Tra minacce all’immigrazione, dazi e possibili interferenze alle elezioni, il presidente Trump punta a rafforzare la base più che a costruire una politica concreta. Ne parla all’Altravoce il professor Massimo Teodori
«Nel discorso sullo Stato dell’Unione, Trump ha messo insieme una serie di argomenti già detti durante l’anno trascorso. La tecnica adottata è ripetere cose anche non rilevanti molte delle quali sono false o completamente distorte. Se r«ipeti tante volte una cosa falsa, può sembrare vera: lo diceva anche Goebbels».
A parlare è Massimo Teodori, per quasi tre decenni professore ordinario di Storia e Istituzioni degli Stati Uniti nell’Università di Perugia, nonché autore di diversi volumi di storia americana. L’altra faccia della medaglia di questa tattica sono le omissioni: «Trump – spiega lo storico – evita di affrontare questioni cruciali come l’uccisione di cittadini Usa da da parte di agenti dell’Ice a Minneapolis e i rapporti che emergono dai file di Epstein. Il silenzio su questi argomenti è il risvolto delle narrazioni false: tace sulle cose pericolose e negative per farle dimenticare».
Tra i cavalli di battaglia del presidente c’è sempre l’allarme immigrazione. Trump agita il rischio di un’invasione se i democratici vincessero le elezioni di midterm.
«Il tema forte della campagna presidenziale del 2020 è oggi meno rilevante. Sotto la presidenza Biden c’era stato un certo lassismo, ma nell’ultimo anno nel paese sono entrati pochissimi immigrati. C’è stata una maggiore attenzione a difesa della frontiera. Trump ha fatto perseguire e catturare i migranti illegali: in tanti sono stati messi in carcere o rispediti indietro. Questa politica ha ridotto gli ingressi almeno del 70-80%. Oggi il problema migratorio è meno importante per gli elettori rispetto al costo della vita e all’inflazione».
In proposito, che cosa cambia con la decisione della Corte Suprema sui dazi, pagati di fatto dai consumatori americani? La democrazia americana dimostra di essere in salute?
«La decisione è molto importante e incide sugli equilibri politici sotto due profili. Primo: nonostante la spinta autoritaria del presidente, dimostra che il sistema dei pesi e contrappesi funziona ancora. La pluralità delle istituzioni che si bilanciano tra loro conferma l’equilibrio dei poteri a dispetto di quanti davano per scontata la deriva autoritaria. Secondo: la decisione della Corte rivela la varietà di opinioni e atteggiamenti all’interno del GOP nei confronti di Trump, a partire dai giudici da lui stesso nominati. Il mondo repubblicano, complesso ben oltre il gruppo che gravita intorno a Trump, comincia a prendere le distanze dal presidente: una spinta che può avere i suoi effetti nelle prossime elezioni».
E sul piano economico? Trump insiste sui dazi: assicura che sostituiranno il sistema moderno di imposta sul reddito, alleggerendo l’onere finanziario per i cittadini americani.
«La decisione della Corte modifica l’asse della sua politica economica. I dazi erano per la Casa Bianca uno strumento per riequilibrare i problemi economico-finanziari della federazione: in realtà i conti pubblici restano negativi. In più, gli osservatori consapevoli mostrano chiaramente che i dazi, oltre ad essere usati come arma contro i Paesi non succubi, si riversano direttamente sul costo della vita degli americani. Il colpo della Corte sui dazi incide così nella vita di ogni giorno e fa cadere il pilastro della politica, non solo economica, del presidente».
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«Secondo i sondaggi, i consensi per il presidente crollano sotto al 40%. È l’effetto di uno scontento diffuso che cresce da mesi».
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«Non possiamo prevedere quel che fa il presidente americano: cambia idea da un giorno all’altro. Come al solito, usa la minaccia verbale come strumento normale. Lo abbiamo visto nella penosa storia con l’Ucraina. Sappiamo però che il sentimento generale prevalente negli americani è che non vogliono impegni in imprese armate in nessun luogo. Da qui la spinta per il ritiro delle truppe e l’opzione per il sovranismo».
La governatrice della Virginia Abigail Spanberger ha criticato Trump su accessibilità economica e soprusi dell’Ice. La campagna dei democratici si giocherà su questo?
«Impossibile esprimersi sul futuro dei democratici in assenza di un leader per le presidenziali. Di sicuro, in vista del midterm ci sarà una forte spinta a concentrarsi sulle questioni del collegio, piuttosto che sui temi ideologici cari alla sinistra che hanno arrecato danni a tutto il partito. Oltre il 15% degli elettori democratici che avevano votato Biden non è andato a votare, respinto proprio da questioni ideologiche minoritarie e marginali come il wokismo».
Trump accusa i democratici: «Vogliono barare» per farsi eleggere. E promette: «Noi lo impediremo». La minaccia di nazionalizzare le elezioni è seria?
«Sì, la nazionalizzazione delle elezioni è un problema serio. A parte quelle presidenziali, le elezioni americane sono amministrate e regolate dagli Stati. Ogni stato è il padrone delle sue regole elettorali: questo è il patto iscritto nella costituzione. Trump vuole stravolgere questo patto assumendo nell’amministrazione federale il potere di regolare tutte le elezioni. Ma quando nella storia si è rotto il rapporto tra stati e federazioni c’è stata la guerra civile. Fin dal 1932 il partito democratico ha puntato a rafforzare la presidenza per amministrare il welfare, mentre i repubblicani hanno difeso gli stati più retrogradi del sud. Oggi Trump sta facendo l’opposto».
Come potrebbe agire in concreto?
«Con l’adozione di norme per far votare solo coloro che si identificano. Oggi possono votare tutti quelli che si registrano: per registrarsi non c’è bisogno di identificarsi con la carta di identità e ogni stato ha le sue regole. In pratica, così, milioni di immigrati che non hanno un documento federale non potrebbero votare. Allo stesso modo Trump vorrebbe boicottare o abolire il voto degli americani all’estero. Nazionalizzare il voto significa cambiare le regole elettorali secondo parametri che favorirebbero i repubblicani a danno dei democratici per i quali vota la maggior parte degli immigrati. Nella stessa direzione va il ridisegno dei collegi che è stato tentato in alcuni stati come il Texas: l’obiettivo era aggiungere cinque collegi in più per i repubblicani. Questa cosa per adesso non è andata in porto».
Che previsioni possiamo fare dunque? I tentativi di controllo del voto possano condurre a una radicalizzazione dello scontro politico?
«È una partita aperta che si gioca in questi giorni. Non sappiamo che cosa può accadere. Ma non bisogna dimenticare che nel gennaio del 2021 c’è stato l’assalto al Campidoglio. Il presidente potrebbe inventare una giustificazione per scatenare una rivolta con l’aiuto della guardia nazionale e dell’Ice.
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Non possiamo prevedere le sue intenzioni, ma è la cosa che dobbiamo temere. Detto questo, come ha già dimostrato l’atteggiamento della Corte Suprema, credo comunque che le istituzioni degli Stati Uniti restino molto forti».



















