L’ex premier britannico Tony Blair critica il Labour di Starmer e rilancia una strategia basata sulla ricerca di un nuovo “Centro Radicale”
«Il Partito Laburista sta giocando con il fuoco; o, per essere più precisi, con il proprio futuro e quello del Paese». Comincia così l’ultimo breve saggio di Tony Blair, l’ex primo ministro britannico inventore del New Labour, pubblicato martedì sul sito del Tony Blair Institute for Global Change e pieno di lezioni anche per l’Italia. Il leader della cosiddetta “Terza Via” sferra un duro attacco contro le fazioni rivali del partito che un tempo guidava e rilancia la necessità di promuovere un «Centro Radicale». Accusa i laburisti di non affrontare le due sfide di questa epoca: l’irrilevanza geopolitica nel nuovo ordine mondiale e la rivoluzione tecnologica posta dall’intelligenza artificiale.
Il problema del Labour non è il suo leader, ma la mancanza di un «piano coerente». Chiede per il suo paese un’agenda «radicalmente centrista» che elimini le storture e gli eccessi di un welfare insostenibile, elimini i vincoli che impediscono alle imprese di aumentare la produttività e riorganizzi l’intero governo attorno all’intelligenza artificiale. Alle fazioni del partito spiega che il problema oggi non è la leadership: colpire Keir Starmer o limitarsi a scegliere tra i suoi eventuali successori «non è un modo serio di comportarsi». Serve piuttosto elaborare una strategia basata su politiche concrete.
Il monito alla sinistra italiana
Secondo Blair il Labour è «composto in gran parte da persone perbene e benintenzionate», ma «come molti partiti progressisti» soffre «una capacità quasi infinita di autoinganno». Un monito valido pure per la sinistra italiana che – a partire da Zingaretti, passando per Letta fino a Schlein – sta attraversando la sua fase “corbyniana”: rigetto del riformismo fondativo, populismo sociale alla rincorsa del semplicismo demagogico dei Cinquestelle, pulsioni anticapitalistiche e antioccidentali di ritorno. Il Pd, sia da solo sia nel campo largo, appare chiuso nella ridotta del settarismo identitario e del politicamente corretto.
Sono due i passaggi cruciali del cambiamento in corso: il nuovo ordine mondiale e la rivoluzione tecnologica. Sul primo punto Blair ricorda che per «tutelare i valori» serve il «potere». Ma da che cosa deriva il potere? «Dalla forza dell’economia di un paese e dalla forza della sua capacità militare». Tradotto: crescita economica e investimenti per la difesa sono le priorità. Blair non considera la politica degli Usa come una «rottura» ma come una «resa dei conti». Donald Trump, sostiene, chiede «un aumento della spesa della Nato, non lo scioglimento dell’alleanza».
L’Occidente e la sfida europea
Insomma, gli americani non ci dicono: «la partnership è morta», bensì «diventate partner più grandi e migliori». Come reagisce a questo messaggio il centrosinistra italiano? Esibisce una banale retorica antiamericana e rivolge vacui appelli al governo Meloni affinché prenda le distanze da Trump. Una modalità di azione che alimenta la tendenza isolazionista della destra e quella antioccidentale di frange della sinistra. Viceversa, assicura Blair, di fronte alle sfide globali poste dall’espansionismo russo, dall’instabilità mediorientale e dall’aggressività economica e strategica della Cina, «le ragioni a favore dell’alleanza occidentale sono più solide che mai».
Blair plaude a Mario Draghi, apprezzando il suo dossier sulla competitività come una stella polare per lo sviluppo dell’Europa. In Italia, però, il campo largo omette dal suo programma la strategia della crescita e addirittura soffre l’ex capo della Bce come un algido tecnocrate. Salario minimo, tasse sui ricchi, più soldi alla sanità e alla scuola: ma la redistribuzione della ricchezza è un’illusione senza un piano previo per la sua costruzione. Blair sa bene che l’opposizione a Draghi è forte perché il rapporto promuove mercati del lavoro flessibili, riforma del welfare e innovazione tecnologica.
La rivoluzione dell’intelligenza artificiale
Di fronte all’attuale rivoluzione tecnologica, il “tassa e spendi” che ispira oggi il campo largo appare come un ferrovecchio del ‘900. Del resto, avverte Blair, «non possiamo sostenere che l’innovazione tecnologica rappresenti la sfida chiave della governance moderna e al contempo vincolarci a un contesto tecnologico essenzialmente ostile a tale obiettivo». Insomma, «la priorità è la crescita», dice Blair, non certo l’assistenzialismo dei bonus 110% all’italiana che hanno creato una voragine nei conti pubblici. Per cavalcare la nuova rivoluzione industriale serve più società aperta, non uno Stato invasivo.
Per realizzare tutto questo, spiega Blair ai “suoi” ma anche ai “nostri”, «l’unica strategia elettorale praticabile per il Partito Laburista è quella di diventare il Centro Radicale». Ciò significa uscire dalla «zona di comfort» in cui i partiti progressisti si sono rintanati. In questi anni, dice l’ex premier britannico, sinistre e destre si sono spostate verso le ali estreme, «nella convinzione errata che il centro fosse scomparso». Ma «il centro ha un problema di offerta, non di domanda». Rappresenta oggi «lo spazio vuoto nella politica britannica», ma anche in quella italiana.
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Non c’è più spazio per l’autoinganno della sinistra: «laddove la risposta corretta richieda un cambiamento radicale, il centro dovrebbe essere l’artefice di tale cambiamento». Serve dunque un riformismo al passo coi tempi, non la riproposizione delle vecchie ricette stataliste. La difficoltà, conclude Blair, è che «troppo spesso le persone di buon senso non sono radicali, e le persone radicali non sono di buon senso». È questa l’ultima lezione del centro radicale di Tony Blair ai progressisti europei.






























