A destra Salvini sfida i frondisti e prova a blindare la leadership, mentre Vannacci apre uno spiraglio sulle alleanze. A sinistra Conte fissa i paletti sulla politica estera, Schlein prende tempo e torna l’idea di una figura terza per tenere insieme il campo largo
Chi sperava in indizi precisi, deve rassegnarsi: arriveranno solo quando sarà definita e ufficiale la nuova legge elettorale. Di sicuro però la domenica bestiale – nel senso di ricca e complessa – della politica italiana ha messo in campo nuovi e ulteriori indizi.
Le due metà campo della politica italiana restano tuttora ed entrambe un work in progress. E se a destra Salvini gioca d’azzardo (con le carte truccate?) sul destino della leadership leghista e Vannacci ammicca sulle alleanze, a sinistra Conte scolpisce il suo programma intorno alla parola Pace. Dal Pd osservano perplessi e torna in auge l’ipotesi del federatore.
La maggioranza ieri ha avuto quasi tre palchi in contemporanea: Pontida, Orvieto (Vannacci e Alemanno), il laghetto dell’Eur a Roma dove Meloni ha arringato i giovani di Gioventù Nazionale (Fenix).
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Salvini mette la leadership sul tavolo
Il colpo di teatro arriva a fine comizio, dal palco bergamasco: «Domani – è l’annuncio di Salvini a sorpresa – convocherò il consiglio federale e proporrò per ottobre un congresso straordinario per decidere insieme e marciare compatti. Chiederò se ho ancora la fiducia della mia famiglia e lo chiederò per alzata di mano».
È una decisione inattesa che sembra spiazzare la fronda dei governatori, del nord e del capogruppo al Senato Massimiliano Romeo che dall’inizio dell’estate hanno chiesto pubblicamente un cambio di passo nella leadership salviniana oramai lisa e consumata (dopo tredici lunghi anni).
Un anno e mezzo dopo la terza rielezione a segretario, al congresso di Firenze dell’aprile 2025, il capo leghista sfida in campo aperto i frondisti che da mesi ne contestano la gestione.
Ma la mossa di Salvini è doppia. Da una parte stanare i nordisti, quelli che chiedono di tornare ai “veri temi leghisti”, costringendoli a scoprire le carte e a trovare — se ce l’hanno — un candidato alternativo. Dall’altra procurarsi di nuovo un mandato pieno per reggere la concorrenza del populismo ultrà di Vannacci, che al partito ha già sottratto quadri e parole d’ordine.
«Il congresso sarà l’occasione per confrontare le varie sensibilità» la replica di Romeo accolto sul palco di Pontida con i cori “Romeo! Romeo!” a cui i salviniani hanno risposto con «Matteo! Matteo!». In realtà, col passare delle ore, la mossa di Salvini assomiglia sempre di più ad una trappola: stessi delegati (i suoi), nessuna dimissione del segretario, non un congresso per la leadership, solo la discussione e la richiesta di fiducia di un programma.
Il Pratone di Pontida, intitolato a Bossi, chiude i lavori alle 14, meno gente, meno stand, spazi ridotti, nessuna vera contestazione e questo è già quel che più conta.
Vannacci e Alemanno, il matrimonio di Orvieto
Circa mezz’ora prima Roberto Vannacci aveva chiuso il proprio intervento a Orvieto dove è stato celebrato il matrimonio politico con Gianni Alemanno. Un segnale che toglie il sonno a Meloni. In mattinata Ignazio La Russa – che non ha mai amato la destra sociale e romana, quella di Alemanno – aveva detto «mai con Vannacci». Attenzione però: nulla è quello che sembra, nella vita e figurarsi in politica.
«Le alleanze si fanno a ridosso delle elezioni» la replica di Vannacci che con il passare del tempo sembra aprire sempre di più la fessura per tendere la mano all’alleanza di centrodestra. «Le linee rosse – su temi e programmi – restano però non negoziabili».
Non è un caso se al suo fianco, Gianni Alemanno ha chiesto a Meloni di scegliere tra il Ppe e il sovranismo e pronostica il generale a Palazzo Chigi entro dieci anni, mentre in sala siede un eurodeputato dell’AfD e fuori presidia l’Anpi. La premier, per ora, risponde a distanza: con i decreti. In un’ora di intervento, non nomina mai Vannacci ma è come se lo rincorresse quando annuncia due nuovi decreti contro il burqa a scuola e per un tetto agli stranieri. Come se fosse facile.
Conte blinda il programma sulla pace
Se la destra si conta sui palchi, il campo largo si misura sui programmi. E la distanza, per ora, la fissa Giuseppe Conte dal World Join Center di Milano dove il 91,7% degli elettori 5 Stelle ha dato mandato all’ex premier di portare al tavolo della coalizione il no all’invio di armi all’Ucraina, il 94,1% boccia il piano di riarmo europeo, il 91,8 l’aumento delle spese per la difesa, il 97,9 chiede il riconoscimento dello Stato di Palestina.
«Emerge un mandato chiaro: le armi allontanano la pace», traduce l’ex premier dal palco. «No a un’economia di guerra, no al riarmo: servono cantieri di speranza, asili, scuole, ricerca, non arsenali». E a chi dice – lato Pd – che «si tratta di cose ovvie e scontate poi l’azione politica e di governo è ben altro come Conte sa bene», l’ex premier avverte di non essere disposto a «diluire» questo mandato. Sull’Ucraina serve una svolta negoziale di cui l’Italia può farsi “apripista”.
Schlein e il “metodo umbro”
A quattrocento chilometri, agli impianti sportivi di Corvia, la festa de l’Unità regionale dell’Umbria ha offerto a Elly Schlein un palcoscenico speculare anche se con meno riflettori. Avanti con il “metodo umbro” ha detto Schlein: «Unirsi sulle cose da fare, non contro gli avversari, è questo il modello per l’alleanza nazionale».
Ormai è un mantra: «Prima il programma comune, è quello che si aspetta la nostra gente». Poi, eventualmente, l’accordo sul nome o i gazebo. Sembra una frenata nelle ore in cui un sondaggio Ipsos Doxa dà Conte in vantaggio su di lei in caso di primarie di coalizione.
E torna l’ipotesi del Federatore
Messi in fila, i fatti del fine settimana nel centrosinistra raccontano una conta ai gazebo sempre meno probabile. Conte le invoca ogni giorno ma blinda discriminanti che il Pd non può firmare; Schlein le rinvia a dopo un programma ancora da “affinare”.
E così torna a prendere quota l’ipotesi del Federatore, una figura terza, capace di fissare le parole chiave comuni ai due o tre schieramenti – compreso il centro che guarda a Renzi e a Progetto Civico – e di presentarsi al voto come candidato premier dell’intera alleanza. In ogni caso, ogni coalizione a destra come a sinistra non avrà vita facile al governo se prima non sarà trovata un’intesa vera sulla politica estera e tutte le sue variabili.





























