Con il crollo del centro macroniano certificato dai sondaggi in Francia si fa sempre più probabile lo scontro tra gli estremi e il ballottaggio tra Bardella e Mélenchon
L’incubo prende forma. Per la prima volta due sondaggi politici, realizzati alla fine del mese scorso, hanno certificato la ripresa del candidato della Sinistra radicale francese Jean-Luc Mélenchon. Addirittura, le rilevazioni mostrerebbero l’energico 74enne, ex socialista oggi leader della France Insoumise (Francia indomita), accedere al ballottaggio presidenziale contro il candidato nazionalista Jordan Bardella scavalcando i candidati centristi. A questo è servito la grande mobilitazione tenutasi ieri a Saint Denis, la più popolosa delle banlieu parigine e storico bastione della sinistra radicale francese, guidata in loco dal sindaco Bally Bagayoko.
Proprio il primo cittadino, di origini maliane, rappresenta quella “Nuova Francia” che Mèlenchon dichiara di voler rappresentare: giovane, multietnica, multiculturale, proletaria. Lo afferma quando dichiara provocatoriamente: «Noi la vogliamo, la sostituzione etnica!», in risposta alle accuse dell’estrema destra secondo cui i progressisti pianificano scientamente di sostituire i bianchi europei con immigrati d’importazione. Ma la retorica del “tribuno della plebe” (titolo auto-attribuitosi) non deve fare pensare a un banale Hugo Chavez in salsa francese, come qualche detrattore afferma: anche i più critici non possono infatti fare a meno di ammettere che Mèlenchon avanza perché – da buon politico che ha respirato novecento per tutta la vita – sa come funziona la politica.
La forza della mobilitazione politica
«Probabilmente è l’unico che sa come gestire una campagna presidenziale, è nel suo elemento», ha confessato un alto esponente dell’estrema destra pochi giorni fa. Il successo quindi si deve spiegare così: con una dose di abile mobilitazione politica, innestata su una crisi sociale che si sta dipanando in Francia. Per molti osservatori politici francesi era un esito non inaspettato: per gli esperti, gli elettori di Mélenchon – in particolare gli abitanti delle banlieu e dei sobborghi multietnici delle grandi metropoli francesi – tendono a essere trascurati dai sondaggisti per reciproca diffidenza o per la difficoltà oggettiva di consultarli.
Molti di loro inoltre tendono a essere una categoria poco coinvolta nella discussione politica quotidiana, ma capace di mostrare una forte capacità di mobilitazione in vista delle elezioni. Infine, l’elettorato della Gauche francese – da tempo sotto assedio tra l’avanzata delle destre estreme e la crociata anti-welfare dichiarata dal governo centrista in carica – ha da tempo adottato il voto utile quale tattica di sopravvivenza per promuovere i propri candidati e Mèlenchon, in quanto candidato più forte del campo progressista d’Oltralpe, è il meglio posizionato per beneficiarne in vista del ballottaggio.
Per tutte queste ragioni i sondaggisti si aspettavano una ripresa nei sondaggi del vecchio leone della Sinistra francese, come puntualmente è avvenuto. Il suo accesso in “zona secondo turno” però non era affatto scontato: quattro anni fa, per esempio, Mélenchon mancò il risultato per circa quattrocentomila voti. A contribuire a questo risultato inatteso sta contribuendo il collasso del centro francese. Lo schieramento che ha dominato la politica parigina nell’ultimo decennio, garantendo a Emmanuel Macron due mandati all’Eliseo, rischia infatti di presentarsi al voto lacerato dalle lotte interne.
Il centro francese in frantumi
Due ex premier, Eduard Philippe e Gabriel Attal, insieme all’eurodeputato progressista Raphael Glucksmann, si contendono infatti il ruolo di alfiere liberale alle elezioni favorendo la parcellizzazione dell’elettorato di centro. Anche per questo da più parti si moltiplicano gli appelli affinché i moderati francesi convergano sotto un unico candidato. Quale ancora non si sa. Fonti dello staff di Attal hanno ammesso che il loro candidato valuterà di ritirarsi dalla corsa se dovesse palesarsi il rischio di un ballottaggio tra i lepenisti e i radicali di sinistra, ma nulla è certo.
Anche se il centro francese riuscisse a coagularsi attorno a un unico portabandiera, le sue chance resterebbero poco esaltanti. Dovrebbe comunque lottare con Mélenchon per aggiudicarsi il secondo posto (il primo è irraggiungibile, dal momento che il candidato nazionalista Jordan Bardella ha quasi il doppio dei consensi nei sondaggi rispetto ai suoi avversari, arrivando a sfiorare al 40%). E se anche riuscisse ad andare al ballottaggio, Bardella resta comunque il favorito.
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E’ l’incubo tanto temuto Oltralpe: una battaglia tra gli estremi che lacererebbe i francesi. Il problema non sarebbe tanto l’esito in sé (secondo i sondaggi Bardella vincerebbe a mani basse contro Mélenchon, sintomo che le differenze di classe sono oggi più forti di qualunque “vincolo repubblicano” contro i post-fascisti), quando lo scontro retorico e politico. Col rischio di lasciare una Francia scomposta in tribù ostili e ingovernabile a un “vincitore di Pirro” già delegittimato in partenza.





























