27 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

27 Giu, 2026

Alta tensione in Medio Oriente: bombe su Hormuz, intesa (senza Hezbollah) in Libano

I due più recenti avvenimenti in Medio Oriente segnalano l’estrema precarietà della tregua tra Stati Uniti e Iran. Il primo è la firma da parte di Israele e Libano di un accordo quadro mediato da Washington. Il secondo sono gli attacchi reciproci tra americani e iraniani nelle acque del golfo.


I due eventi sono solo all’apparenza scollegati. Nella sostanza sono entrambi il prodotto della fragilità del memorandum siglato la scorsa settimana. Di più: confermano che gli obiettivi americani e iraniani restano incompatibili. Ma anche che entrambi cercano di preservare la tregua. Almeno per il momento.


Nella capitale statunitense, il segretario di Stato Marco Rubio ha mediato la firma di un’intesa tra Israele e Libano – entrambi rappresentati dai rispettivi ambasciatori presso gli USA – per porre fine ai combattimenti nel sud del Paese dei cedri. Nel concreto, l’accordo è più che altro una tabella di marcia per stabilizzare il cessate il fuoco e portare col tempo a una normalizzazione tra Tel Aviv e Beirut.

La prima tappa è il ritiro delle Forze di difesa israeliane (IDF) da due zone pilota – una a nord e una a sud del fiume Litani – per lasciare spazio all’Esercito libanese. Quest’ultimo ha il compito di prevenire il ritorno dei miliziani di Hezbollah e smantellare le infrastrutture militari del gruppo filo-iraniano ancora presenti. Se l’Esercito libanese si mostrerà efficace, l’Idf continuerà a ritirarsi progressivamente da altre aree, fino a ristabilire l’integrità territoriale del Paese dei cedri.


L’intesa segnala un certo successo da parte statunitense nel tenere assieme obiettivi incompatibili. In primo luogo, Washington può affermare di rispettare la tregua con l’Iran, che prevede anche il cessate il fuoco in Libano. Allo stesso tempo, dato che l’accordo quadro è stato firmato direttamente da Tel Aviv e Beirut, Rubio tenta di scollegare la questione libanese dal negoziato con Teheran, riducendo l’influenza di quest’ultima su Beirut.

Parallelamente, il segretario di Stato può dire di aver tutelato gli interessi dello Stato ebraico. Le forze armate israeliane resteranno infatti nel sud del Libano. Il loro ritiro non è soggetto a una tempistica predefinita, ma sarà condizionato alla capacità (di fatto inesistente) dell’Esercito libanese di disarmare Hezbollah.

Tale impostazione dovrebbe impedire all’Iran di imporre il ritiro di Israele dal Libano. Allo stesso tempo, il governo libanese può dirsi soddisfatto per aver evitato la subordinazione dei destini del proprio paese ai negoziati tra USA e Iran e per aver ottenuto un orizzonte per il ritiro israeliano.


Questo a parole. Nei fatti la situazione è molto più complessa. Il governo israeliano ha chiarito che l’IDF resterà nel sud del Libano. Hezbollah non può essere disarmata manu militari, salvo con un’occupazione insostenibile di tutto il Paese. Il partito di Dio ha già rifiutato l’accordo e i suoi sostenitori minacciano un conflitto civile. Infine, l’Iran ha già affermato che interpreta l’appoggio americano al suo «proxy» (Israele) come una violazione del cessate il fuoco.


A ciò si aggiunge lo scambio a fuoco nelle acque del Golfo. Gli USA hanno lanciato attacchi mirati contro depositi di missili e droni e postazioni radar in territorio iraniano, dopo che Teheran aveva colpito un’imbarcazione rea di non aver seguito le indicazioni dei pasdaran. Gli iraniani hanno subito risposto attaccando bersagli americani in Bahrein e altre navi in transito a Hormuz..

La vicenda è molto rilevante perché segnala la posta in gioco della partita mediorientale. L’Iran pretende il riconoscimento della sua sovranità – non per forza attraverso l’imposizione di tasse – sullo Stretto di Hormuz, imponendo alle navi di usare la rotta più vicina alle coste iraniane. Gli USA vogliono impedirlo, spostando la navigazione verso le rotte vicine all’Oman. Nei fatti Washington e Teheran stanno cercando di limitare il più possibile il margine di manovra dell’altro. Se ciò sia possibile senza far saltare la tregua resta una questione aperta.

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