Nell’epoca della post-verità e delle fake news capita di leggere necrologi di persone famose ancora in vita, come l’ex calciatore Franco Baresi, dato per morto da una notizia pubblicata anche dal “Corriere della Sera” e poi rilanciata su altri siti.
Immediata è stata la reazione dei social, con l’inevitabile diffondersi dei messaggi di cordoglio e il consueto effetto a catena, finché non è arrivata la smentita ufficiale (per fortuna!) da parte del Milan. Subito sono stati cancellati articoli e post, ma – si sa – internet non concede scampo agli errori, e così gli screenshot hanno continuato a circolare.
Il post di Salvini e l’appartenenza da tifoso
Tra quei necrologi precipitosi ce n’era uno di Matteo Salvini, sul profilo X, con tanto di foto e frasi convenzionali: «Il vero Milan, il vero Calcio. Vola con la tua curva Capitano, sei stato e sarai per sempre la nostra bandiera».

Che cosa sarebbe accaduto se il vicepresidente del Consiglio avesse aspettato mezz’ora? Nulla, salvo perdere la possibilità di essere tra i primi a manifestare pubblicamente il proprio dolore. Ed è questo, forse, il dato più interessante della vicenda. Il fatto, cioè, che la politica sui social – una politica a caccia di like, che privilegia la pancia rispetto alla testa, la reazione emotiva alla riflessione – teme ormai il ritardo più dell’errore. La parola d’ordine è «arrivare per primi» su tutto, anche sul cordoglio, perché ogni avvenimento diventa un’occasione per certificare la propria presenza, con tutto ciò che ne consegue. Il profilo social di un politico è diventato oggi, infatti, una sorta di triade: è, insieme, una redazione in tempo reale, un diario pubblico e – soprattutto – uno strumento di propaganda permanente.
Perché il cordoglio è propaganda perfetta
Ma non è così per tutti? Sì, con la differenza però che un politico non dovrebbe reagire a qualsiasi avvenimento come l’uomo della piazza. Non dovrebbe considerare la presenza più importante della pertinenza, come se fosse un qualsiasi adolescente affetto da FOMO, che si tratti di una vittoria sportiva, di una tragedia imprevista o della morte di un personaggio popolare, come in questo caso. Se si analizza il post di Salvini, del resto, si capisce che, evocando «il vero Milan», «il vero Calcio», «la nostra bandiera», il politico vuole presentarsi come tifoso prima ancora che come uomo delle istituzioni. Cerca, cioè, di rinsaldare un’appartenenza collettiva e di produrre empatia, identificazione, senza richiedere alcun ragionamento.
Perché il cordoglio è propaganda perf
C’è un’altra riflessione da fare. Un politico molto seguito – a torto o a ragione – non è un utente qualsiasi sui social. Quando rilancia una notizia, senza aspettarne la conferma né verificarne la veridicità, agli occhi di molti la certifica. Il suo profilo trasferisce così alla voce incontrollata l’autorevolezza della carica istituzionale. Com’è possibile che un ministro, con a disposizione uno staff, canali diretti e un apparato di comunicazione, possa cadere nella trappola della fake news? Una plausibile risposta è che la visibilità, anche per i politici, costituisce un vantaggio per il quale si è disposti a rischiare tutto, persino la propria credibilità, laddove invece dovrebbe comportare, per un rappresentante delle istituzioni, un dovere supplementare di cautela. Cancellare un post non basta. È un’illusione. L’autorevolezza già prestata alla falsa notizia non ha diritto all’oblio. Certo, sbagliare è umano, ma rettificare lo sarebbe ancor di più.
La lezione di Virilio sulla velocità come potere
Dunque un efficace antidoto a questo potere che spinge a deragliare a causa della velocità è rallentare. Forse è un’utopia, ma dovremmo pretendere sia dalla politica sia dall’informazione una maggiore capacità di sopportare il breve intervallo che separa una voce dalla verità; la capacità, cioè, di aspettare e di usare la prudenza come forma di rispetto verso i fatti e verso le persone coinvolte. In altre parole, dovremmo chiedere loro di rinunciare un po’ di più al potere della «velocità» per guadagnare in responsabilità.































