8 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

8 Mag, 2026

Biennale, l’illusione della cultura autonoma dalla politica

Il Padiglione russo alla Biennale

«La cultura non è quasi mai stata un antidoto al potere. In realtà è sempre stata, essa stessa, Potere». Il caso Biennale riapre il conflitto tra arte, dissenso e geopolitica


Confesso che, personalmente, ho sempre avuto simpatia per Pietrangelo Buttafuoco. Non per le sue idee, ma per la sua postura intellettuale. Una postura “irregolare” in un mondo della cultura il più delle volte dominato da tesi preconfezionate. Perciò mi sono cascate due volte le braccia quando l’ho visto trasformarsi, in occasione dell’apertura del padiglione russo alla Biennale, nel più “regolare” sostenitore del potere russo fingendo, per giunta, di fare il contrario con «audacia e libertà».

Tutta la sua retorica è stata costruita sulla suggestiva tesi dell’«autonomia dell’arte». Per dirla con le sue parole: «La cultura è più potente di qualsiasi prepotenza». Gli ha fatto eco addirittura Matteo Renzi: «L’arte deve restare uno spazio di libertà». Verrebbe da dire: magari! E subito dopo chiedere: ma in che mondo avete vissuto?

La cultura come potere

L’autonomia della cultura, infatti, è da sempre soltanto una pia illusione. In specie sulla stregua della Rivoluzione Francese (non a caso citata con benevolenza da Buttafuoco) la cultura non è quasi mai stata un antidoto al potere. In realtà è sempre stata, essa stessa, Potere. Ispiratrice (o ancella) persino di tutte le tirannie che si sono alternate nel mondo, in Occidente come in Oriente.

Senza Marx non ci sarebbe stato Lenin. Senza Nietzsche non ci sarebbe stato Hitler. Senza la lettura integralista del Corano non ci sarebbe stato Khomeini.

Dall’era dei “philosophes” ad oggi gli intellettuali hanno fatto a gara a chi riusciva meglio a condurre al potere le cosiddette “verità universali”. Il sillogismo era semplice: il Sapere ha liberato l’uomo dal feudalesimo. La Verità è dunque nel Sapere. Il potere, se vuole esibire Verità, deve essere Sapere. Salotti, clan, “république des lettres” si sono così trasformati, decennio dopo decennio, in club, gruppi, partiti. Da allora l’intellettuale si è fatto organico. E la Verità ha cominciato a chiedere la tessera.

Gli intellettuali e il “crimine del pensiero”

La Ragione da sempre logora chi non ce l’ha: ma chi ne deteneva e ne detiene le chiavi? Semplice: chi amministra il controllo delle “verità universali”. Loro, appunto: gli intellettuali. E sono essi, infatti, che cominciano, fin dal primo Ottocento, a scandire i ritmi della legislazione e anche la composizione delle leadership.

L’intellettuale non è più solo consigliere del principe. Ormai è anche principe.

All’inizio le “verità universali” erano essenzialmente due. Quella della borghesia e quella del proletariato. In gara tra loro per dimostrare di essere la “classe universale”. Poi le verità si moltiplicheranno in sottosistemi altrettanto universali. Arriveranno le verità delle razze, delle nazioni, delle terre. Vari “compimenti finali” di una metafisica crudele che, alla fine, ha bagnato di sangue l’intero XX secolo e continua ancora oggi a violentare il mondo.

Ebbene, intorno alla leggenda dell’autonomia della cultura, alla sua pretesa di essere uno “spazio libero”, restano scolpite nella pietra le parole pronunciate da Karl Popper proprio nel fatidico 1989: «Noi, gli intellettuali, abbiamo causato i danni più terribili. L’eccidio di massa nel nome di un’idea, di una dottrina, di una teoria. Questo è opera nostra, nostra invenzione. Invenzione degli intellettuali».

E così continuava: «Nell’idea di ortodossia e di eresia sono nascosti i vizi più meschini; quei vizi verso i quali noi intellettuali siamo particolarmente inclini: l’arroganza, la prepotenza, la saccenteria, la vanità intellettuale (…) Ma anche la crudeltà non è un vizio affatto sconosciuto tra noi intellettuali. Si pensi soltanto ai medici nazisti, che uccidevano anziani e malati già prima di Auschwitz e della cosiddetta “soluzione finale” della questione ebraica».

In sostanza ciò che dice Popper si può riassumere in una sentenza definitiva: non sarebbe mai esistito nella storia un “pensiero del crimine” se prima non fosse stato elaborato un “crimine del pensiero”.

Gli “organici” e gli “irregolari”

Dov’è stata e dov’è allora l’autonomia della cultura? La verità è un’altra. Esistono esseri umani che, con la loro arte, fantasia e creatività, forniscono energia e credibilità intellettuale al potere. Si chiamavano e si chiamano “intellettuali organici”.

Ed esistono, all’opposto, esseri umani che usano le medesime facoltà per combattere il potere, in specie quando esso si mostra visibilmente tirannico. Questi sono gli “irregolari”.

Ma attenzione: nelle dittature tale distinzione non è “pacifica”, non è un’aulica dimostrazione della libera dialettica. No, è lotta. Il più delle volte, lotta tra la vita e la morte. Quella propria, personale, e quella del proprio popolo.

Morale della favola: se si decide di ospitare artisti di un Paese tirannico non ci si può appellare all’«autonomia della cultura». Bisogna decidere se invitare gli “organici” o gli “irregolari”. Non è la stessa cosa.

La Biennale del dissenso e quella del consenso

Buttafuoco ha rivendicato la grande storia di apertura di Venezia e della Biennale. Avrebbe allora dovuto ricordare l’edizione del 1977, organizzata da Carlo Ripa di Meana e celebrata nel mondo come “Biennale del dissenso”. Quell’evento, aperto da un discorso di Andrej Sacharov, sfidò davvero il potere guadagnandosi la ferma opposizione del regime sovietico (e anche del Pci) avendo scelto di convocare, appunto, gli irregolari. Gli artisti dissidenti dei Paesi dell’est.

Ripa di Meana fu davvero “audace e libero” e perciò la sua Biennale passò alla storia. L’edizione di quest’anno, al contrario, ha goduto della benedizione del regime di Putin e del suo ambasciatore a Roma.

Sempre di Biennale stiamo parlando (in ogni caso autonoma e libera) ma è palese l’estrema diversità tra le due opzioni. Ecco perché farsi scudo dello stigma “autonomia della cultura” non basta. Non può essere un passepartout buono a giustificare qualsiasi scelta. Intendiamoci: si può anche ritenere giusto, pur in tempi di travolgente violenza russa, aprire a Venezia un padiglione russo. Ma per ospitare quale cultura? Quella “irregolare” che rischia la vita contro la tirannide o quella che si è predisposta a servirla in modo “organico”?

Senza tale scelta di campo è inutile tirare in ballo il sacro crisma dell’autonomia dell’arte, perché si sta evidentemente obbedendo soltanto a una logica geopolitica. In questo caso, il vero irregolare è stato allora il ministro Giuli che ha scelto di disertare la cerimonia inaugurale, non già l’ex-irregolare Buttafuoco che, al contrario di Ripa di Meana, alla fine ha organizzato la “Biennale del consenso”. Autonoma sì dal governo di Roma, ma non da quello di Mosca.

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