Il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia intervistato alla Versiliana: «Niente bonus, servono conti seri. Sul lavoro puntiamo alla contrattazione, non al salario minimo»
Alla Versiliana Claudia Fusani intervista Giovanni Donzelli. Dal caro vita all’immigrazione, passando per salari, tensioni nel centrodestra, legge elettorale e caso Ranucci.
Donzelli, gli ultimi dati segnalano nuovi aumenti, a partire da energia e gas.
«Il tema c’è ed è serio e parte inevitabilmente anche dalle questioni internazionali. Però i numeri non si possono raccontare come ci pare: quando Giorgia Meloni è arrivata al governo, nel novembre 2022, l’aumento del carrello della spesa era del 12,7%, a luglio 2026 è dell’1%. Siamo soddisfatti? No, vorremmo fosse addirittura negativo. Ma dire che il problema dell’inflazione nasce con il governo Meloni è falso»
Ma da settembre in avanti cosa farete?
«Continueremo innanzitutto a mantenere i conti dello Stato in condizioni serie, perché se ci mettessimo a fare bonus 110%, bonus monopattino o redditi di cittadinanza sarebbe peggio. Sul carburante abbiamo introdotto la possibilità delle accise mobili, che è anche nel programma di Fratelli d’Italia. Bisogna però intervenire nel momento giusto, perché altrimenti il taglio delle accise rischia di finire nelle tasche degli speculatori anziché tradursi in una riduzione del prezzo alla pompa»
Eliminare completamente le accise costerebbe tra i 35 e i 40 miliardi. È pensabile nell’ultimo anno di legislatura?
«Tagliarle completamente oggi non è possibile, inutile essere ipocriti. Sarebbe facile dire che senza i 120 miliardi del Superbonus sarebbe più semplice trovare quelle risorse, ma ci siamo candidati a governare sapendo quali erano le difficoltà. Se il prezzo del carburante sale troppo bisogna intervenire. Ma dopo aver aiutato i ceti meno abbienti credo che i prossimi interventi debbano sostenere il ceto medio e chi produce ricchezza e lavoro»
Lei rivendica l’aumento dell’occupazione, ma l’Italia resta in fondo alle classifiche europee per gli stipendi. Un posto di lavoro da 700 euro al mese non basta.
«Che i salari non siano adeguati è certamente un problema. La nostra risposta non è il salario minimo per legge ma il salario giusto, valorizzando la contrattazione. Questo governo ha reso strutturale l’intervento sul cuneo fiscale. Oggi lo scontro non è più tra operaio e padrone: lavoratore e datore di lavoro sono dalla stessa parte rispetto alla speculazione internazionale, alla desertificazione delle aziende e alle delocalizzazioni. Se vogliamo far salire gli stipendi dobbiamo aiutare entrambi»
Resta però una produzione industriale in difficoltà da molti mesi.
«È un problema che nasce anche dagli errori degli anni precedenti. Se avessimo aperto al nucleare invece di inseguire follie ideologiche, l’energia costerebbe meno alle imprese. E poi c’è il Mezzogiorno: continuare a investire soltanto sulla crescita industriale del Nord significa ignorare che lì siamo vicini ai livelli massimi, mentre al Sud esistono margini enormi. Con la Zes unica abbiamo iniziato a scommettere sul Mezzogiorno. Il Sud non è cresciuto perché la gente aveva poca voglia di lavorare: non è cresciuto perché non gli sono state date infrastrutture e possibilità. Dobbiamo spiegare ai ragazzi che la soluzione non è il reddito di cittadinanza o andare via, ma credere nella propria terra»
Passiamo all’immigrazione. Era davvero necessario sospendere Schengen dopo la crisi di Ceuta?
«Non solo dico di sì, sono orgoglioso che sia stato fatto immediatamente. Sono arrivate informazioni secondo cui attraverso Ceuta si rischiava l’ingresso di terroristi internazionali. Meloni ha fatto bene a difendere i confini. Ceuta nasce da due fattori: la sanatoria decisa da Sánchez, che secondo noi ha prodotto un fattore di attrazione, e il Marocco che ha utilizzato esseri umani come strumento di pressione politica sulla Spagna. L’approccio europeo deve cambiare: non discutere soltanto di come ridistribuire chi arriva, ma impedire le partenze clandestine».
