16 Settembre 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

16 Set, 2026

La caduta del Serpente: 25 anni a Thaci per crimini di guerra. Assalto alla sede Ue a Pristina

Hashim Thaci

L’ex presidente riconosciuto colpevole per omicidi, torture e detenzioni arbitrarie. Tentato assalto alla sede Eulex a Pristina, scontri con la polizia anche all’Aja


Novantasei morti, 303 persone torturate, 385 detenute illegalmente, 49 sottoposte a trattamenti crudeli. Sono i numeri dietro i 25 anni di carcere inflitti ad Hashim Thaci, l’uomo che guidò la guerriglia dell’Uck, trattò con l’Occidente e diventò presidente del Kosovo.

Pronunciata la sentenza all’Aja, il passato è tornato nelle strade: proteste a Pristina, il tentativo di assalto alla sede della missione europea Eulex, scontri con la polizia anche nei Paesi Bassi.

Le Camere specializzate per il Kosovo hanno riconosciuto Thaci, 58 anni, colpevole in primo grado di crimini di guerra commessi durante il conflitto del 1998-1999.

Il tribunale gli attribuisce la responsabilità per l’uccisione di 96 oppositori politici e persone considerate collaborazioniste delle forze di sicurezza serbe, oltre alla detenzione arbitraria di 385 persone, alla tortura di 303 e al trattamento crudele di altre 49.

Nessuna delle vittime, hanno precisato i giudici, partecipava attivamente ai combattimenti nel momento in cui furono commessi i crimini.

Thaci è rimasto in silenzio mentre il presidente del collegio, Charles Smith, pronunciava la condanna.

Thaci ha sempre respinto ogni accusa e potrà presentare appello.

Con lui sono stati condannati altri tre uomini ai vertici dell’Esercito di liberazione del Kosovo: Jakup Krasniqi a 25 anni, Kadri Veseli a 18 e Rexhep Selimi a 13. Dalle loro pene sarà sottratto il periodo di detenzione già scontato: tutti e quattro si trovano all’Aja dal 2020, quando si consegnarono spontaneamente.

Il piano criminale e le prigioni dell’Uck

Il cuore della sentenza è la responsabilità attribuita a Thaci non solo per quel che sapeva, ma per il ruolo diretto avuto nel sistema di violenze.

Il tribunale ha stabilito che partecipò attivamente e incoraggiò i crimini di un piano comune. L’obiettivo, secondo la ricostruzione dei giudici, era individuare le persone considerate nemiche dell’Uck nelle zone controllate dalla guerriglia, arrestarle e rinchiuderle in centri di detenzione. Quando ritenuto necessario, anche ucciderle.

I prigionieri venivano tenuti in condizioni disumane, picchiati, rinchiusi in celle minuscole, privati di cibo sufficiente e di cure mediche.

Le accuse riguardavano non soltanto appartenenti alle minoranze serbe e rom, ma anche albanesi considerati oppositori, traditori o collaboratori delle forze di Belgrado.

I procuratori avevano chiesto 45 anni di carcere per Thaci e per gli altri ex comandanti. Il collegio ha però respinto sei capi d’accusa per crimini contro l’umanità: secondo i giudici, l’accusa non ha dimostrato che quelle condotte facessero parte di attacchi diffusi o sistematici contro la popolazione civile nel suo complesso.

Thaci: «Sono innocente»

Thaci ha sempre sostenuto la propria innocenza. La sua difesa ha contestato in particolare l’esistenza nell’Uck di una struttura gerarchica tanto rigida da consentire di attribuire automaticamente ai vertici la responsabilità dei crimini.

«Sono innocente e mi aspetto di essere riconosciuto tale», aveva dichiarato. Nel febbraio scorso, alla fine di un processo durato quasi tre anni, aveva rivendicato davanti ai giudici la propria storia politica e militare, sostenendo di avere difeso per tutta la vita la libertà, la dignità e la vita del popolo kosovaro. Di essersi ispirato agli ideali occidentali di democrazia, uguaglianza e giustizia.

In una recente intervista alla tv kosovara RTV Dukagjini, l’ex presidente ha anche attaccato la procura accusandola di aver dato credito a «false accuse fabbricate dal regime di Slobodan Milosevic».

Il nodo dei testimoni

Il processo nasce da un percorso lungo e tortuoso, cominciato con le indagini avviate dopo il rapporto di Dick Marty per il Consiglio d’Europa e arrivato alla creazione, nel 2015, delle Camere specializzate per il Kosovo. Un tribunale istituito secondo il diritto kosovaro, ma con sede all’Aja, finanziato dall’Unione europea e composto da personale internazionale.

Una scelta legata anche a un problema che accompagna da anni le inchieste sui crimini dell’Uck: la sicurezza dei testimoni.

Nel 2022 due dirigenti di un’associazione di veterani della guerra del Kosovo sono stati condannati per aver intimidito testimoni attraverso la diffusione di documenti confidenziali rubati al tribunale.

Per Thaci la vicenda giudiziaria non finisce con il verdetto di oggi: entro settembre dovrà affrontare un altro processo per presunte intimidazioni di testimoni.

Dal «Serpente» alla presidenza

È la parabola di Thaci a rendere questa sentenza diversa da molte altre sui crimini delle guerre jugoslave.

Studente, rientrò dall’esilio politico in Svizzera per unirsi alla lotta armata contro le forze serbe. Durante il conflitto si guadagnò il soprannome di «Serpente», per la sua capacità di sfuggire agli uomini di Belgrado.

