L’invio di generatori è necessario, ma al vertice su Kiev mette in luce una reticenza italiana: sostenere l’Ucraina significa anche spiegare perché le armi restano indispensabili alla sicurezza europea.
Ieri al vertice dei Volenterosi nel giorno in cui i leader europei discutono di missili, di difesa aerea e di garanzie militari per Kyiv, dall’Italia – che ha partecipato in videoconferenza – arriva l’annuncio dell’invio dei generatori elettrici. Francia e Gran Bretagna, intanto, hanno aperto alla produzione in Ucraina dei missili a lungo raggio, una decisione che è anche un riconoscimento della capacità raggiunta dall’industria militare ucraina, oltre che della necessità di ridurre la pressione sugli arsenali occidentali. Ora, intendiamoci, i generatori non sono inutili (Mosca colpisce sistematicamente la rete energetica ucraina e, alla vigilia dell’inverno, sono un aiuto concreto) e va dato atto a Giorgia Meloni di aver tenuto la barra dritta in politica estera sul sostegno all’Ucraina, nonostante le ambiguità interne alla maggioranza. A fine 2025 il governo ha prorogato anche per il 2026 l’autorizzazione agli aiuti militari, superando le resistenze della Lega, anche se a differenza di Francia, Germania e Regno Unito, i cittadini italiani non hanno mai potuto conoscere attraverso un elenco ufficiale completo quali armi siano state consegnate all’Ucraina.
I generatori servono, ma non sostituiscono le armi
In ogni caso se il governo ha ritenuto giusto fino a oggi armare l’Ucraina, perché ora, partecipando al vertice per l’Ucraina, sente il bisogno di mettere in primo piano, rispetto alle armi, i generatori elettrici? E come mai lo fa proprio adesso, quando sta crescendo sempre di più nelle classi dirigenti europee la convinzione che difendere l’Ucraina dalla Russia vuol dire anche difendere noi stessi? Macron ha detto esplicitamente che i Paesi Nato saranno presi di mira e che le provocazioni russe si moltiplicheranno, e per questo il vertice dei Volenterosi lavora a garanzie di sicurezza e a una forza multinazionale da dispiegare dopo un cessate il fuoco. L’Italia, però, ha già chiarito di non voler partecipare con propri soldati (ma non da oggi, a dire il vero).
Quando la difesa dell’Ucraina diventa difesa dell’Europa
Perché questo cambio di tono? E soprattutto perché questa narrazione diversa, attraverso la quale l’Italia sembra voler abbassare i toni militaristici, arriva durante una fase particolarmente critica della guerra in Ucraina, con il più alto numero di vittime civili dall’inizio dell’invasione su larga scala? Una risposta potrebbe essere questa: perché Meloni è stata una delle leader europee più coerenti nel sostegno all’Ucraina finché quel sostegno si inseriva in un quadro saldamente atlantico e a guida americana. Ma adesso che significa sempre più assumersi direttamente, come europei, la responsabilità della sicurezza del continente, l’Italia sembra arretrare di qualche passo. E allora i generatori diventano un simbolo del limite della politica estera meloniana. È facile affermare che l’Ucraina appartiene all’Occidente, ma è molto più difficile accettare tutte le conseguenze del fatto che, se l’America si sottrae almeno in parte, quell’Occidente dobbiamo imparare a difenderlo noi.
Il costo politico della coerenza atlantista
Meloni è ancora pienamente dalla parte dell’Ucraina, certo. Ma è pronta a stare dalla parte dell’Europa che nasce dalla guerra in Ucraina? L’impressione, in effetti, è che si sia attenuata, da parte della presidente del Consiglio, quella volontà di parlare chiaro agli italiani e di perseguire una sorta di pedagogia della difesa, che pure aveva mostrato in passato. Naturalmente c’è anche una ragione elettorale. Meloni deve convivere con Salvini e con una parte dell’elettorato di destra ostile all’invio di armi, ulteriormente conteso oggi da Futuro Nazionale di Vannacci. Ma dall’altra parte trova un’opposizione nella quale Conte sostiene che la minaccia russa è stata “costruita” per giustificare il riarmo e annuncia che il M5S non voterà più il sostegno militare all’Ucraina. Anzi, ha suggerito addirittura di affidare alle primarie la scelta se continuare o meno ad armare l’Ucraina. Da parte sua Schlein, che non ci risulta sia mai andata a Kyiv, pur ribadendo che il Pd continuerà a sostenere l’Ucraina anche militarmente, continua a costruire un’alternativa di governo con chi propone la linea opposta, senza che questa divergenza sia per lei una discriminante politica. Insomma, è come se la necessità di difendere pubblicamente l’invio delle armi fosse diventata una rimozione collettiva del sistema politico italiano.
La falsa alternativa tra armi e pace
Ma se nel febbraio 2022 gli europei avessero mandato a Kyiv soltanto generatori, che Ucraina avremmo oggi con cui negoziare? Probabilmente una molto più piccola, oppure nessuna Ucraina realmente sovrana. Ma nel dibattito italiano si è progressivamente creata una falsa alternativa: da un lato le armi, identificate con la prosecuzione della guerra; dall’altro il negoziato, identificato con la pace. Un Paese, però, può avviare un negoziato solo se ha resistito abbastanza da non essere sconfitto. E può farlo solo perché qualcuno gli ha fornito le armi. E dunque, mandiamoli pure, questi generatori. Serviranno. Ma sarebbe forse il momento di spiegare anche agli italiani che non possiamo pretendere che gli ucraini difendano la frontiera orientale del nostro continente dall’aggressione russa, mentre noi continuiamo a raccontarci la nostra partecipazione alla loro difesa come se fosse un’operazione umanitaria. Mandare i generatori può nascondere, allora, anche l’ipocrisia di non volere più difendere il sostegno militare a Kyiv con un discorso pubblico sulla difesa della libertà europea. Su questa ipocrisia – o difetto di coraggio – il governo e gran parte dell’opposizione finiscono paradossalmente per assomigliarsi.