Però i Paesi del Nord Europa potrebbero rimandarci i cosiddetti “dublinanti”, migranti entrati in Europa attraverso l’Italia.
«Prima dell’arrivo di Meloni l’Italia riprendeva persone che erano approdate qui e poi si erano spostate in altri Paesi. Con questo governo abbiamo detto che non li avremmo ripresi: sono circa 80 mila quelli che gli altri Paesi avrebbero voluto rimandarci e ne sono arrivati zero. Con i nuovi accordi entrati in vigore il 12 giugno cambia anche il sistema dell’asilo: chi arriva da un Paese sicuro può essere trattenuto fino alla decisione e, se presenta ricorso, può attendere l’esito nel proprio Paese. Per anni ci hanno detto che dovevamo accogliere perché ce lo chiedeva l’Europa, oggi l’Europa parla di fermare gli arrivi anche grazie all’Italia».
Eppure in Italia ci sono centinaia di migliaia di irregolari. Se esistono gli accordi di rimpatrio, perché non vengono rimandati nei Paesi d’origine?
«È quello che vogliamo fare, ma servono anche i Cpr e in alcune Regioni ci sono battaglie per impedirne la realizzazione. Gli accordi li stiamo facendo e i Cpr li faremo anche dove le Regioni non vogliono. Il Piano Mattei serve proprio a costruire una cooperazione con l’Africa e gli sbarchi rispetto agli anni precedenti sono crollati. Se per fermare l’immigrazione clandestina servono accordi anche con qualche dittatore africano, ben vengano: l’importante è impedire alle persone di morire in mare e ai trafficanti di lucrare sulla disperazione».
Veniamo alla maggioranza. Le tensioni interne alla Lega possono creare problemi al governo?
«No. Le dinamiche interne alla Lega non hanno influenza sulla tenuta del governo. Lega, Forza Italia, Noi Moderati e Fratelli d’Italia sono partiti seri: possono esserci discussioni interne, ma vengono dopo l’interesse degli italiani. In questa legislatura non c’è mai stato un voto alla Camera o al Senato in cui un partito della maggioranza si sia spaccato politicamente dalla coalizione. Sono serenissimo sulla tenuta del centrodestra».
Eppure al primo voto segreto sulle preferenze siete andati sotto.
«Il Parlamento è libero e sovrano e qualsiasi sua scelta va rispettata. Noi però difenderemo le preferenze fino all’ultimo perché vogliamo una legge elettorale in cui gli italiani possano scegliere chi li governa e il parlamentare che li rappresenta. Giorgia Meloni non sta facendo una legge per sé: si occupa del governo, mentre il Parlamento farà liberamente le proprie scelte»
Per garantire stabilità potreste reinserire il ballottaggio?
«Nella proposta originaria c’era. Durante le audizioni in commissione Affari costituzionali ci è stato detto, anche da esperti indicati dal centrosinistra, che avrebbe presentato problemi di costituzionalità. Pur avendo dubbi, lo abbiamo tolto perché vogliamo regole il più possibile condivise. Noi vogliamo una legge semplice che permetta agli italiani di sapere chi votano, chi li governerà e chi li rappresenterà».
Vannacci entrerà nella maggioranza di centrodestra?
«No. Sta votando contro il governo insieme a Schlein e Conte. Noi ci ripresenteremo agli italiani con chi ci ha aiutato a governare, non con chi ci ha ostacolato. E non siamo disponibili a fare accordi pur di governare».
Chiudiamo con il caso Ranucci. Report deve continuare ad andare in onda?
«Sicuramente sì. Se mi chiede invece se Ranucci debba continuare a gestirlo, non spetta a me fare i palinsesti Rai. Credo però che per la credibilità della televisione pubblica e della redazione di Report una riflessione possa essere utile. Ammetto di non aver mai seguito Report nella gestione Ranucci, ma se davvero non si fosse accorto di chi aveva intorno, la domanda diventa inevitabile: è davvero un giornalista d’inchiesta così indispensabile?»






























