13 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

13 Mag, 2026

L’Italia evita la frenata ma il petrolio riaccende la paura dell’inflazione

L’economia italiana evita la frenata nel primo trimestre del 2026, ma la corsa del petrolio e il ritorno dell’inflazione mettono sotto pressione consumi, imprese e fiducia delle famiglie. L’industria prova a ripartire, soprattutto con l’automotive, mentre l’Europa rallenta. Istat: il fiscal drag è stato più che compensato grazie alle riforme del 2021-2026, 40 euro in più a contribuente


L’Italia va avanti. Non corre, non sprinta, non sgomma. Avanza pedalando su una Graziella anni Settanta. Attorno, nel grande condominio europeo, il clima è quello di una riunione di inquilini dopo l’annuncio dei lavori straordinari: facce tirate e tutti impegnati a setacciare il conto corrente. La Spagna cresce ancora con un discreto passo da mezzofondista (+0,6%), la Germania prova a rialzarsi con un timido +0,3%, mentre la Francia resta inchiodata allo zero come un’utilitaria senza benzina.
Il dato Istat del primo trimestre dice che l’Italia cresce dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti.

Numerino minuscolo, roba che a guardarlo distrattamente sembra il resto dimenticato sul bancone del bar. Dentro quello zero virgola c’è la paura della recessione, il petrolio che torna a infiammarsi, le guerre che agitano i mercati come tovaglie sbattute dal vento. Non è il boom. Al massimo si brinda con il prosecco preso al supermercato. Però non c’è nemmeno il crollo quando il Medio Oriente torna a incendiarsi e il petrolio corre come un cavallo imbizzarrito.

Lo scenario internazionale

Il mondo procede a velocità diverse, come certe stazioni dove sfreccia l’alta velocità e gli altri restano a guardare. La Cina continua a marciare: +1,3% trimestrale, spinta da una macchina produttiva che sembra fatta di tungsteno e alimentata a caffeina. Gli Stati Uniti avanzano dello 0,5%, drogati dagli investimenti nell’intelligenza artificiale che trasforma Silicon Valley nella Las Vegas del capitalismo digitale. L’Eurozona invece si ferma a +0,1%. Soprattutto peggiora l’umore. Che nell’economia moderna conta quasi quanto i soldi.

L’indice Esi della Commissione europea — quel gigantesco termometro psicologico che misura la fiducia di famiglie e imprese — precipita di 3,2 punti in appena un mese. Un tonfo secco. Germania, Francia e Italia vedono scivolare verso il basso aspettative e voglia di spendere. Il convitato di pietra è sempre il petrolio.

Energia e cibo spingono la corsa dell’inflazione

La guerra tra Stati Uniti e Iran ha rimesso il turbo al greggio. Il Brent, ad aprile, ha toccato in media i 120,4 dollari al barile, con un balzo superiore al 16% in un solo mese. Quando cresce gonfia tutto il resto. Così l’inflazione italiana, che sembrava finalmente sedata dopo anni di febbre alta, rialza la testa. Dal +1,6% di marzo si passa al +2,9% di aprile. A spingere i prezzi verso l’alto sono energia e cibo. I beni energetici compiono una giravolta impressionante: dal -2,1% al +9,5% annuo. Una specie di elettroshock statistico.

Gli alimentari accelerano fino al +6%, riportando nelle case italiane quella sensazione antica e spiacevole di vedere il carrello della spesa riempirsi sempre meno mentre lo scontrino diventa sempre più lungo.
La buona notizia è che l’inflazione di fondo — quella più strutturale, depurata dalle componenti più ballerine — rallenta all’1,6%. L’incendio è partito ma non ha ancora raggiunto tutti i piani del palazzo. Ed è qui che arriva la sorpresa. Quella che nessuno si aspettava davvero.

La produzione italiana torna a crescere

L’industria italiana, data da molti come una vecchia signora che vive di ricordi e di pensione, rialza improvvisamente la testa. A marzo la produzione industriale cresce dello 0,7% rispetto a febbraio e dell’1,5% su base annua. Secondo rialzo consecutivo. Ma soprattutto a riaccendere il motore è un settore che negli ultimi anni sembrava uscito di scena: l’automobile che sale dell’11,2% annuo. Gli autoveicoli tornano a correre. Le fabbriche riprendono fiato. Le linee produttive, dopo anni passati tra microchip mancanti, transizione elettrica, guerre commerciali e domanda depressa, ricominciano a fare rumore. Naturalmente non basta per dichiarare finita la tempesta. Anzi.

Il trimestre chiude comunque con una flessione della produzione industriale dello 0,2%. E soprattutto continuano a soffrire i beni di consumo. Quattro mesi consecutivi di calo. Peggio ancora i durevoli, elettrodomestici, mobili, auto, tutto ciò che le famiglie acquistano quando si sentono relativamente sicure del futuro. Ed è proprio qui che il quadro cambia faccia. Il Codacons avverte che la situazione potrebbe “sensibilmente peggiorare” se il caro energia continuerà a scaricarsi sui prezzi al dettaglio. L’ Istat ammette che i dati attuali incorporano solo in parte gli effetti dell’aumento delle materie prime energetiche. In altre parole, l’onda lunga potrebbe essere ancora in mare.

Le riforme fiscali hanno limitato il drenaggio fiscale

Eppure, nel mezzo di questo equilibrio da funamboli senza rete, il governo rivendica almeno una vittoria politica: avere limitato il drenaggio fiscale. Quel meccanismo silenzioso e perfido per cui l’inflazione aumenta nominalmente i redditi ma trascina i contribuenti verso aliquote più alte, facendoli sentire più ricchi mentre in realtà diventano più poveri. Secondo le simulazioni Istat, le riforme introdotte tra il 2021 e il 2026 hanno compensato buona parte degli effetti dell’inflazione sul fisco, garantendo un beneficio medio di circa 40 euro per contribuente.

Non una rivoluzione, certo. Più una pizza e birra in famiglia che una vacanza alle Maldive. Però abbastanza per consentire al governo di dire: qualcosa abbiamo fatto. Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo naturalmente vede il bicchiere mezzo pieno. Anzi, quasi traboccante. Rivendica la bontà delle riforme, difende la rotta della delega fiscale e parla di risultati che “danno sostanza all’impegno preso con gli italiani”. La verità, però, come spesso accade in economia, non sta né nei trionfalismi né nelle profezie di sventura. Sta nel mezzo. Perché questa la fotografia del Paese: un motore che gira ancora, ma senza sapere bene quanto carburante c’è ancora nel serbatoio.

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