Dal G7 Finanze di Parigi il governo italiano rilancia la richiesta all’Unione europea di maggiore flessibilità sui conti pubblici per affrontare il caro energia. Sul tavolo il nodo deficit, le regole del Patto di stabilità e la crisi legata allo Stretto di Hormuz
A Parigi, nei corridoi ovattati del G7 Finanze, il mondo sembra ancora un luogo ordinato e governabile. Si parla di materie prime critiche come se fossero pezzi di una scacchiera lucida, dello stretto di Hormuz come di un collo di bottiglia lontano, e delle catene di approvvigionamento come funi leggere che si spera, reggano ancora un altro giro di giostra. Poi però si scende di un piano, e l’atmosfera cambia.
A Bruxelles non apprezzano la contabilità creativa autorizzata. Qui il mondo si riduce a una formula più semplice: numeri del bilancio, regole fiscali, e soprattutto energia. Quella che accende le case, e fabbriche ma spegne la contabilità pubblica. Dentro questo doppio livello — il mondo alto delle strategie e quello basso delle fatture — si inserisce la richiesta italiana: estendere anche all’energia la clausola di salvaguardia prevista per la difesa.
Una proposta che il Governo italiano presenta come una sorta di ovvietà: se la sicurezza militare merita fondi aggiuntivi perché quella energetica dovrebbe restare inchiodata alle righe del bilancio? Giorgia Meloni ha preso carta e penna e ha scritto a Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea. Nel messaggio, la richiesta è chiara: allargare temporaneamente la “National Escape Clause” anche alle spese legate ai prezzi dell’energia e agli investimenti del settore. Tradotto in linguaggio meno diplomatico: come spiegare ai cittadini che si può essere elastici sui cannoni e rigidi sulle bollette?
La risposta prudente della Commissione
Per ora da Bruxelles la risposta è fredda. In attesa di ulteriori valutazioni. Il dialogo continua. Ed è proprio questa la formula che filtra dal Ministero dell’Economia mentre a Parigi si tenta di tenere insieme i pezzi del coordinamento tra grandi economie occidentali: «si continua a trattare». Una frase che, nella sua apparente neutralità, contiene un intero mondo diplomatico sospeso tra apertura e rinvio. Per l’Italia non si tratta di riscrivere le regole europee, ma di spostare il baricentro di ciò che viene considerato “strategico”.
Oggi la flessibilità prevista dal Patto di stabilità riguarda la difesa; Roma propone di usarla anche per attenuare l’impatto dell’energia su imprese e famiglie. Stessa cornice, quadro diverso. Se Bruxelles accettasse anche solo in parte questa lettura, il maggiore deficit non sarebbe più letto come una deviazione dalle regole, ma come una deviazione autorizzata dalla realtà. E in Europa, si sa, la differenza tra le due cose è spesso una questione di interpretazione più che di contabilità.
Il tutto si inserisce nel mosaico già complesso delle nuove regole fiscali: la clausola generale di sospensione — già usata ai tempi della pandemia — e la clausola nazionale oggi attivata da 17 Stati per la difesa. Ma qui il passaggio è più sensibile: includere l’energia significherebbe ammettere che la crisi non è più un episodio, ma una condizione permanente del sistema. La risposta della Commissione europea si muove però su un binario parallelo. Da Bruxelles ricordano che esistono già strumenti specifici per l’energia, ancora non pienamente utilizzati, pari a circa 95 miliardi di euro.
Il nodo politico delle asimmetrie
Prima di inventare nuove flessibilità — è il ragionamento — forse conviene usare quelle già disponibili. Il nodo, quindi, non è tecnico ma politico. Perché la crisi energetica, più che un problema di strumenti, è un problema di asimmetrie. E le regole comuni, quando si applicano a economie diverse, finiscono inevitabilmente per produrre effetti diversi. Il clima generale non aiuta l’ottimismo. A Parigi, il commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis anticipa nuove previsioni: crescita più debole e inflazione più alta.
Numeri che si sommano a quelli già poco incoraggianti del Fondo monetario internazionale, che vede un’Europa a crescita lenta e un’Italia ferma allo 0,5%, in fondo alla classifica. In questo contesto, anche le discussioni sulle regole di bilancio assumono un tono più incerto, quasi provvisorio. Come se ogni equilibrio fosse valido fino al prossimo shock. Non a caso, l’Italia non è sola nel porre il tema. Anche la Spagna di Pedro Sánchez spinge per una riflessione più ampia sul perimetro degli strumenti europei per la transizione energetica e la sicurezza energetica continentale.
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Ma la linea prevalente resta prudente: prima si usano gli strumenti esistenti, poi se ne valutano di nuovi. Eppure, al di sotto della grammatica istituzionale, la fotografia è già stata scattata. La Commissione europea stessa, nel rapporto sul programma RepowerEU, certifica che l’Italia continua a pagare uno dei prezzi dell’elettricità più alti d’Europa: 116 euro per MWh contro una media di 85. Il motivo è strutturale: la dipendenza dal gas resta dominante, con oltre la metà della produzione elettrica ancora legata ai combustibili fossili.
La dipendenza dal gas
Questo significa che il prezzo dell’elettricità italiana continua a seguire il ritmo del gas, anche quando il resto d’Europa prova a diversificare. Ne deriva una catena piuttosto lineare: il 61% del costo dell’elettricità industriale dipende dalla materia prima, il resto si divide tra rete, carbonio e tasse. Un equilibrio fragile, che si irrigidisce proprio quando il contesto internazionale diventa più instabile. La verità, osservata senza filtri, è che l’Europa ha ridotto la dipendenza energetica dalla Russia, ma non ha ancora completato la propria emancipazione dai combustibili fossili.
L’Italia, per struttura industriale e mix energetico, resta più esposta di altri a questa transizione incompiuta. Così il cerchio si chiude: tra Bruxelles e Roma, tra regole e realtà, tra sicurezza militare e sicurezza energetica. Con una domanda che resta sospesa: se la crisi è la stessa, perché le regole dovrebbero essere diverse? La risposta continua a essere la più europea possibile: «per ora».


















