25 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

24 Feb, 2026

Iran, il dolore non ha paura. Trump oscilla, le università tornano in piazza

Proteste in Iran

Proteste in Iran, tra ultimatum sul nucleare e tensioni con Washington, le università iraniane tornano in piazza. Il dolore privato diventa gesto pubblico e sfida aperta al regime


Mentre Trump oscilla sul programma nucleare iraniano, tra ultimatum, minacce di raid militari e colloqui diplomatici, le proteste in Iran sono riprese in molte città della Repubblica Islamica, soprattutto nelle università e nei luoghi di memoria. Gli studenti hanno organizzato manifestazioni per commemorare i morti e denunciare il governo, con slogan anti-regime e richieste di cambiamento politico.

Ci sono in particolare due video che circolano in questi giorni sui social, due frammenti di realtà, due scene sottratte al blackout dell’informazione, che ci raccontano meglio di qualsiasi analisi geopolitica cosa stia accadendo in Iran. Nel primo, ai funerali di una donna colpita alla testa durante una protesta a Lahijan Parvaneh Khojandi Rad – le figlie cantano una canzone di Mahasti, icona dell’Iran pre-rivoluzionario.

Ballano, scandiscono slogan davanti alla moschea. Nel secondo video, un insegnante rientra in classe dopo l’uccisione del figlio, Sadra Soltani, di ventiquattro anni, per mano degli agenti del regime a Teheran lo scorso 8 gennaio. Gli studenti si alzano e lo accolgono con un canto collettivo, mentre sulla lavagna luminosa dell’aula passano le immagini del ragazzo. L’uomo si ferma, piange. E in quel pianto c’è tutto, dalla frattura privata all’ingiustizia pubblica.

Proteste in Iran, la sofferenza come atto politico

Non soltanto repressione, dunque – pure spietata, sistematica, sanguinosa – ma una metamorfosi culturale attraversa in questi giorni l’Iran. Una generazione che rifiuta di elaborare il lutto come pianto e lo trasforma in atto politico, in dichiarazione di esistenza. Nonostante la terrificante risposta dei pasdaran alla protesta popolare – secondo diverse fonti indipendenti, le forze dell’ordine hanno effettuato uccisioni di massa su una scala senza precedenti, con decine di migliaia di civili uccisi o arrestati e sparizioni forzate segnalate in tutto il paese – e nonostante le promesse d’aiuto disattese da parte degli Usa, qualcosa nella resistenza non si è spezzato.

Anzi. Il punto non è soltanto la quantità delle vittime – pure enorme, e ancora oggi difficile da quantificare con precisione per via della censura – ma la qualità della risposta sociale. In Iran il lutto è diventato spazio pubblico, corpo collettivo. Si potrebbe leggere questo fenomeno attraverso una lente storica. Le dittature hanno sempre temuto i funerali, le commemorazioni e più in generale la memoria condivisa. In America Latina, ad esempio, negli anni delle giunte militari, i cortei funebri diventavano atti di accusa. In Iran sta accadendo qualcosa di analogo, ma con una differenza radicale: il protagonismo femminile e giovanile è il cuore pulsante del movimento.

LEGGI Caro Foucault, oggi l’ayatollah ha cent’anni di ritardo

Il popolo che non cede alla paura

La demografia iraniana è giovane: una parte significativa della popolazione vive sotto i trent’anni, con prospettive economiche e libertarie negate. È una generazione che non ha memoria della rivoluzione del 1979 e che non si riconosce nella teocrazia. Ha conosciuto solo restrizioni, controllo, precarietà economica, isolamento internazionale. Per molti di loro, scendere in piazza, sfidare la repressione e trasformare il proprio lutto in protesta è dunque una risposta al sistema che continua a negare diritti fondamentali e opportunità di futuro. Questa sfida consiste nella decisione di non interiorizzare più la paura. Per questo la risposta di chi ama e perde non è il silenzio, la resa o la sola disperazione, ma una forma di resistenza collettiva e perfino festosa.

Le figlie di Parvaneh Khojandi Rad che cantano al funerale della madre e scandiscono slogan davanti alla moschea sono la trasformazione del dolore in sfida pubblica, un messaggio chiaro ai pasdaran e alla guida suprema che non cederanno all’umiliazione, che il sacrificio dei loro cari non sarà consumato nel segreto e nel pianto solitario.

