Il professore di Economia dell’Università di Milano, Marco Leonardi, analizza le ricadute della guerra in Iran e del blocco dello Stretto di Hormuz, in primis l’inflazione e il rallentamento della crescita
La temuta, e scontata, stangata provocata dall’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran e dal blocco di Hormuz si è abbattuta sugli italiani e sugli europei, e l’energia è il principale canale di trasmissione dell’inflazione: ad aprile, segnala Istat, i prezzi sono aumentati dell’1,1% rispetto a marzo, del 2,7% su base annua, – un record dal settembre 2023 – con il carrello della spesa ancora in salita, seppur di poco (+2,3% dal 2,2%). In Europa l’inflazione è balzata al 3% dal 2,6% di marzo. Un ulteriore colpo al potere d’acquisto dei cittadini.
«L’inflazione ha colpito salari individuali e siccome non abbiamo corretto la contrattazione – i contratti collettivi dei settori più fragili dei servizi si rinnovano in ritardo -, c’è il rischio di un nuovo colpo. I salari reali, quindi, perderanno presumibilmente ancora potere d’acquisto. L’aumento dell’occupazione contiene un po’ questa disgrazia perché in alcune famiglie c’è un lavoratore in più, e quindi un reddito in più. Ma le altre, quelle in cui il numero delle persone con un impiego non è cambiato, ci perderanno. Quindi che l’occupazione vada bene aiuta, ma non risolve il problema della perdita del potere d’acquisto dei salari».
L’inflazione legata allo shock energetico e l’incertezza che domina il quadro geopolitico pesano sull’attività economica, già in frenata, e di conseguenza sulla crescita. Nel primo trimestre in Europa in termini reali il Pil è cresciuto dello 0,1%, l’Italia ha segnato +0,2%. Giorgetti sostiene che l’economia italiana, pur in un quadro di incertezza e un contesto difficile, resta solida e resiliente. Quale scenario intravede?
«L’inflazione è tornata a correre e la crescita italiana è molto bassa, non è ancora uno scenario da anni Settanta, ovvero di un’economia in stagflazione, perché se siamo fortunati la crescita non va a zero. Ma se lo stretto di Hormuz resterà bloccato ancora a lungo il rischio c’è. L’unica fortuna dell’Italia è che ha avuto questo significativo aumento dell’occupazione e se continua, ovviamente, molta gente che prima non aveva lavoro adesso potrà contarci, con ricadute positive sull’attività economica. Avere 24 milioni di occupati è un grosso vantaggio».
La Bce nell’ultima riunione di fine aprile ha lasciato i tassi invariati, al 2%, ma a giugno potrebbe decidere di alzarli. I marcati scommettono su un aumento di 25 punti base.
«Ho fiducia nei nostri banchieri centrali. La Bce farà il suo mestiere, e lo farà molto meglio della Federal Riserve perché è indipendente, mentre la banca centrale americana rischia di dover rispondere ai capricci di Trump».
Se dovesse decidere di aumentare i tassi si prospetterebbe un ulteriore rallentamento della crescita, una frenata dei consumi e un aumento dei risparmi, entrambi già in atto come segnala il bollettino di Francoforte.
«Ovviamente assisteremmo a una contrazione del Pil, ma bisogna considerare che, a differenza di quanto avvenne nel 2022-2023 – quando intervenendo in ritardo la Bce alzò i tassi molto rapidamente – questa volta agirà con maggiore gradualità».
Tra caro energia-carburanti e impennata dei prezzi i governi devono far fronte a misure di sostegno che, ha avvertito anche l’Eurotower, devono essere mirate e compatibili con la tenuta dei conti pubblici. L’intervento messo in campo dal governo non sembra rispondere a questi “requisiti”. Intanto tra una settimana scade il terzo taglio sulle accise dei carburanti…
«Con il referendum sulla giustizia alle porte, il governo ha commesso l’errore di anticipare il taglio delle accise, che non era ancora necessario. Un intervento generoso cui ora non riesce a garantire la necessaria copertura. Per non perdere consenso dovrebbero portarlo avanti fino alle elezioni, ma non si possono spendere 600 milioni al mese fino ad allora. Non si dovrebbe fare nemmeno se l’Europa autorizzasse uno sforamento».
Giorgetti, sostenuto da Meloni, è in pressing sulla Commissione europea per ottenerlo.
