27 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

27 Mag, 2026

Paradosso Erdogan: repressione in casa, consenso in Europa

Le proteste contro il governo turco esplodono dopo la contestata rimozione della leadership del Chp, scatenando in Turchia la repressione da parte dei fedeli di Erdogan


Non si arrestano le proteste in Turchia, dirette contro il governo del presidente Recep Tayyip Erdogan e le sue plateali interferenze nel discorso democratico turco. I disordini sono infatti esplosi lunedì scorso dopo che una sentenza di un tribunale turco ha dichiarato illegale le primarie che hanno incoronato il deputato 51enne Özgür Özel quale leader del Partito Popolare Repubblicano (Chp). Decretando il ritorno a capo della principale forza di opposizione del suo predecessore Kemal Kılıçdaroglu.

Già sconfitto da Erdogan nel 2023, il 77enne Kılıçdaroglu è da molti considerato un volto vecchio e poco rappresentativo della società turca. Il timore è che la manovra contro Özel sia volta a decapitare l’opposizione. Lasciandola nelle mani di leader già perdenti contro il Sultano e incapaci di mobilitare le masse.

Una teoria che troverebbe conferma nel caso giudiziario in corso contro un altro nome pesante dell’opposizione anti-Erdogan, l’ex sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu. Eletto alla guida della metropoli bizantina nel 2019 in uno schiaffo diretto al potere del presidente (lui stesso ex sindaco di Istanbul), Imamoglu ha visto quasi immediatamente la sua elezione contestata e annullata per presunte irregolarità ma è stato riconfermato dai cittadini.

Arresto e accuse contro Imamoglu

Nel 2025 è stato scelto come candidato unitario per correre alle primarie organizzate dall’opposizione anti-Erdogan. provocando la reazione governativa. Prima, alla vigilia del voto, la sua laurea è stata annullata dal suo ateneo (avere la laurea è un prerequisito per poter essere eletti). Poi, il giorno stesso del voto, Imamoglu è stato arrestato con l’accusa di corruzione. Imputazione per la quale il pubblico ministero ha chiesto oltre 2.000 anni di carcere.

Pene spropositate e misure draconiane, figlie di un braccio giudiziario che è stato egemonizzato dagli uomini del presidente. Intenzionato a rifare la Repubblica di Turchia a propria immagine come non era mai accaduto dai tempi del suo fondatore, Mustafa Kemal Ataturk.

Proprio l’impronta autoritaria del fondatore dello Stato turco si allunga su un Paese che non ha mai eliminato la tentazione dell’uomo forte. Chi contrappone Erdogan ad Ataturk sbaglia. Sebbene culturalmente distanti anche il Sultano incarna quel modello di modernizzazione autoritaria che Ataturk ha padroneggiato.

L’ombra delle elezioni anticipate

La purga dei propri oppositori interni potrebbe ora segnalare un’accelerazione nei piani di Erdogan. In teoria, la Turchia non dovrebbe tornare al voto prima del 2028. Tuttavia, esistono delle procedure per indire anticipatamente le elezioni, fattore che automaticamente renderebbe nullo il limite di due mandati previsto dalla costituzione turca.

Ma se Erdogan può agire così tuttavia è dovuto in buona parte anche al silenzio della comunità internazionale. Washington ha taciuto, ma il ghigno con cui Donald Trump fece l’anno scorso i complimenti a Erdogan per aver truccato le elezioni (lusinga da cui il diretto interessato si schernì con finto imbarazzo) parla da solo.

Ma anche le cancellerie europee si sono astenute dal criticare la repressione di Ankara. Nel silenzio del Vecchio Continente si vede la vera forza di Erdogan. Uno dei pochi leader contemporanei che è stato capace di combinare una forte postura nazionalista con un’abile azione diplomatica volta a presentare Ankara come affidabile.

Il militarismo muscolare e invero anche piuttosto opportunista, dalla Siria all’Africa centrale, si è infatti combinato con un pragmatismo politico che ha reso la Turchia un attore con cui è molto più conveniente trovare un accomodamento piuttosto che una contrapposizione. In altre parole, Erdogan è un padre-padrone autoritario ma la sua mano pesante garantisce stabilità in un quadrante sempre meno stabile.

L’accordo sui migranti con l’Europa

L’Unione Europea lo aveva già intuito dieci anni fa quando, con la copertura mediatica dei grandi progetti di accoglienza migratori, firmava un’intesa miliardaria per pagare Ankara affinché “contenesse” l’afflusso di migranti dalla Siria. Oggi i rapporti euro-turchi si sono fatti più stretti. Dal momento che la Turchia si è proposta come un provider di forniture militari e sicurezza per l’intera Difesa europea.

L’Italia in questo ha fatto da apripista, avendo individuato anzitempo Ankara come un partner obbligato per garantire la sicurezza nel Mediterraneo di fronte all’indifferenza americana ed europea. Non a caso, quando pochi mesi fa la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen incluse la Turchia tra le potenze che non dovrebbero avere un ascendente eccessivo nel Vecchio Continente la reazione fu fortemente negativa.

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La professoressa Nathalie Tocci, ex direttrice dell’Istituto Affari Internazionali e membra del consiglio di amministrazione Eni, definì le parole di von der Leyen «assolutamente vergognose e imperdonabili». Nonché espressione «di pregiudizi non così nascosti contro la Turchia», il cui «ruolo costruttivo» in Medio Oriente restava «un grande asset strategico per l’Europa».

Insomma, si torna alle ciniche considerazioni di Mario Draghi che da presidente del consiglio nel 2021 affermò che coi tiranni bisognava essere franchi ma cooperare perché «Erdogan è un dittatore, ma un dittatore di cui abbiamo bisogno». Forse però non ne hanno bisogno i turchi.

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