L’ipotesi dell’arrivo del presidente americano per la finale di hockey tra Usa e Canada accende la città olimpica. Tra sicurezza al massimo livello, proteste annunciate e tensioni politiche, la festa rischia di trasformarsi in un banco di prova internazionale
Si fa presto a dire calma olimpica. O almeno era così fino a ieri, una festa bella da guardare ma fragile, pronta a rompersi al minimo urto. Sembrava un sogno: atleti sorridenti sugli autobus e le metropolitane, famiglie in fila per una foto davanti alla fiaccola sempre accesa al Parco Sempione; Casa Italia trasformata in un selfie point mondiale.
Ma basta poco per far cambiare il vento e surriscaldare l’atmosfera. Basta l’ipotesi che Donald Trump possa atterrare in città per assistere domenica prossima alla finale di hockey su ghiaccio tra il team Usa e il Canada, sempre che gli americani superino la semifinale di domani o per la cerimonia di chiusura all’Arena di Verona: Milano aspetta e trattiene il fiato.

La sicurezza è già al massimo. Vertici che si susseguono, briefing a raffica, mappe aggiornate ogni ora. C’è chi giura che a Palazzo Marino abbiano tirato fuori la cartina delle piste di Linate e chi sostiene che Malpensa sia l’unica opzione logistica possibile per l’arrivo dell’Air Force One, con tutto il suo codazzo presidenziale: C-130 carichi di mezzi, scorte, uomini dell’Ice – quegli stessi agenti che in Italia, specie nei centri sociali, ma non solo, vengono visti come il male assoluto in divisa.
I No Ice e lo spettro dei Black Bloc
I comitati No Ice hanno già riacceso i megafoni. I centri sociali tornano a battere i tamburi e torna il timore dei Black Bloc: «No Kings, No Trump», lo slogan che rimbalza dai social americani ai muri imbrattati. In mezzo, la Milano che si gode una primavera fuori stagione, canadesi in maniche corte a spasso tra Brera e i Navigli, birra artigianale, luminarie a cinque cerchi e bandiere a foglia d’acero che colorano i dehors. Perché se Trump decide davvero di venire, niente sarà come prima.
I movimenti antagonisti promettono un’accoglienza da ’68, tra cori e cartelli “Go Home”. Milano non è un terreno neutro, e molti non hanno dimenticato le parole del Tycoon sull’Europa “troppo molle e troppo rossa“. Valga d’esempio l’accoglienza riservata al vice J,D. Vance fischiatissimo alla cerimonia d’apertura ma lasciato – con una quarantina di auto al seguito – a passeggio, seppur scortatissimo, per Brera.
Casa Bianca, Meloni e la passerella internazionale
Cresce dunque l’attesa per le decisioni della Casa Bianca mentre i Dem americani lo tengono a distanza – a Washington stanno preparando il boicottaggio del suo prossimo discorso sullo Stato dell’Unione – E allora ecco l’incertezza: Trump si fermerà solo alla cerimonia di chiusura a Verona o assisterà anche alla finale di hockey, l’evento simbolo delle Olimpiadi invernali?
Se c’è lui, ci sarà anche Giorgia Meloni – dicono nei corridoi di Palazzo Chigi – pronta a blindare l’agenda per un faccia a faccia internazionale. Il Wall Street Journal la elogia, e lei non vuole certo perdersi la passerella.
Il Tycoon, dicevamo, arriva a Milano accerchiato da problemi casalinghi. Dopo la disfatta d’immagine al Super Bowl, lo show di Bad Bunny gli è rimasto indigesto come cibo tex-mex in una steakhouse di Manhattan. Il cantante portoricano, con il suo “Dio benedica l’America” declinato in spagnolo e l’elenco dei Paesi d’origine degli immigrati – proprio quelli che Trump vorrebbe “rimandare a casa” – gli ha sottratto i cuori dei latinos, quell’elettorato fluttuante che gli servì a vincere.
Milano tra riscatto e rischio imbarazzo
Trump aveva commentato: «Nessuno capisce una parola di quel ragazzo, cambiate canale». Ma il mondo lo ha capito benissimo. Mentre Bad Bunny faceva ballare 135 milioni di persone, il presidente perdeva due punti nei sondaggi. Se Milano sarà il suo palcoscenico di riscatto o la replica dell’imbarazzo, lo si vedrà presto.
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Sul fronte sportivo, la febbre cresce. Gli Stati Uniti vogliono vendicare le sconfitte precedenti, il Canada punta a confermarsi superpotenza del ghiaccio. Il primo ministro Mark Carney — il banchiere britannico diventato premier canadese dopo Trudeau — ha scherzato in conferenza stampa: «L’importante è che vinca il fair play, ma se vince il Canada è meglio». Diplomatico, insomma, ma non troppo.
Una guerra sul ghiaccio
L’hockey tra Usa e Canada è una guerra all’interno della stessa famiglia: fratelli separati da un confine lungo duemila miglia e da una storia di sfide epiche. Basta un contatto più duro, un guanto lanciato, e la rissa è servita. La finale femminile di oggi, un antipasto elettrico, promette scintille. E se gli americani perdessero? Trump non ama i perdenti, e in passato ha bollato come “sconfitti senza spina dorsale” gli atleti Usa che lo avevano criticato. Sarebbe un colpo doppio: sportivo e simbolico.
L’uomo che sognava di rappresentare la vittoria eterna troverebbe il suo specchio più infido nel rettangolo gelato di Milano. Fuori, i canadesi continuano a godersi il sole, birra alla mano, come se nulla potesse turbare questa vacanza sportiva. Ma sotto, qualcosa ribolle. I blindati lucenti attendono ordini, i droni volano sopra i viali. Con un avvertenza: il ghiaccio non perdona chi perde l’equilibrio.



