«È una richiesta un po’ assurda: il governo si vantava di essere il più virtuoso d’Europa, doveva uscire dalla procedura d’infrazione un anno prima del previsto – senza che ce ne fosse una reale necessità -, poi, quando per un errore del governo stesso non c’è riuscito, Giorgetti ha chiesto lo sforamento. Ma non è credibile. Se avesse centrato l’obiettivo di un rapporto deficit/Pil sotto il 3% non lo avrebbe chiesto. Ora non so se rivedendo i conti del Superbonus riuscirà a convincere Bruxelles. Magari, scatenerà l’Agenzia delle Entrate contro quelli che hanno usufruito del bonus, ma la proroga l’ha data lui. C’è poi chi sostiene che il titolare del Mef l’abbia fatto in modo di restare sopra il 3% per non dover spendere in difesa…».
Se dovesse riuscirgli l’impresa di reperire nuove risorse, come dovrebbero essere impegnate?
«Bisogna garantire dei sostegni per famiglie vulnerabili, per le imprese energivore e per gli autotrasportatori. Non è facile. Anche il governo Draghi, di fronte alle ricadute della guerra in Ucraina, è intervenuto con misure generalizzate, perché ovviamente era più facile. Inoltre non c’erano i limiti del Patto di Stabilità e l’Europa ci aveva dato carta bianca (il professor Leonardi ha ricoperto il ruolo di capo dipartimento alla programmazione economica dell’esecutivo guidato dall’ex presidente della Bce, ndr), quindi abbiamo messo in campo politiche che qualcuno, giustamente, giudica troppo generose, indistinte. Ora i soldi non ci sono e il Patto di Stabilità è pienamente in vigore».
Intanto la nuova crisi energetica ha riportato il nucleare nell’agenda di governo: Meloni ha garantito che entro l’estate sarà adottata la legge delega, decreti attuativi e quadro giuridico per rilanciare la produzione del nucleare in Italia. C’è la volontà politica, ma ci sono anche le condizioni per questa ripartenza?
«Il nucleare è una scelta necessaria, ma impopolare. Potrebbe essere un altro dei tanti impegni presi e poi disattesi. Intanto non sono state indicate né le coperture, né i siti dove sorgeranno gli impianti».
L’economia è stata il tema centrale del premier time svoltosi lo scorso mercoledì: va a gonfie vele per Meloni e l’esecutivo. A rotoli per l’opposizione. Qual è il quadro reale?
«É vero che l’occupazione va molto bene, ma è vero anche che i salari vanno molto male. C’è stata una significativa riduzione della disoccupazione, ma ci sono tante persone che non guadagnano abbastanza e tanti working poor (lavoratori poveri, ndr) in più. Ma soprattutto non è stato fatto niente né dal punto di vista fiscale, né dal punto di vista dei contratti o dei salari minimi per evitare che l’inflazione eroda i salari reali. I numeri, buoni, dell’occupazione devono poi comunque fare i conti con il calo demografico e con la crisi della nostra industria».
A cosa si riferisce in particolare?
«Prendiamo l’Ilva: sono stati fatti degli errori tragici. Hanno chiuso una porta senza averne aperta un’altra. Si tratta di una situazione così delicata che tanti governi hanno tenuto in piedi per un pelo e Urso, per poter mettere il suo timbro, ha rovesciato il tavolo ma dall’altra parte non aveva niente, ed è finito preda di tutti quelli che da sempre la vogliono chiudere. Ma questo lo sapevano tutti i governi precedenti, non è che fossero stupidi, e avevano accuratamente evitato di finire nella trappola. Poi c’è l’Electrolux che chiude, Stellantis che apre ai cinesi. E intanto non hanno rinnovato una norma sulle start up, che ha un costo minimo, e che incentiverebbe l’innovazione su cui noi siamo drammaticamente indietro».
Giovedì da Aquisgrana l’ex presidente della Bce, Mario Draghi, ha risuonato la sveglia all’Europa. Ed è stata più forte di sempre. Restando sul fronte prettamente economico, l’ex presidente del Consiglio ha aggiornato le stime sulla spesa strategica, portandola da 800 a 1200 miliardi l’anno. L’appello a fare debito comune resterà ancora una volta inascoltato?
«Credo che almeno sul tema della difesa ci sia una maggiore sensibilità, tutti hanno compreso l’urgenza di un piano europeo. Il muro, almeno su questo fronte, dovrebbe cadere».


















