Fonti d’intelligence rivelano alla stampa Usa dati preoccupanti sulla quantità di armamenti ancora a disposizione dell’Iran
Circa metà dell’arsenale iraniano di missili balistici e dei relativi sistemi di lancio è ancora intatto. Così come circa il 60% delle unità navali del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, afferenti alla branca marittima dei Pasdaran. A riportare ieri questi dati sconcertanti, derivanti da dichiarazioni confidenziali di funzionari dell’intelligence americana, è stata la testata statunitense Cbs news.
Stando a quanto rivelato al giornale, anche sul fronte aereo i risultati della brutale campagna di bombardamenti americani contro l’Iran è stata deludente. I funzionari hanno infatti riportato che secondo i dati disponibili all’intelligence americana circa due terzi delle capacità aeree iraniane sarebbero ancora funzionanti. E questo al netto di danni considerati comunque molto rilevanti al settore aeronautico di Teheran.
Qualora venissero confermati da ulteriori dichiarazioni, questi dati sarebbero evidentemente devastanti per Washington. Dopo una guerra condotta tramite l’impiego massiccio dei sistemi d’arma più letali a disposizione degli Stati Uniti, infatti, l’Iran avrebbe ancora la capacità di combattere. Avendo perso nel complesso solo all’incirca un terzo delle sue forze complessive nei settori strategicamente più rilevanti.
Risultati sotto le aspettative
Un risultato ben al di sotto delle aspettative e molto lontano dalla tanto decantata campagna devastante volta a “togliere le unghie” alla tigre persiana. In particolar modo per quanto concerne il fronte navale il fatto che i Pasdaran possano contare ancora su circa due terzi dei propri asset, ovvero migliaia di veloci barchini lanciamissili, è una sconfitta evidente per gli americani. Non avendo annientato le capacità marittime asimmetriche della Repubblica Islamica, infatti, Washington non può rivendicare una vittoria strategica neppure di portata limitata.
Visto che con quei mezzi i Pasdaran restano più che capaci di mettere in pericolo i mezzi americani operanti sotto costa. E, soprattutto, con ancora così tanti barchini a disposizione le Guardie della Rivoluzione possono continuare a mantenere un credibile blocco su Hormuz. Il vero nodo del contendere tra Teheran e Washington.
Una dimostrazione di quanto questo aspetto sia problematico per il discorso di Hormuz è data, del resto, dal recente abbordaggio eseguito da parte dei Pasdaran contro due navi commerciali nel Golfo Persico. Un’operazione condotta con mezzi navali che, secondo quanto dichiarato settimane fa dall’amministrazione americana, gli iraniani non avrebbero più dovuto avere.
Limiti operativi per Washington
Per quanto la flotta di superficie d’altomare sia stata pressoché tutta distrutta dai bombardamenti americani, sia in porto che in mare aperto come successo alla IRIS Dena, affondata a largo dello Sri Lanka da un sottomarino statunitense, il fatto che la veloce flottiglia di barchini sia ancora intatta limita le opzioni di Washington. Entrare nel Golfo Persico, uno spazio di mare stretto e favorevole a questo tipo d’imbarcazioni, rischia infatti di esporre i mezzi navali americani a veloci e imprevedibili attacchi potenzialmente devastanti.
Per questo, i dati fatti trapelare alla Cbs non fanno che testimoniare ancora una volta la difficile fase in cui si trovano ora gli Stati Uniti. Ben consci di non poter riprendere le ostilità sperando di affrontare un avversario indebolito. In Iran, del resto, le varie branche delle forze armate della Repubblica Islamica hanno passato tutte le scorse settimane a prepararsi ad un nuovo conflitto. Nonostante i discorsi relativi a un possibile negoziato, infatti, a Teheran sembra siano stati in pochi a credere alla buona fede americana.
I Pasdaran tentano di recuperare gli arsenali sepolti
Motivo per cui da settimane militari e Pasdaran lavorano senza sosta per liberare tutte le attrezzature rimaste seppellite dai bombardamenti. In particolare, sembra che i Pasdaran abbiano concentrato negli ultimi giorni i propri sforzi nel liberare dai detriti le varie “città missilistiche”. Ovvero le basi sotterranee dove sono stoccati gran parte degli arsenali di Teheran, così da poter operare con più facilità i sistemi missilistici rimasti intrappolati durante i bombardamenti.
E se è vero che almeno la metà dei missili iraniani è sopravvissuta agli attacchi statunitensi, allora l’Iran, una volta recuperate tutte le scorte, potrà permettersi di combattere una guerra come quella appena conclusasi senza particolari problemi a livello di approvvigionamento di munizioni.
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In definitiva ciò che emerge è un quadro ben più complesso di quanto raccontato nelle prime fasi del conflitto. Se anche solo una parte di queste valutazioni fosse confermata, gli Stati Uniti si troverebbero di fronte a un avversario tutt’altro che neutralizzato e a uno scenario regionale ancora altamente instabile. Il Golfo Persico resta così un equilibrio precario, dove la deterrenza continua a poggiare su forze che, nonostante tutto, appaiono ancora in grado di incidere.


















