28 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

28 Lug, 2026

Iran, Netanyahu spinge Trump alla guerra: Teheran risponde con i proxy

Houthi

L’Iran segue gli Stati Uniti fermando gli attacchi diretti, ma ora i proxy degli Ayatollah cominciano a portare la guerra alle altre potenze regionali


«Nessun attacco se non veniamo attaccati». Questa è la politica che Teheran sostiene di portare avanti fin dall’inizio della guerra contro gli Stati Uniti e Israele. Una politica eminentemente difensiva e reattiva, in linea con quelli che gli iraniani considerano i principi guida della propria Nazione. Eppure, ieri, questa dottrina è stata apparentemente violata visto che sono stati condotti, stando a quanto sostenuto dai Paesi colpiti, alcuni blandi attacchi contro alcuni dei vicini dell’Iran. Nonostante lo stop apparente ai raid americani contro la Repubblica Islamica. Tanto in Arabia Saudita, quanto in Iraq e Giordania sono stati infatti testimoniati alcuni attacchi, per lo più intercettati con successo dalle difese antiaeree.

I bersagli tra Arabia Saudita, Giordania e Iraq

I bersagli di questi tentativi di bombardamento sono stati diversi. In Arabia Saudita alcuni droni lanciati dall’Iraq avrebbero preso di mira siti petroliferi e addirittura la capitale Riyadh. Dalle parti della Giordania i sistemi partiti anche in questo caso dall’Iraq avrebbero tentato di colpire siti ad alto valore non meglio specificati. In Iraq, invece, i bersagli sarebbero stati alcuni campi d’addestramento di gruppi curdi ostili all’Iran. Visti i siti di partenza dei droni è altamente probabile che gli attacchi di ieri siano stati condotti quasi interamente da milizie alleate di Teheran. E non da militari regolari iraniani.

Forse, proprio per tenere fede alla dottrina di rappresaglia che l’Iran sostiene da tempo, i Pasdaran, che controllano più o meno direttamente questi gruppi, hanno pensato bene di utilizzarli per compiere proprio lo scopo per cui sono stati creati. Colpire i nemici della Repubblica Islamica senza esporre direttamente gli Ayatollah a delle critiche dirette. Tuttavia, è chiaro che le operazioni di ieri s’inseriscono in un quadro ben più ampio e complesso.

Washington interrompe i raid contro l’Iran

Nel weekend, infatti, gli Stati Uniti hanno interrotto le proprie operazioni contro il Paese dopo che Donald Trump, su suggerimento della sua amministrazione, si è reso conto di non poter continuare a lanciare inconcludenti raid. Sprecando risorse preziose e necessarie altrove.

Di conseguenza, l’Iran ha frenato i suoi attacchi, ma ciò non vuol dire che sia conveniente per Teheran tornare ad uno stato di quiete. E l’Iran può sfruttare il momento favorevole nei bilanciamenti di forza per tentare di migliorare la sua posizione in rapporto ai suoi vicini. Continuando con le sue operazioni offensive. Solo, sfruttando i proxy di cui ancora dispone in tutta l’area senza entrare più direttamente nello scontro.

In tal senso, il vero asso nella manica di Teheran sono e restano gli Houthi, il gruppo yemenita che più di tutti può influenzare le sorti della regione con le sue azioni.

Gli Houthi e la pressione sul Mar Rosso

Ieri, proprio a tal proposito, gli Houthi hanno preso di mira i punti di transito del petrolio diretto a Yanbu, il principale porto petrolifero saudita sul Mar Rosso, in una rappresaglia per quelle che il gruppo ha definito incursioni di droni sauditi nello spazio aereo yemenita.

Si tratta, evidentemente, solo dell’ultima operazione d’interdizione del libero passaggio attraverso Bab el Mandeb volto a limitare la circolazione del petrolio e delle merci da e verso il Mar Rosso. Una mossa che, combinata all’incertezza che circonda Hormuz, rischia di mettere in ginocchio il commercio di petrolio globale. Andando a colpire direttamente i sauditi, forse il principale bersaglio delle attenzioni iraniane in questo momento.

Trump, dal canto suo, è tornato a promettere ieri la ripresa delle ostilità se Teheran non verrà incontro alle sue richieste. Richieste che però, ribadiscono dall’Iran, non sono attualmente neanche allo studio visto che gli Ayatollah hanno smentito qualsiasi tipo di ripresa dei colloqui con la controparte.

Come potrà Trump riprendere per la quarta volta le operazioni contro il Paese in caso di mancato accordo è ancora da scoprire. Visto che i problemi che lo hanno portato a interrompere i raid – mancanza di munizioni, scarsa efficacia degli attacchi – sono ancora tutti presenti.

La rivendicazione di Trump e i dubbi negli Stati Uniti

Sui social, nonostante lo stato di cose non propriamente favorevole, Trump continua a rivendicare quanto successo in Iran negli ultimi mesi come una grande vittoria ma ormai è una lettura che convince sempre meno anche gli stessi americani.

Oggi il tycoon incontrerà a Washington il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, arrivato ieri negli States per l’ottavo meeting con il presidente americano. Il premier israeliano è stato cristallino sui temi di cui si parlerà: «In questi tempi complessi, è necessario agire con grande determinazione e grande saggezza. Discuteremo tutte le questioni all’ordine del giorno, in primis l’Iran. Naturalmente, il nostro obiettivo è proteggere la nostra sicurezza ed estendere la cerchia di pace intorno a noi», ha fatto sapere alla stampa.

È chiaro, dunque, che Netanyahu cercherà di spingere Trump a tornare nell’arena mediorientale con più convinzione. O quantomeno a sostenere gli sforzi israeliani in tal senso, dando luce verde a nuove operazioni in Libano o nei Territori Palestinesi.

La partita mediorientale entra in una nuova fase

Tuttavia, è probabile che Bibi tornerà a casa molto deluso su questo fronte, visto che al momento la migliore via d’uscita politica e strategica per Washington è tentare di far dimenticare il caos mediorientale semplicemente smettendo di parlarne.

La partita mediorientale, dunque, sembra entrata in una fase nuova: non quella della pace, ma quella della gestione dell’instabilità. Teheran ha dimostrato di poter abbassare il livello dello scontro diretto senza rinunciare alla pressione sui propri avversari, affidandosi a una rete di alleati che continua a rappresentare uno strumento fondamentale della sua strategia regionale.

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Washington, al contrario, si trova davanti al dilemma che ha caratterizzato gran parte delle crisi degli ultimi anni: intervenire ancora, con costi sempre più difficili da sostenere, oppure accettare un equilibrio imperfetto in cui l’Iran conserva margini di manovra significativi. Netanyahu spingerà oggi per la prima opzione. Resta da vedere se Trump si farà convincere.

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