Alla stessa maniera, gli studenti che commemorano il figlio del loro insegnante compiono un passaggio dall’intimità della classe alla politica della solidarietà, trasformando il ricordo di Sadra Soltani in un impegno di gruppo, in un atto di presenza e di sfida. La scuola, luogo del sapere, si fa luogo di coscienza civica ed è esattamente questo il momento in cui la repressione produce suo malgrado una comunità consapevole, qualcosa di così forte e determinato che difficilmente il regime potrà estirpare.

Il ruolo dell’Occidente

E l’Occidente? Qui la questione non riguarda soltanto governi e diplomazie, ma la temperatura morale delle società. L’opinione pubblica occidentale reagisce all’Iran in modo intermittente, frammentato. Per qualche settimana le proteste sono diventate il luogo dell’eroismo femminile, della gioventù che sfida il potere, della libertà contro il fondamentalismo. Poi il ciclo mediatico ha cambiato direzione.

L’Iran è rimasto sullo sfondo, visto come teatro di un conflitto interno, drammatico ma non “nostro”. Eppure, se guardiamo i due video da cui siamo partiti, la posta in gioco è la stessa: il diritto di una società a definire sé stessa contro un potere che pretende di monopolizzarne l’identità. Le ragazze che cantano davanti alla moschea stanno compiendo un gesto di secolarizzazione dal basso. Gli studenti che onorano il figlio del professore stanno affermando un principio elementare di responsabilità collettiva.

Sono dinamiche profondamente moderne, profondamente civili. L’opinione pubblica occidentale, però, sembra incapace di riconoscere la portata storica di ciò che sta accadendo. C’è anche un’altra ambivalenza. Parte dell’opinione pubblica progressista occidentale tende a leggere ogni tensione con Teheran esclusivamente attraverso la lente dell’anti-imperialismo, come se ogni critica al regime rischiasse automaticamente di diventare sponda per un interventismo americano. Il risultato è un imbarazzo che finisce per silenziare la solidarietà verso chi protesta. Così una delle più potenti mobilitazioni civili contemporanee resta sullo sfondo delle nostre coscienze come se la lotta della gioventù iraniana non fosse parte dello stesso orizzonte di diritti che difendiamo per noi.

La gerarchia dei diritti

Ma questa mancanza di un sostegno coerente e incisivo alla forza sociale del popolo persiano rischia di produrre tre effetti, tutti pericolosi. Il primo è politico: lasciare sola una generazione che si espone senza protezioni significa rafforzare, per paradosso, la narrativa del regime. Teheran ripete da anni che l’Occidente usa i diritti umani come arma retorica, salvo poi abbandonare chi paga il prezzo della libertà.

Ogni ondata emotiva seguita dal silenzio diventa una conferma di quella propaganda. Il secondo è morale: l’incoerenza logora la credibilità dell’idea stessa di libertà. Se la solidarietà occidentale si attiva con forza in alcuni teatri e si affievolisce in altri, il messaggio implicito è che esistono lotte più “centrali” e lotte periferiche, diritti più urgenti e diritti secondari.

LEGGI Usa-Iran, la portaerei Ford accelera: il rischio di guerra non è più remoto

È una gerarchia non dichiarata, ma percepibile. E i giovani iraniani la percepiscono benissimo. Il terzo effetto è strategico: l’assenza di una posizione chiara nel dibattito pubblico occidentale lascia campo libero alle polarizzazioni estreme. Da un lato chi riduce tutto a uno scontro geopolitico tra Washington e Teheran, dall’altro chi liquida la resistenza come manipolazione occidentale. In entrambi i casi, il soggetto vero – la società iraniana – scompare. Il rischio più grande, in fondo, è questo: che la straordinaria, struggente energia civile che vediamo in questi due video venga lentamente isolata, trasformata in episodio “locale” e non riesca a farsi responsabilità condivisa. Chi resiste, in tal caso, paga due volte: la prima sotto la repressione, la seconda sotto l’indifferenza.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

Primo piano

Nessun risultato

La pagina richiesta non è stata trovata. Affina la tua ricerca, o utilizza la barra di navigazione qui sopra per trovare il post.

EDICOLA