Nel giorno della Madonna delle Grazie, la voce del sindaco di Benevento si incrina davanti ai fedeli: «Anche io sono malato, spero di farcela». E Mastella il politico che per una vita ha stretto mani e tessuto relazioni diventa, per un momento, semplicemente un uomo
Clemente Mastella è l’ultimo animale politico allevato all’aperto. Non è un tecnico, non è un manager, non è un “civil servant” e nemmeno uno di quei sindaci che parlano come un’app di navigazione: «Fra cento metri svoltare a destra». Mastella è un politico e basta. Anzi, è la politica nella sua versione meridionale: sentimentale, teatrale, irregolare, umanissima.
In un Paese che cambia partiti con la stessa frequenza con cui cambia il gestore telefonico, lui è rimasto se stesso: democristiano. Non la Democrazia Cristiana, che è morta da una trentina d’anni e continua a essere sepolta ogni volta in un posto diverso, ma la democristianità come filosofia di vita. La convinzione, cioè, che tra due persone che litigano sia sempre meglio una telefonata di una guerra e che nessun problema sia così grave da non poter essere affrontato davanti a un caffè.
Ceppaloni come forma della mente
Ceppaloni, per lui, non è un paese. È una forma della mente. È il luogo dove ha imparato che la politica non consiste nell’avere ragione, ma nel conoscere le persone: i loro difetti, le loro debolezze, i loro cugini e, possibilmente, anche il numero di telefono.
Ha attraversato la Prima Repubblica senza esserne travolto, la Seconda senza lasciarsene sedurre e la Terza quasi senza accorgersi che esistesse davvero. È stato ministro, parlamentare europeo, deputato, senatore, segretario di partito e sindaco. Ha fondato più partiti lui di quanti ne abbiano sciolti gli elettori italiani.
Il trasformista che non sembrava trasformista
Eppure non dà mai l’impressione di essere un trasformista. Piuttosto, sembra uno di quei viaggiatori che cambiano treno senza mai perdere la coincidenza. I suoi nemici lo hanno sempre dipinto come il simbolo dell’eterno centrismo, un professionista della sopravvivenza politica.
I suoi amici, invece, vedono in lui l’ultimo interprete di una politica fatta di rapporti umani, di conoscenza diretta delle persone, di quella pazienza artigianale che oggi è stata sostituita dagli algoritmi e dai social network. Entrambi, probabilmente, hanno ragione.
La politica seria, ma non serissima
Poi c’è la sua qualità più rara: l’ironia. Mastella sa di essere diventato un personaggio, quasi una figura della commedia nazionale. E invece di offendersi, ci scherza sopra. Del resto, uno che ha visto nascere e morire governi, partiti e leader che si proclamavano eterni, finisce per considerare la politica una faccenda seria, ma non serissima.
Per questo le parole pronunciate nella basilica di Benevento hanno colpito tutti. Nel giorno della Madonna delle Grazie, davanti a una folla di fedeli, la voce gli si è incrinata: «A tutti chiedo di pregare per me. Anche io sono malato, spero di farcela».
Per qualche secondo è calato il silenzio. Poi è partito un applauso, lungo e sincero. Perché, al netto delle opinioni politiche, c’è qualcosa di profondamente italiano e persino commovente in quell’uomo che per una vita ha dispensato consigli, tessuto relazioni, stretto mani e adesso, per la prima volta, chiede aiuto.
Una stretta di mano contro l’algoritmo
Forse è questa la sua vera eredità: ricordarci che la politica, prima di essere ideologia o propaganda, è un fatto umano. E che gli uomini politici, anche quelli che sembrano eterni come i monumenti o le tasse, a un certo punto diventano semplicemente uomini.
Quando Clemente Mastella uscirà definitivamente di scena, non scomparirà soltanto un protagonista della Repubblica. Se ne andrà un intero modo di stare al mondo: quello di chi preferiva una telefonata a un tweet, una mediazione a una scomunica e, soprattutto, una stretta di mano a qualsiasi algoritmo. Non solo un politico popolare, se ne andrà un’intera educazione sentimentale della Repubblica.





























