L’economista Marco Leonardi, autore del libro “Il prezzo nascosto” (Egea), analizza la dinamica dei salari in Italia: pesa l’inflazione, alla quale non è seguito il rinnovo dei contratti collettivi di lavoro. Il taglio del cuneo fiscale? Utile ma non risolutivo
Tra 2019 e 2025, in Italia l’occupazione è aumentata di circa il 7%, più di quanto non sia cresciuta in Francia e Spagna. Eppure soltanto tre milioni di famiglie possono dire di trovarsi in condizioni economiche migliori rispetto a prima, mentre per 12 milioni la situazione è lievemente peggiorata. Non solo: se si considera il reddito familiare pro capite in termini reali, l’Italia è ancora ai livelli del 2010, mentre Francia e Spagna sono al di sopra.
La colpa è dell’inflazione, “il prezzo nascosto” che dà il titolo all’ultimo libro firmato dagli economisti Marco Leonardi, professore di Economia politica all’Università di Milano, e Leonzio Rizzo, professore di Scienza delle finanze all’Università di Ferrara. Il livello generale dei prezzi, infatti, è cresciuto, ma molti contratti collettivi nazionali non sono stati rinnovati, con la conseguenza che le retribuzioni hanno perso potere d’acquisto. La soluzione? Clausola di garanzia negli accordi da rinnovare, sterilizzazione del fiscal drag e, per i neolaureati, inserimento del Tfr in busta paga.
Professor Leonardi, perché parla di prezzo nascosto?
«Perché l’inflazione erode il potere d’acquisto dei salari e aumenta la pressione fiscale. In primo luogo va detto che, soprattutto negli ultimi cinque anni, i salari non sono aumentati quanto l’inflazione e che il rinnovo dei contratti collettivi non è andato di pari passo rispetto al livello dei prezzi. Questo è un difetto del nostro sistema di contrattazione che si è manifestato in tutta la sua evidenza proprio mentre l’inflazione subiva un’impennata. A ciò si aggiunge il fiscal drag: quando c’è l’inflazione, la pressione fiscale aumenta e si pagano più tasse. E ciò succede anche a chi vede crescere il proprio reddito: in questo caso si passa in uno scaglione successivo dell’Irpef, si finisce per pagare più tasse e in termini reali si è più poveri».
Il problema, dunque, è il mancato rinnovo dei contratti. Ci sono categorie di lavoratori che lo attendono da più di dieci anni: chi è più penalizzato?
«Nel settore dei servizi, tra 2019 e 2025 si è perso circa l’8% del potere di acquisto proprio a causa del mancato rinnovo dei contratti collettivi. Ci sono categorie, come quella dei giornalisti, che attendono da dieci anni e più che il loro contratto collettivo sia rinnovato e cioè che le loro retribuzioni siano allineate all’andamento dell’inflazione. Più il tempo passa, più il potere d’acquisto delle retribuzioni non allineate all’inflazione si riduce, più i lavoratori che percepiscono quelle retribuzioni si impoveriscono».
Perché si è atteso tanto tempo?
«Dopo l’impennata dei prezzi registrata nel 2022-2023, molti datori di lavoro avrebbero dovuto accettare rinnovi di contratti collettivi con retribuzioni più alte anche del 5%. Invece hanno aspettato che l’inflazione scendesse, con l’intento di accrescere le retribuzioni solo dell’1 o del 2%. Nel frattempo, però, i lavoratori sono diventati più poveri».
A chi è andata meglio?
«Di sicuro a bancari e chimici, attivi in settori floridi. Ma anche ai metalmeccanici è andata bene per merito della clausola di garanzia apposta ai contratti collettivi rinnovati nel corso del tempo».
Come funziona la clausola?
«Un contratto collettivo viene rinnovato per un triennio. Con la clausola, se nel corso del triennio l’inflazione aumenta, scattano immediatamente gli aumenti retributivi. E non occorre attendere il rinnovo del contratto collettivo per far sì che le retribuzioni vengano adeguate al diverso livello dei prezzi. Perciò, negli ultimi anni, i salari dei metalmeccanici hanno perso meno potere d’acquisto rispetto a quelli di chi opera nel settore dei servizi».
Ma la soluzione al problema del ritardo nei rinnovi non può essere l’abbandono della contrattazione collettiva…
«Certo che no. La soluzione è inserire in tutti i contratti collettivi la clausola di garanzia che ha consentito ai metalmeccanici di risentire dell’inflazione meno di quanto non sia toccato ad altri lavoratori».
In questi anni il governo Meloni ha destinato risorse crescenti alla riduzione del cuneo fiscale: basta a migliorare le condizioni economiche dei lavoratori?
«Il taglio del cuneo fiscale è una misura molto utile, ma non basta a risolvere il problema del basso potere d’acquisto dei salari in modo strutturale».
Perché?
«Perché la riduzione delle tasse è una partita di giro. Col fiscal drag, lo Stato preleva una parte del reddito del lavoratore e poi, col taglio del cuneo fiscale, la restituisce dopo qualche anno. Quindi il lavoratore si vede restituita quella parte di reddito alla quale aveva dovuto precedentemente rinunciare, ma non guadagna o risparmia alcunché. Perciò la soluzione alla perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni è la clausola di garanzia».
Quindi come si fa in modo che il taglio delle tasse assicuri benefici effettivi ai lavoratori?
«Occorre indicizzare gli scaglioni dell’Irpef all’inflazione, neutralizzando il fiscal drag. Solo così la riduzione delle tasse può considerarsi effettiva».
Oggi la maggior parte del carico fiscale è sostenuta dai lavoratori dipendenti: è giusto?
«No, il carico fiscale va sicuramente riequilibrato, magari spostando la tassazione sulle successioni o sulla prima casa».
Mentre lei addebita la perdita di potere d’acquisto dei salari all’inflazione, molti sostengono che la principale causa del basso livello delle retribuzioni in Italia sia l’altrettanto bassa produttività: che cosa c’è di vero?
«Non solo la bassa produttività, ma anche altri fattori come le piccole dimensioni delle imprese, l’insufficiente livello tecnologico e lo scarso numero di laureati spiegano perché, in Italia, i salari siano sostanzialmente fermi da trent’anni. Se si analizzano gli ultimi cinque anni, invece, non si può che addebitare il basso livello delle retribuzioni all’impennata dei prezzi cui non è seguito il rinnovo dei contratti collettivi».
Il centrosinistra ritiene che il problema dei salari bassi possa essere risolto attraverso il salario minimo: è vero?
«Il salario minimo può risultare utile con riferimento ai lavoratori che svolgono mansioni non coperte da un contratto collettivo oppure difficili da regolamentare. Penso ai rider, per esempio. Ma si tratta del 6-7% dei lavoratori».
Certo è che, secondo Svimez, un neolaureato che va a lavorare all’estero percepisce fino a 650 euro netti in più al mese rispetto a chi resta a lavorare in Italia. Come si ferma questa “emorragia” di giovani?
«Una soluzione potrebbe essere il Tfr in busta paga. Ciò farebbe aumentare le retribuzioni dei neolaureati di circa il 7,5%, riducendo la differenza rispetto alle retribuzioni percepite all’estero. E molti giovani potrebbero così decidere di restare in Italia».


















