17 Ott, 2026

Proteste studentesche, l’onda francese non travolge l’Italia: rabbia nelle piazze, ma manca una guida

Da Roma a Torino e Genova, migliaia di studenti scendono in strada provocando proteste in tutta Italia che oscillano tra rivendicazioni sociali, scuole in difficoltà e tensioni con le forze dell’ordine.


L’onda francese prova a raggiungere l’Italia, ma per ora si ferma al bagnasciuga. Cassonetti incendiati, qualche bomba carta, fotografie dei politici a testa in giù, scontri con la polizia. Le immagini ci sono, le analogie pure. Manca però il resto: un movimento strutturato, una piattaforma riconoscibile, una leadership capace di trasformare la protesta in qualcosa che duri più di una mattinata. Per adesso sono studenti che fanno casino. Non è un giudizio liquidatorio, semmai una fotografia provvisoria. Migliaia di ragazzi sono scesi in strada in diverse città, ma tra una manifestazione e una rivolta c’è ancora una distanza che non si misura con il numero dei petardi.

Roma, corteo studentesco tra sicurezza e tensioni

A Roma, dove il corteo ha raccolto migliaia di giovani, il termometro della giornata è salito senza arrivare all’incendio. Partenza dagli istituti, concentramento al Colosseo, poi la marcia verso il ministero dell’Istruzione, a viale Trastevere. La polizia ha cercato di mantenere un profilo basso, lasciando spazio alla manifestazione e provando soprattutto a evitare che la tensione degenerasse. Anche per una ragione delicata: il corteo si è svolto in una giornata segnata dalle commemorazioni della deportazione degli ebrei romani e dalla presenza di alte cariche istituzionali europee. Il passaggio davanti alla Sinagoga era un punto sensibile da gestire con particolare attenzione.

Poi sono arrivati i lanci di bottiglie, le bombe carta, gli estintori azionati contro il dispositivo di sicurezza. La Questura parla di una componente minoritaria e di azioni documentate dalla Scientifica per identificare i responsabili. Non si può far finta di niente, ma nemmeno confondere una frangia con un’intera generazione. I cassonetti bruciati fanno notizia. Le condizioni delle scuole, molto meno. E finora – diciamolo – Palazzo Chigi ha parlato soprattutto di burqa e di quota immigrati

«Finalmente qualcosa si muove», esultano quelli di Scomodo, la redazione giovanile costretta a lasciare gli spazi di Spin Time. E sulla suggestione francese rovesciano il ragionamento: «La Francia non c’entra, semmai sono loro che hanno da imparare da noi». Il punto, spiegano, è che scuola, casa e lavoro sono problemi enormi, davanti ai quali le soluzioni continuano a essere zero. Non serve importare una rivolta dall’estero quando le ragioni della rabbia stanno nei quartieri, negli affitti impossibili, nelle scuole che cadono a pezzi e in un futuro rimandato a data da destinarsi.

Scuole fatiscenti e Palestina: le ragioni della protesta

Michele ha 17 anni, frequenta il liceo scientifico Francesco D’Assisi ed è nel coordinamento Roma Est. Ha un fazzoletto rosso al collo e poche intenzioni di farsi arruolare in una lettura precostituita della giornata. «Il nostro cortile non è agibile da sempre. Nei nostri bagni mancano le porte, le aule sono in locali fatiscenti, hanno tolto l’amianto e lasciato macerie». «La Palestina? Certo, ho manifestato per la pace, stiamo parlando di un genocidio». Ma oggi, precisa, non è sceso in strada per questo. Una distinzione che vale più di molti comunicati: le battaglie internazionali ci sono, ma non esauriscono la protesta. A Torino il confronto è diventato duro. Lancio di oggetti e bastoni. Alcuni professori hanno formato un cordone per impedire che un gruppo di incappucciati trasformasse il dissenso in scontro.

A Torino sono state imbrattate le immagini di Elly Schlein. A Genova sono comparse fotografie della presidente del Consiglio e del ministro Valditara a testa in giù. Non è folklore innocuo: quando la contestazione evoca la morte dell’avversario o ne mette in scena l’umiliazione, la politica dovrebbe preoccuparsi. Francesca, una studentessa, alza le spalle davanti alla foto della segretaria dem imbrattata. «Vi sorprendete? Da tempo il Pd ha smesso di rappresentare il disagio di noi giovani..». È una risposta brusca, non una giustificazione. Racconta un vuoto che la sinistra farebbe male a liquidare come provocazione.

La protesta studentesca italiana senza una leadership

In Francia Jean-Luc Mélenchon ha provato a dare voce e direzione al malcontento. In Italia, almeno per ora, nessuno è riuscito a mettere il cappello su queste piazze. Né i partiti né i sindacati sembrano disporre di una chiave per tradurre la mobilitazione in un progetto. Il governo ha scelto la linea della fermezza. «Abbiamo studenti che lanciano pietre e sassi contro la polizia: quelli non sono studenti, sono criminali e delinquenti», ha detto Matteo Salvini, distinguendo le manifestazioni civili dagli episodi di violenza e denunciando anche il tentativo di bloccare i binari a Bologna. Il ministro Giuseppe Valditara ha parlato di «aggressione alle istituzioni e teppismo politico». Da Fratelli d’Italia è arrivata la condanna delle immagini a testa in giù e degli slogan di odio. Il M5S, con Ilaria Fontana, ha invece invitato il governo ad ascoltare le richieste dei giovani. Letture contrapposte.

La prudenza, però, non significa minimizzare. Le pietre fanno male, i poliziotti feriti non sono un dettaglio e la devastazione non diventa legittima perché a compierla sono minorenni. Ma, almeno finora, quella italiana è una violenza domestica se paragonata alle barricate francesi. Nessuna rivolta nazionale, nessuna saldatura stabile tra le diverse vertenze. Scambiare qualche flash mob allargato per l’alba di una rivoluzione sarebbe un errore di prospettiva. Per ora, dunque, niente fotocopia francese. La politica può scegliere di vedere soltanto i cassonetti bruciati, le denunce e le fotografie capovolte. O capire perché, insieme al rumore, dalle scuole arriva anche una richiesta di futuro.

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