11 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

11 Giu, 2026

Addio a Natalino Irti, il giurista che mise la libertà prima di tutto

Natalino Irti

Studioso del diritto, avvocato, accademico e intellettuale liberale, Natalino Irti ha dedicato la sua ricerca al rapporto tra individuo, libertà e istituzioni, lasciando un segno profondo nella cultura giuridica italiana


Collegare ciò che si vorrebbe diviso è prerogativa dei grandi Maestri. Non assecondare un ordine che conserva, ma far fiorire le mescolanze che costringono al pensiero di profondità. Natalino Irti ci lascia una riflessione fondante e trasversale con la quale, come avviene per le grandi arcate che sorreggono le cattedrali più alte e imponenti, ogni futuro architetto del diritto e delle comunità politiche dovrà misurarsi. Un pensiero libero e liberale, non solo per la sua vicinanza al PLI nelle cui fila Irti ha militato anche come consigliere comunale a Roma, ma per quella costante centralità dell’individuo che si rivela nelle sue pagine.

Il diritto privato

Questa centralità non è solo conseguenza naturale dello studio del diritto privato che è fondato, per l’appunto, sull’autonomia soggettiva: Irti la dipana ben oltre il prevedibile, superando le artificiali suddivisioni della burocrazia accademica. Come in ogni momento di grande transizione della realtà, lo studioso che lascia il segno è colui il quale riesce a connettere e contaminare persone e logiche che altri settorializzano per conservare inutili rendite anche intellettuali.

Il bisogno del corpo

In questi anni la sua speculazione ci ha costretto a riflettere, mentre tutto diventava virtuale, sul fatto che «il diritto ha bisogno del dove» e dei corpi, anche mentre la funzione giuridica appariva in affanno se impostata con i canoni tradizionali nel suo legame intimo con la “forma”. La statualità è in competizione con l’ordine giuridico che si afferma fuori da essa e a prescindere da essa come accade con il mercato piuttosto che con la tecnologia digitale.

I «congegni produttivi di norme» che sono al centro della lotta per il potere, ben sanno che le norme – quei risultati dell’artificialità giuridica – restano caratterizzate dalla precarietà. Un dogma della statualità, insomma, che condiziona il concetto di nomos arricchito da quello di autonomia ossia dell’individuo che si fa da sé.
Una teoretica, quella irtiana, che rende trasparente il velo che divide – almeno sulla carta – il diritto privato da quello pubblico e che da tutti noi è costantemente attraversato, confermandone la permeabilità. La libertà individuale prima di tutto, quindi.

La libertà prima di tutto

In Accademia discutemmo molto dopo aver letto alcune delle sue parole che, affidate ai quotidiani, non redarguivano abbastanza un certo movimentismo politico. In realtà, forse, non capivamo che Irti guardava non tanto alle persone che lo incarnassero, ma alla loro funzione rigeneratrice delle istituzioni e potenzialmente liberatrice dell’individuo, al netto dei fallimenti successivi. Ginevra Cerrina Feroni ha avuto l’onore della prefazione di Irti al suo ultimo libro per i tipi di Rubbettino.

Quello che forse sarà uno dei suoi ultimi scritti editi è dedicato, non a caso, alla libertà, che va difesa dal conformismo frutto della nuova massificazione che rischia di imporsi.

Ascoltare dal vivo Irti era un piacere assoluto. Nel 2015, grazie a Sergio Lariccia, organizzammo un confronto tra lui e Pietro Rescigno, due “mostri sacri” del diritto civile, all’Istituto Jemolo. Fu un concerto, non un convegno. Non solo non parlavano da soli, ma tra loro suonavano a vantaggio di tutti, magistrati, professori e avvocati che ascoltavano immersi senza avere in mano lo spartito e la scaletta, come si addice ad una prima di assoluta novità.

Accademia e foro

Aver percorso la via dell’accademia senza rinunciare a quelle della professione forense e delle istituzioni, ha caratterizzato la capacità di Irti di suonare la propria musica con strumenti diversi e di parlare a tutti, codificandola ogni volta in modo nuovo davanti all’interlocutore, senza perdere la sistematicità del pensiero.

La speculazione teoretica di Irti è entrata nella scala di note di molti studiosi e risuonerà ancora nelle aule universitarie, dei tribunali e delle istituzioni anche grazie alle Fondazioni alle quali ha dato vita. Lo farà grazie a tanti. Dai suoi allievi più maturi a quelli più giovani, da Michele Tamponi, Massimo Confortini e Attilio Zimatore, ad Andrea Genovese e Massimo Proto e tantissimi altri che mi scuseranno per l’incompleto elenco.

Ma lo faranno anche grazie a molti studiosi che Irti ha contaminato, non solo in altri settori del diritto ma anche in altre materie come conferma l’intelligente attività della casa editrice La Nave di Teseo a cui si è dedicato. Con il pensiero di Irti, come per ogni costruzione faticosa e imponente, la scienza giuridica sarà chiamata a misurarsi per anni, per aggiungere, per affinare, per completare un disegno di libertà che rinuncia ad ogni pretesa arbitraria di “verità”.

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