possibilità che il popolo iraniano approfitti dell’occasione per liberare se stesso.

Machiavelli oggi abita a Teheran: solo il fine (effettivamente raggiunto) giustificherà i mezzi usati. Questa, infatti, è una strana guerra “a futuro anteriore”. Cioè un’operazione la cui giustezza potrà essere esibita solo alla fine, a seconda dei suoi effettivi esiti. Ecco allora il grande dubbio aperto dal “ruggito del leone”: Trump potrà ottenere una grande vittoria politica e disegnare i confini di un nuovo, pacifico Medio Oriente, oppure potrà restare impantanato in una guerra irrisolta, con gravi danni per l’intera regione. Un po’ come è capitato a Putin, il quale pensava di prendersi l’Ucraina con un “blitzkrieg” e invece sta ancora lì a contare i suoi tanti morti e i suoi pochi soldi. Perciò si può dire che il destino di Trump e di Netanhyau è, in qualche modo, nelle mani degli iraniani e della loro resilienza. Il che non è mai una strategia intelligente.

Non a caso nel suo Paese viene rimproverata a Trump l’opacità dei propri obiettivi politici. Per essere onesti, però va riconosciuto al Tycoon di essere stato abbastanza abile nel portare dalla sua le monarchie sunnite del Golfo, realizzando un decisivo isolamento della teocrazia iraniana, che fa seguito alla strategia degli accordi di Abramo. Si sa, a Trump piacciono le scommesse. E questa è forse la più grande che gli stia capitando di giocare. Ma, alla luce di tutto ciò: è davvero così incomprensibile l’incertezza europea di fronte al suo azzardo?

Il diritto internazionale tra ipocrisia e arroganza

La domanda appare ancora più stringente se affrontiamo il tema del diritto internazionale. Intendiamoci: non sono tra quelli che pensano che esso sia morto di recente. La memoria storica impone di ammettere come raramente esso sia stato rispettato (in tutti i continenti) e come l’Onu non sia quasi mai riuscita a corrispondere ai suoi compiti. La Carta di San Francisco è stata allegramente stracciata in innumerevoli circostanze. Eppure, oggi qualcosa è comunque cambiato. Una volta tutti gli attori mondiali erano costretti a ipocrisie e bugie pur di fingere di rispettare il diritto internazionale.

Oggi quelle vetuste remore sono venute meno. Il diritto internazionale viene violato con baldanza e tracotanza. Le bugie restano certo una costante: solo che ora esse non ci vengono più ammannite attraverso la paludata grammatica della diplomazia, ma attraverso un linguaggio apertamente aggressivo, figlio dell’odio sancito dall’era social. E la forma, si sa, è essa stessa sostanza. Chiediamoci: quale presidente americano (perfino dopo l’11 settembre) si sarebbe mai sognato di pronunciare le parole «li stiamo massacrando» come Trump ha fatto verso gli iraniani?

Per giunta, intervallando l’invettiva con una barocca celebrazione delle tende dorate che decorano la Casa Bianca? Per non parlare dei dittatori, quelli veri: che dire di Putin, il massacratore di Bucha, che polemizza con Washington perché avrebbe violato il diritto internazionale e offeso la sovranità di un popolo? (sic). E, ancora più importante: che strumenti legali ha ormai il mondo per impedire che l’ayatollah di turno uccida decine di migliaia di ragazzi?

L’era del “diritto autosancito”

Oggi, da Kiev a Gaza a Teheran, il mondo, da sempre riottoso di fronte alle regole internazionali, ha inaugurato una nuova epoca: quella del “diritto autosancito”. Ciascuno, non pago di disobbedire alle norme, sceglie di scriversele da solo. Di stabilire in assoluta autonomia i confini del Bene e del Male. La complessità della storia viene annullata da un tweet.

La guerra che, da sempre, è macabra compagna della vita umana ma che per decenni, dopo gli orrori dei conflitti mondiali, era stata almeno considerata una cattiva maestra, torna oggi a far parte della “normalità” dell’esistenza quotidiana. Sembra di essere tornati agli anni più bui del Novecento. La “banalità del Male” è di nuovo tra noi.

L’Europa tra prudenza e valori

Ebbene, nel nuovo caos del pianeta, c’è una sola parte del mondo che rifiuta questa generale “trasmutazione di valori”: l’Europa. Di qui le manifestazioni di prudenza e di preoccupazione di fronte a ciò che avviene. Testimoniati con forza da Sergio Mattarella e da Giorgia Meloni (la quale non sembra affatto succube di Trump).

Qualcuno potrebbe pensare che tali sentimenti siano solo figli del fatto che l’Unione non è una potenza militare. In parte è così. E non si smetterà mai di insistere perché tale obiettivo venga raggiunto al più presto. Ma non si può comunque negare che tali sentimenti siano anche dovuti alla circostanza che l’Unione creda ancora (nonostante tutto) nel soft power. Che immagini ancora la possibilità di un nuovo ordine multilaterale.

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Che sia convinta che la complessità del mondo non possa essere bypassata dalla “volontà di potenza”. Può darsi che siano tutte suggestioni destinate al fallimento. Ma, forse, è proprio a causa loro che l’Unione è tuttora l’unica grande sostenitrice dell’Ucraina. I suoi principali leader non vogliono certo rompere con gli Stati Uniti (sarebbe un disastro), ma non vogliono neanche rinunciare ai propri valori e ai propri pensieri. Di qui l’incertezza e la prudenza. Le quali, se le cose dette hanno un senso, andrebbero solo benedette.

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