Le società si rompono quasi sempre nello stesso modo: smettono di interrogarsi sulle cause delle tragedie e cominciano a usarle come armi retoriche. È ciò che sta accadendo dopo l’attentato di Modena. La destra vede in Salim El Koudri la conferma dell’equazione che da anni alimenta il proprio discorso pubblico: immigrazione uguale islam, islam uguale violenza.
La sinistra gioca in difesa, rifugiandosi nella diagnosi psichiatrica, come se bastasse pronunciare la parola schizofrenia per dissolvere ogni domanda sul contesto sociale, culturale, identitario dentro cui quella patologia è maturata. Entrambe le letture hanno qualcosa di rassicurante. Perché entrambe evitano la complessità.
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La rabbia di chi si sente respinto
Talvolta, però, il buon giornalismo restituisce alla realtà la sua profondità tragica. L’attacco del reportage di Alfio Sciacca sul Corriere della Sera riesce in poche righe a illuminare una zona che la propaganda oscura deliberatamente: «Decine di mail, corredate di curriculum, indirizzate a varie agenzie per la ricerca di lavoro. E poi un bombardamento di telefonate perché nessuno lo aiutava a trovare un’occupazione. Salim El Koudri voleva assolutamente un lavoro adeguato alla sua laurea in Economia. Ma tutte le richieste e i vari colloqui fatti non avevano portato a nulla. Pare si fosse convinto che gli venissero sbarrate le porte per una sorta di stigma legato alle sue origini marocchine».
Non c’è assoluzione in questo racconto. Non c’è sociologismo indulgente. C’è invece qualcosa di molto più difficile: il tentativo di comprendere. Perché la schizofrenia individuale di Salim El Koudri non nasce nel vuoto pneumatico della clinica. Si innesta dentro uno straniamento più grande, che riguarda i processi incompiuti dell’integrazione occidentale.
Italiano nelle aspettative, straniero nella realtà
Salim è italiano per nascita, per lingua, per aspirazioni, perfino per frustrazioni. Ma non riesce a diventarlo pienamente nella realtà sociale. È italiano nelle aspettative e straniero nelle realizzazioni. Il dettaglio forse più lacerante è che lui stesso interpreta questa scissione come una frattura dell’identità: «io sono un disoccupato che vive a casa con due genitori stranieri». Come se la sua biografia fosse condannata a restare intrappolata dentro un’origine da cui non riesce a emanciparsi.
Qui affiora il nodo che la politica non vuole guardare. L’integrazione non fallisce soltanto nelle periferie degradate o nell’illegalità marginale. Può fallire anche dentro percorsi formalmente riusciti. Nelle seconde generazioni istruite. Nei laureati senza riconoscimento. Negli individui che interiorizzano l’idea di appartenere a una società che però continua a considerarli provvisori, periferici, sospesi.
L’identità ferita e il rischio della radicalizzazione
Amin Maalouf lo aveva raccontato con straordinaria lucidità nel libro «L’identità». L’identità ferita diventa facilmente identità rancorosa. Quando un individuo percepisce che la promessa universale dell’Occidente — uguaglianza, mobilità, riconoscimento — non vale davvero per lui, il rischio è che trasformi la delusione in ostilità. È l’hybris tragica di una generazione cresciuta dentro i valori occidentali ma convinta di esserne stata esclusa nel momento decisivo della realizzazione sociale.
Naturalmente non si può e non si deve trasformare questa frustrazione in una giustificazione morale della violenza. Milioni di persone sperimentano discriminazioni, precarietà, esclusione senza precipitare nel terrorismo o nella follia omicida. Ma negare che esista un nesso tra alienazione sociale, crisi identitaria e radicalizzazione significa consegnare il monopolio dell’analisi alla destra xenofoba.
L’ipocrisia dell’integrazione italiana
Il paradosso è che ad alimentare la reazione identitaria è proprio la rinuncia a discutere apertamente delle difficoltà reali che ogni processo d’integrazione porta con sé. E a riconoscere che ci sono comunità che approdano in Europa portando sistemi di valori, tradizioni religiose, modelli familiari e codici culturali spesso molto lontani da quelli delle società liberali occidentali.
Bisognerebbe avere il coraggio di dire che l’integrazione italiana è stata spesso ipocrita. Ha chiesto assimilazione simbolica senza garantire inclusione reale. Ha utilizzato per anni il lavoro immigrato come una gigantesca infrastruttura paraschiavile di massa, secondo la definizione usata da Luca Ricolfi. Una forza lavoro invisibile, necessaria, sottopagata, tollerata finché resta subordinata e silenziosa.
L’ascensore sociale si è fermato proprio nel momento in cui le seconde generazioni hanno cominciato a rivendicare non soltanto sopravvivenza, ma riconoscimento.
La frattura che l’Europa non vuole vedere
Quando una società promette uguaglianza ma produce umiliazione, genera una miscela di rabbia e smarrimento infinitamente più pericolosa della semplice marginalità economica. La violenza nasce spesso da aspettative tradite più che dalla povertà assoluta.
Per questo l’attentato di Modena non può essere letto né come prova della barbarie straniera né come semplice episodio clinico individuale. È piuttosto il sintomo oscuro di una frattura più profonda nelle società europee contemporanee: l’incapacità di trasformare la convivenza in piena fusione sociale. E finché questa incompiutezza verrà negata per paura di «fare il gioco della destra», continuerà a essere la destra a sfruttarla.






























