18 Settembre 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

18 Set, 2026

Corea del Sud, Lee sfida Trump: «Non manderemo truppe contro l’Iran»

Il presidente della Corea del Sud, Lee Jae Myung

Seul esclude qualsiasi partecipazione militare alla guerra, ma valuta di spostare alcune unità navali per proteggere petroliere e mercantili sudcoreani. Sullo sfondo crescono le tensioni con Washington


La Corea del Sud non invierà soldati né mezzi militari per sostenere la guerra dagli Stati Uniti contro l’Iran. Il presidente Lee Jae Myung respinge così le pressioni di Trump. Che nelle ultime settimane aveva chiesto più volte a Seul di dare «una mano» agli Stati Uniti nel conflitto.

LA GUERRA GIORNO PER GIORNO

«Non ci sarà alcun dispiegamento di truppe o invio di mezzi militari per essere coinvolti o intervenire in questa guerra», ha dichiarato Lee in una conferenza stampa a Seul.

Il presidente Usa il mese scorso aveva ricordato pubblicamente al leader sudcoreano la presenza delle forze statunitensi nella penisola. E raccontato di essersi sentito rispondere «No, grazie» alla richiesta di aiuto.

Navi sì, ma solo per proteggere i mercantili

Seul non esclude invece di rafforzare la protezione delle proprie rotte commerciali. Il governo sta valutando di ampliare il raggio operativo di un cacciatorpediniere della Marina e delle unità di supporto attualmente impegnate nelle operazioni antipirateria al largo della Somalia.

Le navi potrebbero avvicinarsi al Mar Rosso o allo Stretto di Hormuz, ma Lee ha posto un limite preciso: dovrebbero occuparsi esclusivamente della sicurezza delle petroliere e degli altri mercantili sudcoreani, senza partecipare ad attività che possano essere interpretate come un sostegno alla guerra contro l’Iran.

La tensione con Washington

Lo scontro sull’Iran arriva in una fase già delicata dei rapporti tra Seul e Washington. Ad agosto Trump ha ridimensionato unilateralmente una delle esercitazioni militari congiunte annuali tra Stati Uniti e Corea del Sud, definendole costose e «totalmente inappropriate e ostili» nei confronti della Corea del Nord. Il presidente americano ha contemporaneamente rivendicato il suo buon rapporto con Kim Jong-un.

Restano inoltre aperti i negoziati sull’accordo economico annunciato lo scorso novembre.

L’intesa prevede la riduzione dal 25 al 15% dei dazi americani su importanti esportazioni sudcoreane, comprese le automobili, e l’appoggio di Washington ai programmi di Seul per sviluppare sottomarini a propulsione nucleare e arricchire uranio destinato all’energia civile. In cambio, la Corea del Sud si è impegnata a investire 350 miliardi di dollari negli Stati Uniti. L’attuazione dell’accordo si è però arenata sui dettagli.

Lee ha spiegato di aver respinto una precedente proposta e di aver ordinato ai suoi negoziatori di proseguire il confronto. Gli investimenti, ha sottolineato, dovranno essere economicamente sostenibili e dovrà esserci un accordo sulla distribuzione di profitti e perdite. «Non dobbiamo cedere alle pressioni o alle coercizioni», ha detto, precisando che si tratta di un principio generale e non di un riferimento diretto all’amministrazione Trump.

I sudcoreani non vogliono la guerra

Per Lee, accettare la richiesta americana avrebbe anche un costo politico interno. Il precedente più pesante risale alla guerra in Iraq: l’invio di forze sudcoreane deciso dal presidente progressista Roh Moo-hyun provocò una forte reazione nel Paese, anche all’interno della sua stessa area politica.

E oggi l’opinione pubblica resta contraria a un intervento. Secondo un sondaggio citato dal New York Times, il 55% dei sudcoreani si oppone all’invio di truppe nella guerra contro l’Iran, mentre il 32% è favorevole.

Per Trump, invece, il rifiuto di Seul si inserisce in una contestazione più ampia agli alleati che, a suo giudizio, stanno facendo troppo poco nella guerra. Per la Corea del Sud la questione tocca un’alleanza militare con Washington che dura da oltre settant’anni. Il no di Lee all’invio di truppe è politicamente molto più pesante di un semplice rifiuto operativo.

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