Claudio Bertolotti e Souad Sbai, esperti di fenomeni di radicalismo islamico, commentano l’evento di Modena
Follia del singolo o atto terroristico? Sul fatto di Modena le posizioni si sono subito divaricate. Il mondo politico si divide in chi accusa la parte avversa di giustificazionismo e chi grida allo sciacallaggio. Claudio Bertolotti è direttore di START InSight, la rivista specializzata in analisi strategica che ha da poco pubblicato un ampio e articolato rapporto sul terrorismo e il radicalismo in Europa. «Il caso di Modena – dice Bertolotti – ha tutte le caratteristiche delle azioni terroristiche condotte in Europa almeno dal 2015».
Il profilo dell’attentatore
Mettiamo quindi in fila i tratti del profilo di Salim El Koudri che consentirebbero di parlare di terrorismo: «primo, la narrazione jihadista in cui l’atto di Modena sembra inscriversi: lo Stato Islamico invita esplicitamente a impiegare macchine e coltelli. Secondo, il profilo psichiatrico problematico: è un aspetto che rientra nel profilo medio dell’attentatore terrorista solitario che colpisce in Europa da dieci anni. Terzo, il fatto che fosse un immigrato: anche questo aspetto rientra nella casistica standard europea». Soffermiamoci su quest’ultimo: il ruolo degli immigrati di seconda generazione. «Nei paesi che hanno visto una minore incidenza di azioni terroristiche nel corso degli anni precedenti e che le stanno registrando oggi, tra cui l’Italia, il ruolo degli immigrati di seconda generazione sta diventando via via più rilevante. Si tratta di un processo che rispecchia ciò che è avvenuto anni fa in Francia, in Belgio e nel Regno Unito».
Il nodo dell’integrazione
Più che su quello delle rivendicazioni o delle accuse strumentali, la sfida politica dovrebbe giocarsi sul terreno delle concrete proposte per favorire l’integrazione. Souad Sbai, già deputata e attualmente responsabile del Dipartimento per l’Integrazione della Lega, ha fatto parte della Consulta per l’Islam italiano istituita nel 2007. Forse oggi sarebbe utile rimettere mano a un progetto di quel tipo? «Il problema è con chi farlo», commenta Sbai. «Francamente oggi non saprei chi individuare come possibili interlocutori in un tavolo di questo tipo. Iniziative come la Consulta possono aiutare a capire qualcosa in più, ma poi le decisioni politiche sono un’altra cosa».
Sbai, studiosa di radicalismo islamico, tiene poi a ridimensionare il ruolo del contesto sociale in atti terroristici: «Del resto, El Koudri aveva ottenuto una laurea in economia. Mohammed Atta, uno degli attentatori dell’11 settembre, aveva studiato in Germania. Molti protagonisti dell’attentato in Marocco nel 2011 erano figli di famiglie normali scappati in Siria per combattere. La radicalizzazione agisce su tutti, poveri e ricchi».
Bertolotti precisa: «Il contesto sociale non è determinante nella definizione del profilo terroristico tipo: spesso troviamo soggetti apparentemente integrati che, per qualche ragione, manifestano in modo repentino e improvviso un eccesso di rabbia che sfocia nella violenza, che diventa così lo strumento per dare sfogo a una frustrazione che non è legata a disagi sociali». L’esito violento, secondo Bertolotti, a volte non è neanche direttamente legato a una questione di integrazione: «alcuni soggetti che commettono violenza sono perfettamente integrati; altri non erano integrati vent’anni fa e tuttavia non commettevano atti terroristici».
La radicalizzazione
La radicalizzazione, ormai è chiaro, passa non tanto per le moschee, quanto per il web: gruppi social, canali telegram. E qui la questione si complica. Perché non è detto che i social siano strumento di reclutamento dei terroristi: «Se guardiamo allo storico, fino al 2020, era sicuramente preponderante il reclutamento online; i soggetti finivano in reti jihadiste e contribuivano a rafforzarle», commenta Bertolotti. Oggi però le cose sono cambiate: «gli ultimi soggetti che abbiamo osservato non cadono davvero in una rete: piuttosto, si lasciano trascinare da una narrazione fuori controllo. C’è una chiamata a colpire senza che ci sia un legame diretto tra chi chiama e chi risponde».
Le organizzazioni terroristiche
Il discorso si sposta inevitabilmente sulle organizzazioni terroristiche. A questo proposito Sbai è piuttosto netta nell’individuare una precisa matrice: «L’origine ideologica del jihadismo contemporaneo risale alla Fratellanza Musulmana e alla predicazione dell’ideologo radicale Sayyid Qutb. I Fratelli Musulmani hanno poi contaminato il salafismo, movimento critico verso il mondo arabo-musulmano, poiché occidentalizzandosi avrebbe perso la sua purezza originaria. È da questa combinazione che ideologicamente traggono la loro origine sia Al Qaeda che l’ISIS».
Secondo Bertolotti, allo stato attuale non ci sono invece sufficienti elementi per stabilire un legame certo tra El Koudri e gruppi come lo Stato Islamico e i Fratelli musulmani: «ma non escludo che qualche organizzazione possa sfruttare questo evento per alimentare la narrazione a proprio favore». Poi fa una distinzione: «Lo Stato Islamico chiede anzitutto un atto di sottomissione e, in caso di successo dell’atto terroristico, rivendica l’azione e attribuisce il titolo di soldato del jihad (mujaheddin) al singolo soggetto che lo ha commesso. La Fratellanza Musulmana si muove in maniera diversa: Hamas, che è associata alla Fratellanza Musulmana, fa appello all’uso del terrorismo per colpire ovunque gli alleati di Israele».
Ma in tutto questo ciò che desta maggiore preoccupazione è il pericolo di emulazione: «Negli otto giorni successivi da un evento dal grande impatto mediatico si registra una serie di eventi secondari, spesso fallimentari e senza grande eco mediatica. Questo evidenzia la presenza di soggetti propensi alla condotta terroristica per i quali un atto terroristico funge come una sorta di “appello”, una chiamata alle armi».



















