Il sistema elettrico italiano resta costoso e inefficiente. Le proposte della segretaria dem non affrontano i nodi strutturali del mercato: l’alternativa passa dalla revisione dei meccanismi di prezzo fino all’avvio di una nuova flotta nucleare
Mentre scriviamo sappiamo che l’energia elettrica in Borsa costa oggi 221 euro/MWh in media, con punte sino a 280 euro/MWh, mentre il gas costa 78 euro/MWh. Perciò energia elettrica prodotta con un ciclo combinato a gas costa intorno a 130 euro/MWh. Ma in Europa abbiamo un sistema ETS, che impone ai produttori l’acquisto di un diritto all’emissione della CO2, che aggiunge altri 42 euro/MWh.
Prima questione: ha senso mantenere l’ETS quando già il prezzo del gas penalizza i consumatori? La risposta è piuttosto ovvia: no; perciò serve una battaglia in Consiglio Ue per definire un meccanismo automatico di sospensione, quando il gas supera una certa quotazione (per esempio 40 euro/MWh).
Perché il prezzo schizza dopo le 16
Altra domanda: come mai domani, nelle ore centrali della giornata, il prezzo corrisponde a quello dell’elettricità prodotta a gas con ETS e poi dalle 16 schizza a 250 sino ad arrivare a 280 euro/MWh? La risposta è che dopo le 16 il prezzo marginale non lo fa più il gas. L’analisi dei dati del gestore del mercato (Gme) mostra che il prezzo ben più alto di quello dell’elettricità a gas, che almeno è giustificato dalla quotazione del gas e dell’ETS, lo fanno tecnologie come l’idroelettrico e gli accumuli.
Ma come? Energia prodotta da impianti in concessione, con costi tecnici di generazione dell’ordine di 35 euro/MWh, viene offerta a 250, 300 euro/MWh? Non sarebbe il caso allora di remunerarla con contratti a due vie con tariffa fissata da aste al ribasso al momento del rinnovo delle concessioni?
Altra questione ancora
Quando nelle ore centrali della giornata il prezzo in Borsa è 180 euro/MWh, esso viene incassato anche dai produttori di energia solare. In aggiunta agli incentivi dei vari conti energia che mediamente valgono circa 300 euro/MWh. Incentivi che, solo per l’energia solare, gravano sulla bolletta degli italiani per ben 6,3 miliardi di euro/anno. Non sarebbe opportuno per lo meno evitare l’aggiunta dei 180 euro/MWh?
E oggi che solare ed eolico vengono remunerati – quelli sì – con contratti a due vie, siamo vicini alla saturazione. Infatti, già oggi e ancor più in futuro, una parte della produzione è in eccesso rispetto alla domanda e viene perciò «tagliata» e tuttavia remunerata, in bolletta; oppure, per evitare il taglio, va accumulata in batterie che di nuovo vengono pagate, sempre in bolletta.
Poi c’è tutta la questione delle altre voci in bolletta, le reti in particolare, che vanno ampliate, se vogliamo sempre più elettrificare i nostri consumi, e giustamente remunerate; ma proprio per questo vanno riviste le modalità di remunerazione, per renderle più sostenibili e allineate a quelle dei maggiori Paesi Ue.
I cinque punti di Schlein
Insomma, il nostro sistema elettrico è molto lontano dall’ottimo economico e ambientale, che pure è facile calcolare. Cionondimeno, nei cinque punti che – abbiamo letto – la segretaria dem Elly Schlein ha proposto al Governo, per spendere nel modo migliore 14 miliardi (di debito pubblico, ricordiamolo), non troviamo alcun cenno ai problemi sopra elencati, la cui soluzione abbasserebbe significativamente le bollette degli italiani.
Punto 1. Due miliardi per l’installazione di pompe di calore. Ben vengano, ovunque sia possibile installarle; ma il prerequisito è disporre di elettricità continua, prodotta anche la sera d’inverno in Nord Italia, dove fa più freddo, a un prezzo competitivo e se possibile pure pulita. E questo tipo di elettricità in Italia non sarà mai prodotta da un sistema 100% rinnovabili che, guarda caso, è la bandiera energetica del cosiddetto Campo largo.
Punto 3 (il punto 2 lo trattiamo per ultimo). Quattro miliardi per produrre calore industriale con pompe di calore. Vale la stessa considerazione del punto 1: se l’elettricità ha un prezzo competitivo, allora l’industriale accorto passerà da solo alle pompe di calore.
Punto 4. Tre miliardi per reti metropolitane, tram e bus elettrici. Anche in questo caso ben vengano, con il caveat che vi abbiamo già investito molti miliardi del Pnrr, fermo restando il peso del prezzo dell’elettricità.
Case popolari, scuole e nucleare
Ed eccoci al punto 2. Tre miliardi per l’efficientamento degli alloggi Erp. Avete letto bene: un Paese che ha speso 165 miliardi in bonus edilizi senza limiti di reddito, ne destinerebbe 3 alle case popolari. Per una volta, facciamo una cosa seria: investiamo 13,5 miliardi e aggiungiamoci le scuole. Sì, le scuole dove i nostri figli diventano cittadini.
E l’altro mezzo miliardo? Investiamolo nelle strutture scientifiche, tecniche ed amministrative che servono ad avviare al più presto in Italia la costruzione di una nuova flotta nucleare della migliore tecnologia disponibile, che produrrà per 80-90 anni energia continua e pulitissima, a un costo medio di circa 60 euro/MWh, senza oneri aggiuntivi in bolletta. E insieme a idroelettrico, solare, eolico e batterie, costituirà il mix ideale per un grande Paese industriale.
Post scriptum: la tassazione dell’energia elettrica in Italia non è superiore a quella del gas: non sono tasse gli oneri che derivano da scelte tecnologiche sbagliate.
