Ma il guerrigliero diventò in poco tempo un interlocutore dell’Occidente. Nel 1999, come direttore politico dell’Uck, partecipò ai negoziati di pace in Francia, considerato dalle potenze occidentali uno degli uomini con cui costruire il futuro del Kosovo.

Dopo la guerra trasformò il proprio peso militare in potere politico, diventando prima premier e poi presidente della Repubblica. Quasi sei anni fa lasciò la presidenza per presentarsi davanti ai giudici dell’Aja.

Lo stesso uomo passato dalla clandestinità ai tavoli diplomatici, dalla guerriglia alla presidenza, oggi ascolta una condanna a 25 anni per crimini di guerra.

A Pristina l’assalto alla sede Eulex

Il verdetto era atteso da giorni come un possibile detonatore. Migliaia di sostenitori dei quattro ex comandanti avevano già manifestato nella capitale. I loro ritratti erano comparsi in tutta Pristina e nella piazza centrale era stato installato un grande conto alla rovescia verso il giorno della sentenza.

Dopo il verdetto, la protesta ha raggiunto la sede di Eulex, la missione dell’Unione europea che favorì il trasferimento all’Aja di Thaci e degli altri ex comandanti. Alcuni manifestanti hanno tentato di scavalcare la recinzione protetta dal filo spinato e di entrare nel cortile, ma sono stati respinti dagli agenti antisommossa. Secondo fonti sul posto, il personale è stato evacuato.

Nella folla molti giovani indossano magliette nere dell’Uck. Sventolano bandiere albanesi e vessilli con la scritta «La libertà ha un nome». Il coro è «Uck! Uck!».

Centinaia di persone hanno poi attraversato Pristina in corteo, decine di agenti antisommossa schierati in città. Un dispositivo di sicurezza insieme a forze internazionali di peacekeeping. Gli Stati Uniti hanno invitato i propri cittadini a evitare gli assembramenti.

Tra i manifestanti c’è Raif Pllana, ex combattente dell’Uck: «Questa sentenza è vergognosa. Da oggi non ci sarà pace in Kosovo».

Scontri anche all’Aja

La protesta non si è fermata al Kosovo. Anche all’Aja diverse centinaia di sostenitori di Thaci si sono riuniti per seguire in diretta audio la lettura della sentenza.

Quando una parte dei manifestanti ha tentato di raggiungere la sede del tribunale, ci sono stati brevi scontri con la polizia.

La tensione era prevista. Le autorità avevano rafforzato la sicurezza e le organizzazioni che seguono il processo di pace nei Balcani avevano cancellato alcuni appuntamenti legati alla giornata del verdetto.

Il Kosovo si schiera con i suoi ex comandanti

La condanna di Thaci attraversa e in parte cancella le normali divisioni della politica kosovara. Per moltissimi albanesi del Kosovo, i quattro uomini processati all’Aja restano prima di tutto gli uomini della guerra di liberazione contro Belgrado. Thaci continua ad essere una figura venerata da una parte della popolazione e lo stesso tribunale è profondamente impopolare nel Paese.

Il ministro degli Esteri Glauk Konjufca ha definito il verdetto «una sentenza terribile per il Kosovo, per la nostra guerra di liberazione». Ha respinto l’idea di una cospirazione criminale dell’Uck contro la popolazione e ha definito la decisione «triste, ingiusta e immeritata», sostenendo che danneggerà sia il racconto nazionale della guerra sia lo Stato kosovaro.

Anche il premier Albin Kurti ha difeso la natura della lotta dell’Uck, separandola dalle eventuali responsabilità individuali. La posizione è condivisa anche da forze del centrodestra kosovaro che nelle settimane precedenti al verdetto hanno mobilitato i propri sostenitori.

Dall’altra parte ci sono le comunità serbe, che hanno chiesto alle missioni internazionali Eulex e Kfor di rafforzare la protezione nelle zone più sensibili, temendo violenze e ritorsioni.

Rama: «Incredibile»

La reazione è uscita dai confini del Kosovo immediatamente. In Albania il sostegno alla lotta dell’Uck attraversa maggioranza e opposizione.

Il premier Edi Rama ha risposto alla sentenza pubblicando sui social l’immagine di una mappa dell’Europa attraversata da un cerchio di filo spinato. Sopra, una sola parola: «Incredibile».

Il verdetto è destinato ad avere conseguenze anche nei rapporti con la Serbia, dove il passato delle guerre jugoslave continua a pesare sulla politica interna e sulle relazioni con Pristina. Il Kosovo ha proclamato l’indipendenza nel 2008, ma Belgrado continua a non riconoscerla. Anni di negoziati mediati dall’Unione europea e sostenuti dagli Stati Uniti non hanno cancellato la tensione.

Una guerra che non è ancora storia

Il conflitto del Kosovo costò la vita a circa 13 mila persone, in maggioranza albanesi. Circa un milione di kosovari albanesi furono costretti a lasciare le proprie case. La guerra terminò dopo 78 giorni di bombardamenti Nato contro le forze serbe.

Il processo a Thaci non può essere letto in Kosovo come un procedimento giudiziario qualsiasi. Da una parte ci sono i crimini attribuiti dai giudici a uomini che combattevano nell’Uck. Dall’altra c’è la guerra contro le forze serbe sulla quale è stata costruita l’indipendenza del Paese.

La sentenza prova a separare le due cose: giudicare le responsabilità penali individuali senza riscrivere la storia della guerra. Nelle strade, però, è una distinzione difficile.

A Pristina si grida ancora «Uck». All’Aja i sostenitori dell’ex presidente affrontano la polizia. Le comunità serbe chiedono protezione. Trent’anni dopo, nei Balcani la guerra è finita. La battaglia sulla sua memoria, no.

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