La guerra in Iran e la crisi dello Stretto di Hormuz ha interrotto le forniture dal Qatar e raddoppiato il prezzo del gas liquefatto. Dalle Filippine al Vietnam. I Paesi asiatici accelerano su rinnovabili, giacimenti nazionali, nucleare. E carbone
Per oltre vent’anni il gas naturale liquefatto (Gnl) è stata la soluzione delle economie emergenti. Stati Uniti e Qatar hanno investito decine di miliardi di dollari per aumentare le esportazioni, convinti che entro il 2030 il mercato sarebbe stato inondato da gas abbondante e a basso costo.
Molti Paesi asiatici hanno costruito le proprie strategie energetiche su questa prospettiva, puntando sul Gnl per sostenere lo sviluppo economico e ridurre gradualmente l’uso del carbone.
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Cinque mesi di guerra in Medio Oriente, però, hanno cambiato completamente lo scenario. La crisi nello Stretto di Hormuz, da cui passa una parte rilevante delle esportazioni energetiche del Golfo, ha interrotto le forniture provenienti dal Qatar e costretto governi e aziende a ripensare i propri piani. Il risultato è una corsa all’autosufficienza energetica che ridisegna il mercato mondiale del gas.
Dalle importazioni alle risorse nazionali
Nelle Filippine il cambiamento è già evidente.
A Batangas, circa due ore a sud di Manila, nel 2023 è stato costruito un terminale per importare Gnl, perché il grande giacimento offshore di Malampaya sembrava vicino all’esaurimento. Oggi, invece, la strategia è cambiata: la società Prime Infra ha avviato nuove perforazioni per prolungare la vita del giacimento di almeno sei anni.
«Nel momento in cui dipendi dalle importazioni ti esponi a fattori che sfuggono al controllo del tuo Paese», spiega al Nyt Guillaume Lucci, amministratore delegato della società. L’obiettivo, aggiunge, è «svincolarsi dai mercati che non controlliamo».
Il boom di rinnovabili e carbone
La risposta asiatica alla crisi non passa soltanto attraverso il gas domestico. Sempre nelle Filippine, a marzo è entrato in funzione il più grande impianto solare del Paese, poche settimane dopo lo scoppio della guerra con l’Iran. Per Emmanuel Rubio, amministratore delegato di Meralco PowerGen, il progetto dimostra che il Paese può diventare almeno in parte autosufficiente dal punto di vista energetico. La crisi ha però prodotto anche un effetto meno atteso.
Per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti, diversi governi stanno rallentando l’uscita dal carbone. Le importazioni di Gnl sono diventate molto più costose e molti Paesi preferiscono mantenere operative le centrali esistenti piuttosto che rischiare nuove interruzioni delle forniture.
Il nucleare torna nei piani dell’Asia
Accanto al gas nazionale e alle rinnovabili, il nucleare. Indonesia, Filippine e Vietnam stanno studiando o avviando i primi programmi per la costruzione di centrali nucleari commerciali, mentre il gruppo vietnamita Vingroup ha accantonato il progetto di un grande terminale per il Gnl per destinare quell’area a un polo industriale alimentato da energie rinnovabili.
La Cina diventa il modello
Molti governi guardano ora alla strategia seguita da Pechino negli ultimi anni. La Cina ha cercato di ridurre la dipendenza dalle importazioni puntando contemporaneamente su carbone nazionale, energie rinnovabili, elettrificazione e nucleare. Oggi è anche il principale produttore mondiale di tecnologie per la transizione energetica e molti Paesi asiatici stanno cercando di replicarne l’approccio.
Un problema anche per Stati Uniti e Qatar
La svolta asiatica potrebbe avere conseguenze anche per chi esporta gas. Per anni gli investimenti in nuovi impianti di liquefazione negli Stati Uniti e in Qatar sono stati giustificati dalla previsione di una domanda in forte crescita proveniente dall’Asia. Se invece governi e aziende continueranno a privilegiare le risorse interne, una parte di quella capacità produttiva rischia di trovare meno acquirenti del previsto.
Non tutti, però, prevedono un cambiamento permanente. Shell continua a stimare una crescita della domanda mondiale di Gnl del 65% entro il 2050 e considera l’Asia meridionale e sud-orientale il principale motore di questa espansione. Molti operatori del settore ritengono che, una volta conclusa la guerra e normalizzati i flussi commerciali, il mercato del gas possa tornare a crescere.
Per i governi asiatici, tuttavia, la lezione è già chiara: la sicurezza energetica non può più dipendere esclusivamente dalle rotte marittime del Golfo Persico. La guerra con l’Iran ha trasformato l’indipendenza energetica da obiettivo strategico a priorità nazionale.




























