La nuova legge sul consenso informato per i percorsi scolastici dedicati all’educazione affettiva risponde alla necessità di trovare un equilibrio stabile tra la scuola e la famiglia
Con il via libera definitivo del Senato, entra nella scuola italiana la nuova disciplina sul consenso informato per le attività che riguardano temi attinenti alla sessualità. La legge, promossa dal ministro Giuseppe Valditara, prevede che le istituzioni scolastiche debbano acquisire il consenso preventivo e scritto dei genitori, o degli studenti se maggiorenni, prima dello svolgimento di percorsi extracurricolari dedicati a questi argomenti. Le famiglie dovranno poter visionare in anticipo i materiali didattici. La richiesta dovrà indicare finalità, obiettivi formativi, contenuti, modalità di svolgimento ed eventuale presenza di esperti esterni o associazioni, che dovrà comunque essere sottoposta all’approvazione del Consiglio d’Istituto.
In caso di mancata adesione, la scuola dovrà garantire attività formative alternative. Non è difficile riconoscere in questa legge una marcata impronta difensiva. Nell’ultimo ventennio, del resto, molti percorsi scolastici rivolti agli adolescenti hanno finito per confondere l’educazione alla sessualità con una generica pedagogia della liberazione, dove il doveroso contrasto a discriminazioni, stereotipi e violenze si è talvolta trasformato in una visione ideologica della persona. Il corpo e l’identità sono stati trattati, in alcuni casi, come territori neutri, disponibili a una ridefinizione continua.
Stiamo parlando, evidentemente, di quella egemonia culturale legata al discorso gender che ha cercato di fare della scuola il luogo di una nuova catechesi laica, spesso convinta di emancipare i ragazzi mentre li esponeva a un altro conformismo, solo più aggiornato nel lessico e più seducente nella retorica. In questo senso, una reazione era prevedibile. La scuola non può essere il luogo di una militanza travestita da formazione, né può affidare gli adolescenti ad associazioni portatrici di agende culturali più che di reali competenze psicologiche, pedagogiche o mediche.
Tra educazione e propaganda
La sessualità è una materia troppo seria per essere trattata come un campo di battaglia simbolico. Richiede prudenza, preparazione, responsabilità adulta. Richiede soprattutto che chi entra in classe sappia distinguere l’educazione dalla propaganda. E tuttavia una legge che nasce quasi interamente dalla paura, reale o allarmistica che sia, rischia di rispondere a un eccesso con un altro eccesso. Nasce per proteggere i minori da ciò che viene percepito come egemonia ideologica, però può finire per consegnare al tradizionalismo familiare la possibilità di esercitare un veto su una necessità educativa reale dei giovani.
Il consenso informato, sacrosanto quando significa trasparenza, diventa problematico quando produce sottrazione e censura. Informare i genitori è necessario. Consentire che la paura degli adulti svuoti un percorso formativo essenziale è un’altra cosa. La psicoanalisi ci ha insegnato che la sessualità è una forza che attraversa precocemente la costruzione dell’identità, del desiderio, della relazione con l’altro. Quando viene rimossa, ritorna come sintomo, spesso come angoscia o linguaggio deformato.
L’educazione non serve a eccitare ciò che sarebbe innocente, secondo l’antica fantasia repressiva; ma svolge piuttosto la funzione di dare forma simbolica a ciò che già esiste, spesso in modo confuso. Lacan avrebbe detto che il desiderio umano non è mai puro istinto biologico: è sempre preso nel linguaggio, nella legge simbolica, nella domanda di riconoscimento. È proprio qui che la scuola dovrebbe intervenire, per offrire uno spazio capace di trasformare l’urgenza pulsionale in discorso.
Adolescenti e responsabilità adulta
L’adolescente ha bisogno di trovare davanti a sé adulti capaci di reggere il turbamento della crescita. Se l’adulto moralizza, censura o delega tutto al silenzio, il ragazzo resta solo con ciò che sente. E ciò che non viene simbolizzato può tradursi in comportamenti agiti, come aggressività, dominio, dipendenza, esposizione compulsiva del corpo, incapacità di riconoscere il limite dell’altro. La famiglia, evocata giustamente come prima agenzia educativa, oggi è spesso anche una famiglia fragile e disorientata, assente o separata.
Incapace di nominare ciò che i figli vivono ogni giorno nel silenzio delle loro stanze. La verità è che molti adolescenti non ricevono in casa alcuna vera educazione affettiva. In questo scenario, la scuola ha il compito primario di vigilare, sottraendo l’educazione sessuale tanto al libertarismo superficiale quanto al moralismo difensivo. Ma non può rinunciare al proprio ruolo formativo proprio nel momento in cui i ragazzi hanno più bisogno di parole adulte.
L’educazione sessuale, se fatta seriamente, è educazione al corpo, al consenso, alla responsabilità, al rispetto e alla prevenzione. È soprattutto educazione all’empatia, cioè alla capacità di riconoscere nell’altro una persona e non un oggetto del proprio impulso. La nuova legge intercetta dunque un problema vero, rispondendo agli eccessi di una cultura falsamente emancipatrice.
LEGGI «Educazione sessuale a scuola? Più utili Boccaccio e Flaubert»
Però rischia di lasciare soli proprio quei ragazzi che dovrebbe proteggere. I genitori hanno il diritto di essere informati, coinvolti e messi nelle condizioni di conoscere contenuti, finalità e strumenti. L’informazione, però, non deve trasformarsi in autorizzazione alla rimozione. Perché una società protegge davvero i minori quando non li lascia soli davanti al più antico e difficile dei misteri umani: il proprio corpo che cresce, desidera, teme e cerca una forma per diventare relazione.































