19 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

18 Lug, 2026

La legge elettorale, i peones e la telefonata che allunga la carriera

Dopo i movimenti della settimana, tra vedette e franchi tiratori, la legge elettorale finisce in congelatore: se ne riparla a settembre


«Ora calmiamoci, mettiamoci al fresco sotto l’ombrellone e poi si vedrà». Tradotto dal politichese all’italiano corrente: la legge elettorale finisce nel congelatore. Insieme alle preferenze. Insieme ai veleni. Insieme a quella votazione che alla Camera ha trasformato il segreto dell’urna in un gigantesco gioco del “chi è stato?”. Se ne riparlerà a settembre, quando il testo arriverà al Senato, già incardinato in Commissione Affari costituzionali e probabilmente accompagnato da un voto di fiducia. Per ora tutti al mare. O almeno così vorrebbe l’ex capogruppo di Forza Italia Paolo Barelli.

Peccato che il Parlamento abbia lasciato Montecitorio con una coda di sospetti lunga quanto il Transatlantico. Le opposizioni denunciano una maggioranza che avrebbe controllato il voto dall’alto. Non con i droni, sia chiaro. Sarebbe stato persino più moderno. Piuttosto con le vedette degli uffici stampa appollaiate nel loggione riservato ai giornalisti, incaricate di annotare chi si alzava, chi indugiava e chi, soprattutto, avrebbe tradito. Una scena da teatro politico permanente. Alla fine l’emendamento sulle preferenze, come si sa, è caduto per un solo voto (188 contrari contro 187). E lì sono cominciati i processi. Franchi tiratori? Certamente.

Le reazioni

Ma di chi? Antonio Tajani liquida la vicenda come una «tempesta in un bicchiere d’acqua» e respinge l’idea che fossero soltanto nel centrodestra: «Albergano in tutte le formazioni politiche». Francesco Boccia ribatte che non si riparano al Senato le sconfitte politiche del governo e definisce propagandistico un testo che lasciava comunque i capilista bloccati. Edmondo Cirielli va ancora più duro e parla di una gigantesca operazione di autoconservazione: parlamentari terrorizzati dall’idea di dover conquistare davvero i voti invece di riceverli in dote dalle segreterie.

È proprio qui che finisce la narrazione romantica delle preferenze e comincia la realtà. Davvero qualcuno pensava che i deputati avrebbero votato un meccanismo destinato a complicare la loro rielezione? Un Parlamento chiamato a decidere se rinunciare alla protezione delle liste bloccate per consegnarsi al giudizio degli elettori somiglia a un cda convocato per deliberare il proprio licenziamento. L’autodafé non è mai stato uno sport parlamentare. Anche perché le preferenze previste dall’emendamento bocciato erano tutt’altro che rivoluzionarie. Il capolista sarebbe rimasto blindato e gli elettori avrebbero potuto scegliere soltanto fra gli altri candidati indicati dal partito. Insomma, il mazzo continuavano a distribuirlo le segreterie.

L’altra narrazione

I numeri raccontano un’altra storia. Secondo Pagella Politica, oggi 20 dei 27 Paesi Ue prevedono il voto di preferenza, mentre soltanto sette, tra cui l’Italia, continuano a farne a meno..Il punto, però, è un altro. Sono settimane in cui i telefoni dei dirigenti di partito squillano più delle cabine dei bagnini. C’è chi chiama per sapere se verrà ricandidato. C’è chi sa già che sarà ricandidato soltanto per riempire una lista destinata a non eleggere nessuno. C’è chi prova a vendere un presunto pacchetto di voti territoriali nella speranza di strappare un posto utile. E c’è chi, arrivato al terzo mandato, aspetta una deroga come si aspetta la proroga di un contratto in scadenza.

Nel Pd sono 37 i parlamentari che hanno già superato il limite dei 3 mandati previsto dallo statuto. Nel Movimento 5 Stelle la questione è altrettanto esplosiva, perché le deroghe e le ricandidature restano appese alle decisioni della leadership. È difficile immaginare che chi vive con questa spada di Damocle sulla testa guardi con entusiasmo a una riforma che aggiungerebbe un’altra incognita.

I secondi fini

Per molti il vero spartiacque non è la preferenza ma la telefonata. Quella che può allungare una carriera politica di altri cinque anni oppure archiviarla definitivamente. Perché se resti fuori dalle liste, il resto arriva in fretta: qualche incarico, forse una presidenza di authority, magari un consiglio d’amministrazione. Oppure il ritorno alla professione, con il vitalizio ormai vicino per chi ha maturato i requisiti contributivi. È il calendario silenzioso della politica.

In questo quadro Giorgia Meloni ha probabilmente commesso l’unico errore che a Montecitorio tutti le riconoscono. Ha deciso di metterci la faccia con un appello sui social, rivendicando pubblicamente l’emendamento senza però trasformarlo in una questione di fiducia. Se fosse rimasta un passo indietro, ragionavano ieri nei corridoi della Camera, avrebbe limitato i danni. Invece ha personalizzato una partita che poi ha perso. Ancora più singolare perché in Aula aveva mandato la ministra Eugenia Roccella, accolta da un lungo applauso dopo il grave lutto familiare. Avrebbe potuto limitarsi alla tradizionale rimessione al voto dell’Assemblea. Ha invece rivendicato l’emendamento, assumendosi fino in fondo il peso di una scelta che già si sapeva divisiva.

Licia Ronzulli, dal canto suo, continua a sostenere che questa è «la legge che avrebbe voluto Berlusconi»: un sistema bipolare capace di indicare chiaramente chi governa il Paese. E forse è proprio questo il paradosso. Mentre il centrodestra difende una riforma che considera decisiva per la stabilità e il centrosinistra continua a dividersi su quasi tutto – dal nucleare all’immigrazione, dai rifiuti alla politica industriale – la battaglia sulle preferenze finisce in freezer.

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